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Archive for the ‘malinconie’ Category

Febbre.

Mi piacciono le ville antiche, coi giardini grandi e complicati. Le fontane annerite, le statue usurate, le cascate, i laghetti e i labirinti. Da piccoli ci portavano spesso in visita in posti del genere. Mi chiedevo come fosse possibile che questi luoghi – a quanto ci raccontavano, ormai abbandonati – potessero mantenersi così vivi, e come facessero a portarsi dietro tutto del tempo in cui erano stati costruiti. Avevo sempre con me una piccola macchina fotografica usa e getta, e scattavo molte foto. Soprattutto ai lunghi viali alberati, e ai silenziosi corsi d’acqua che ogni tanto sbucavano negli angoli meno attesi. Papà si arrabbiava, perché nelle mie fotografie non c’ero mai io, non c’era nessuna delle mie amiche, solo statue, rami, strade, ma nessuna persona. – Perché, – diceva, – non entri anche tu nelle foto. Non hanno molto senso così -.

Lui non lo sapeva, ma io cercavo i fantasmi e le principesse vestite di rosso, belle come farfalle.

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Where do we go from here?
The words are coming out all weird
Where are you now, when I need you
Alone on an aeroplane
Fall asleep on against the window pane
My blood will thicken

I need to wash myself again to hide all the dirt and pain
‘Cause I’d be scared that there’s nothing underneath
But who are my real friends?
Have they all got the bends?
Am I really sinking this low?

[No matter what they say. I know who I am and who I’m not. I know what I feel, what I do and why I decide to go left or right. People can say anything.]

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Un ultimo viaggio su questo treno.

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C’è una strada dove non passa mai nessuno.

E’ una piccola scorciatoia, che permette di arrivare più velocemente alla fermata della metropolitana (il percorso normale prevede un cammino di circa venti minuti; da questo sentiero se ne impiegano solo dieci).

I figli dei vicini di casa mi hanno raccontato che è per via del deposito dei vecchi elettrodomestici – una specie di strana discarica, un terreno brullo recintato alla buona, dove le persone abbandonano frigoriferi, lavatrici e televisori ormai non funzionanti o obsoleti. Qualcuno tempo prima aveva sparso la voce che da quelle parti si aggirasse un inquietante barbone; dicevano si cibasse di cani e radici, un tipo che tutti etichettarono immediatamente come pericoloso, anche se di fatto non aveva mai danneggiato nessuno, né nessuno l’aveva veramente mai visto mangiare cani. Ad ogni buon conto, da quel giorno tutti cominciarono a evitare la strada della discarica, la scorciatoia verso la fermata. Ora a malapena se ne distinguono i contorni, risucchiati dalle erbacce che crescono tranquille, senza temere di essere strappate.

Ho iniziato a passare da lì un paio di mesi fa. Un po’ per curiosità, un po’ perché la mia sveglia aveva deciso di mettersi a suonare con dieci minuti di ritardo, chissà perché. Quella volta percorsi il sentiero alla svelta, dando soltanto uno sguardo alla discarica di elettrodomestici. Ma qualcosa dovette colpirmi particolarmente, giacché decisi di fare la stessa strada anche al mio ritorno a casa. Sarà stato il bianco accecante dei frigoriferi e delle vecchie lavatrici, quasi irreale sotto il sole tenue della mattina. Tant’è che, dopo essere scesa dal vagone della metropolitana affollato di pendolari, mi diressi con naturalezza verso la scorciatoia, camminando lentamente a passi leggeri. Giunta di fronte al deposito recintato, rimasi per quasi mezz’ora immobile a guardare ciò che si trovava lì rinchiuso, con la mente annebbiata come il ricordo di un sogno. Da quel giorno, questa divenne una mia abitudine.

Talvota mi trattengo al deposito anche due ore. La recinzione è stata rovinata in vari punti, e ci sono dei varchi dai quali è possibile entrare senza fatica. Mi piace davvero stare tra quelle carcasse silenziose. Passeggiare tra le TV distrutte, le tastiere dei computer, le ragnatele di fili aggrovigliati. Ma i miei preferiti rimangono i frigoriferi. Specialmente quelli sdraiati a terra, con lo sportello semiaperto, come una bocca in procinto di dire qualcosa.

Mi fermo ogni volta in un punto diverso. Mi capita di pensare all’esistenza di questi oggetti prima di finire alla discarica. Ognuno di essi è stato parte di una casa, sicuramente di una tra quelle del quartiere – qui le norme per i rifiuti sono molto severe, e non è possibile buttare via le proprie cose a meno che non si sia residenti; sebbene nessuno controlli veramente, è altrettanto vero che a nessuno viene in mente di trasgredire una regola così semplice da rispettare. I frigoriferi sono spesso decorati da piccole fotografie adesive, calamite, tutte sbiadite dopo i tanti giorni al sole. Ci sono immagini di famiglie, adolescenti con buffe scritte intorno, coppie felici. Chissà quante cose avranno visto, questi elettrodomestici, a quante scene quotidiane avranno assistito. Talmente tante che viene il mal di testa a pensarle.

Se mi sdraio in mezzo al deposito, sopra i pochi ciuffi d’erba rimasti, posso guardare in alto. Il profilo del cielo è interrotto e modellato dalle figure degli oggetti abbandonati. E’ un po’ come stare al centro di una città in miniatura, tra i palazzi e le costruzioni. Sarebbe bello se ognuno di questi elettrodomestici fosse brulicante di piccole persone indaffarate, di telefoni che squillano e documenti da preparare. E se ci fossero tante piccole automobili, e strade, e lampioni, e supermercati, e negozi. Sarebbe davvero, davvero bello.

Un giorno finirò per addormentarmi qui.

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春.

E’ passato un sacco di tempo, ma in effetti sto ancora leggendo lo stesso libro. Però non è che la cosa mi dia fastidio; solo, non ho molti stimoli. E non mi succede niente di raccontabile. O magari qualcosa sì, ma non ho voglia di riportare. Sto bene.

Comunque è primavera, grazie al cielo non sono già 30 gradi e piove. Lallallà.

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Una volta ho conosciuto una taglia quarantadue. Voglio dire, ho conosciuto una ragazza che come lavoro faceva la taglia quarantadue, nel senso che alcune aziende di moda prendevano le misure su di lei quando dovevano stabilire quanto fosse larga, lunga o corta una taglia quarantadue. Facevamo la fila alla posta insieme in uno di quegli uffici giganteschi sempre pieni zeppi in qualsiasi momento del giorno, dove per sbrigare quello che hai da fare ti ci vuole un’ora se sei fortunato. Aveva i capelli ricci tutti scompigliati, un giacchetto di jeans, pantaloni sportivi rossi, un paio di scarpacce consumate fino l’osso con le stringhe ciondoloni e in mano un pacchetto di soldi stropicciati. Si guardava intorno tutta contenta e ballettava in qua e là, aspettando il suo turno. Fu lei ad attaccare bottone. Disse che quello era il suo primo stipendio – proprio così “Sai, questo è il mio primo stipendio” – che la pagavano in contanti ogni tre mesi. “Faccio la taglia quarantadue, sto tutto il giorno in piedi a farmi misurare braccia, gambe e spalle…è per le case di moda” disse. Disse anche che non era un lavoro per niente noioso; mentre la misuravano centimetro dopo centimetro ascoltavano la radio e ogni due ore potevano fare una pausa caffè, ma a lei il caffè faceva schifo e prendeva sempre il latte. Non faceva nessuna dieta perché era sempre stata così magra, e lavorava solo tre giorni a settimana, perciò aveva un sacco di tempo libero. Mi sembrò tutto molto curioso. In effetti mi era capitato di chiedermi come stabililssero la misura delle taglie. “Certo dev’essere buffo”, le dissi. Avrei anche continuato a parlare, ma venne il suo turno e si avvicinò allo sportello senza salutare. Raccontò tutto sul suo lavoro anche alla signora della posta, sempre muovendosi a destra e a sinistra come un grillo scoordinato, e dopo aver versato i soldi sul suo conto si avviò trotterellando verso l’uscita gridandomi “Buona fortuna!” – chissà perché; nella nostra conversazione non avevo fatto che ascoltare, senza dire quasi niente.

Ho pensato molto alla taglia quarantadue, in seguito. La vedevo spuntare dagli angoli delle strade, venir fuori dai negozi e dai bar; sempre col suo sorriso leggero e i suoi passetti nervosi da insetto. Mi pentivo di non averle chiesto niente, quel giorno alla posta, avrei voluto sapere la sua larghezza, la sua lunghezza, i centimetri esatti che correvano tra la sua spalla destra e quella sinistra. O anche solo perché portava quelle scarpe, forse avrei osato toccarle i capelli. Ma la taglia quarantadue non l’ho più vista, per qualche ragione ho la certezza che non la rivedrò più – e forse è meglio così.

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Ripetizioni.

Le cose ruotano, col tempo. Ad un certo punto tu sei avanti, e chi era avanti a te ti è oramai dietro, fino a che di nuovo qualcuno non ti supererà. Adesso io pulisco e cucino per chi tanto per me ha cucinato, ogni giorno, per molti anni. Mentre lei siede sul divano, le braccia poggiate sul supporto in metallo che le serve a camminare, io impasto la carne col formaggio e tutto è quasi pronto. Mi sposto in camera da letto per chiudere la persiana, c’è una gran condensa sui vetri. A. ha sempre freddo, il gas non basta e così accende anche la stufa. Tutti si lamentano del gran caldo che fa nella sua piccola cucina, a me non dà fastidio. Il comodino di sinistra, da tempo inutilizzato, porta su i pochi oggetti di chi è già andato via: una spazzola per le scarpe, una confezione di lucido neutro.

In un modo o nell’altro finisco sempre per parlare di ciò che è stato, di chi non c’è più e di chi sta per partire.

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E’ una casa sul mare: non ho voluto dirti altro. La vecchia casa di un vecchio amico. Mi siedi di fianco nell’auto azzurra, con le valigie sulle ginocchia; non hai avuto la pazienza di sistemarle nel bagagliaio quando sono passato a prenderti. Hai dei grandi occhiali da sole con una grossa montatura in plastica rossa, scorgo la punta del tuo naso e la bocca leggermente aperta, respiri regolarmente. Stai dormendo.

Arriviamo che si è appena fatta mattina. La casa è isolata, su una piccola altura; dall’altra parte la spiaggia e il mare. Scendi quasi di corsa e guardi in alto. Dici quello che vediamo: è una vecchia costruzione, in legno dipinto di bianco, oramai scrostato dagli anni e dalla salsedine. L’aria profuma. Ho sempre odiato l’estate, ma quello che abbiamo ora mi fa cambiare idea. Mi prendi le chiavi dalla tasca e ti precipiti all’interno; sento i tuoi passi sul pavimento cigolante, avrei voglia di entrare ma decido di rimanere fermo dove sono. Trovi alcune cose che ti fanno contenta, e lo sento da qui. Poi sali le scale, vengo anche io.

Siamo in una soffitta umida, entra qualche spiffero da un vetro rotto. Tieni in mano una bottiglia polverosa, che protegge un minuscolo veliero. Lo guardi meravigliata; è perfetto in ogni dettaglio. Ma come ce lo avranno infilato, lì dentro – dici, e non so risponderti. Mi alzo per dare un’occhiata al cortile: l’erba è quasi alta quanto la porta secondaria.

Ho esitato a lungo prima di chiamarti, non sapevo se questa ti sarebbe sembrata una buona idea. Ma l’hai accolta con entusiasmo. Mi sono procurato il necessario per poter rimanere tutto il tempo che volevamo. Potremmo essere in molti altri luoghi, in effetti, ma siamo qui.

Sei uscita fuori e hai attraversato il cancello verso la spiaggia, seguo il tuo percorso dalla finestra della soffitta. Il cielo è illuminato quasi completamente oramai. Il mare si muove appena, sfiorato da un vento impercettibile. Ti guardo fare piccoli passi sulla sabbia, con le scarpe ancora addosso. Risplendi d’oro nell’aria dell’estate.

Ad A.

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Ho trovato delle ottime arance all’unico, minuscolo,  supermercato del quartiere. Hanno una bella buccia spessa e porosa, pochi fili bianchi all’interno, e gli spicchi ben separati l’un l’altro. Aprire un’arancia e dover faticare a staccarne gli spicchi è una cosa che ho sempre odiato; si perde una gran quantità di sugo e l’odore del frutto, per quanto buono, stagna tanto a lungo nella stanza da nausearmi. Così stamani a colazione ho mangiato tre di questi buonissimi agrumi, ho attraversato la strada e sono entrata nel parco. C’è una panchina arrugginita nella quale mi siedo sempre, di fronte a un piccolo lago che è più una pozza.  Nei giorni feriali, prima di pranzo, di qui non passa certo nessuno ed è questo che mi piace. Non c’è da chiedere, da aspettare risposte, da parlare o ringraziare.

Minuscoli insetti saltellano tra le foglie cadute oramai fradice che ricoprono l’acqua.

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Ho lavorato per un breve periodo in un piccolo negozio di articoli per la casa e confezioni del mio paese. Dovevo mettere da parte molti soldi per frequentare un’accademia, dalla quale poi sono fuggita velocemente per motivi che non sto qui a spiegare, e così quasi per caso avevo trovato questo impiego estivo, che cominciai con molto entusiasmo. Le botteghe stipate di oggetti di vario genere mi avevano sempre affascinata, e i venditori ancor di più; mi chiedevo come potessero trovare esattamente ciò che il cliente chiedeva in mezzo a tutte quelle cianfrusaglie. E così iniziai con piacere in un giorno di fine maggio, dapprima come addetta alla clientela. Avevo a che fare più che altro con donnine in cerca di tappi per i barattoli quattrostagioni e vecchietti che venivano a cambiare la guarnizione della moka; stare a questo tipo ti pubblico mi rallegrava, c’era sempre qualcosa da ascoltare e le giornate passavano velocemente. Nei buchi vuoti mi davo da fare spolverando i servizi di piatti e posate esposti, e in tutto questo la titolare stava nel retrobottega, intenta a confezionare bomboniere per cerimonie di vario genere. Il suo modo di fare, pacato e preciso, mi rasserenava. All’ora della chiusura, rimanevo imbambolata a guardare le sue confezioni in fila dentro le scatole, pronte per essere ritirate. Le immaginavo tempo dopo, poggiate su qualche vecchio mobile a prendere polvere, e provavo una sorta di malinconia benevola.

Successe che la signora si ammalò gravemente, così dovetti occuparmi io del confezionamento bomboniere, mentre il figlio accoglieva i clienti nel negozio. Appresi alla svelta come creare un sacchetto di confetti, legarlo alla figurina e riporlo con cautela dentro i contenitori appositi, facendo la massima attenzione per non rovinare il tutto. Da quel momento in poi, trascorsi tutte le mie mattinate nel retrobottega, da sola, circondata da pupazzini e figurine di ogni tipo – piccoli clown per i battesimi, gatti decorati per i matrimoni e così via. Potevo capire perché la titolare mi trasmettesse tanta serenità. Fare quel tipo di operazione, prendere un pezzo per volta – prima il tulle, poi i confetti, poi il filo, poi la statuina, chiudere il tutto e metterlo in ordine – dava una sensazione di completezza. Ogni pezzo finito era una piccola cosa conclusa, determinata, che avevo fatto io. Riuscivo a non pensare a niente, ad essere incredibilmente paziente e meticolosa. Nessuno veniva a disturbarmi, non squillavano telefoni, e spesso andavo via anche molto dopo l’orario di chiusura, tanto ero persa nelle mie piccole azioni meccaniche. Non so come, ma quel lavoro non mi annoiava; sono di natura incostante e insofferente, inizio cento cose per poi non portarne a termine nemmeno una, ma le bomboniere mi davano una gran soddisfazione. Iniziavo e finivo ogni pacchettino, e forse era proprio questo che mi faceva stare bene.
Poi l’estate finì, e con lei anche il mio periodo al negozio. La titolare si riprese lentamente dalla malattia, io mi trasferii in una città e ritornai  alla mia vita confusa di sempre; da lì successero un sacco di cose. Ma spesso ci penso, a quei momenti nel retrobottega poco illuminato. E in qualche modo mi sento ancora bene.

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