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Archive for the ‘mei’ Category

Io ho un grande difetto, tra gli altri. Mi ricordo sempre tutto. Ogni data, ogni nome, ogni piccolo racconto. E’ una cosa che normalmente potrebbe tornare molto utile, ma che invece e’ un grande ostacolo quando si cerca di mettere via una parte del proprio passato.

Nonostante cio’, ho notato tanti piccoli cambiamenti. Al mattino sono felice di svegliarmi; non succedeva da tempo. Sentire determinate canzoni non mi fa nessuno strano effetto, cosi’ come leggere nomi buffi e vedere faccine negli oggetti e nei paesaggi di tutti i giorni – cose che potrebbero sembrare sciocchezze, ma che fino a poco fa mi riempivano gli occhi di lacrime.

Lo scorso anno, quando facendomi una violenza infinita mi tiravo fuori dal letto e andavo a correre sotto la pioggia o la neve con le mani e il naso congelati dal freddo, non avrei mai creduto di poter tornare ad essere serena. La verita’ e’ che per quanto abbia tenuto stretti gli ultimi brandelli di ricordi, ho iniziato a dimenticare. E’ una bella sensazione.

Non sono brava a parlare direttamente di quello che sento. Devo sempre cucire i miei pensieri intorno a situazioni inventate, per proteggermi un po’. Stavolta pero’ non riesco a trovare niente dietro cui nascondermi, forse perche’ non ce n’e’ bisogno.

In questi anni mi sono rimproverata a lungo e profondamente per le scelte fatte e per non aver saputo affrontare quello che mi succedeva nella maniera migliore; tuttavia, alla fine, guardando tutto da dove mi trovo ora so di avere fatto quello che andava fatto.

Tempo fa, leggendo Fight Club di Chuck Palahniuk, una frase mi rimase molto impressa: “Sposati prima che il sesso diventi noioso, altrimenti non ti sposerai mai”. Ricordo di aver pensato quanto fosse vera; da allora, ogni volta che prendo una decisione mi viene in mente. E’ una specie di memento.

Non avrei mai pensato di dirlo, ma chiudere vecchi capitoli e’ proprio bello. Poi ci sono cose belle che rimangono belle in ogni momento della vita, come camminare con la musica alle orecchie.

 

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Febbre.

Mi piacciono le ville antiche, coi giardini grandi e complicati. Le fontane annerite, le statue usurate, le cascate, i laghetti e i labirinti. Da piccoli ci portavano spesso in visita in posti del genere. Mi chiedevo come fosse possibile che questi luoghi – a quanto ci raccontavano, ormai abbandonati – potessero mantenersi così vivi, e come facessero a portarsi dietro tutto del tempo in cui erano stati costruiti. Avevo sempre con me una piccola macchina fotografica usa e getta, e scattavo molte foto. Soprattutto ai lunghi viali alberati, e ai silenziosi corsi d’acqua che ogni tanto sbucavano negli angoli meno attesi. Papà si arrabbiava, perché nelle mie fotografie non c’ero mai io, non c’era nessuna delle mie amiche, solo statue, rami, strade, ma nessuna persona. – Perché, – diceva, – non entri anche tu nelle foto. Non hanno molto senso così -.

Lui non lo sapeva, ma io cercavo i fantasmi e le principesse vestite di rosso, belle come farfalle.

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Alle farfalle, preferisco i bruchi. E poi le farfalle mi fanno paura.

One day I’ll grow up
I’ll be a beautiful woman
One day I’ll grow up
I’ll be a beautiful girl
But for today I am a child,
For today I am a boy

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Uno dei primi viaggi di cui abbia ricordo è quello che facemmo a Roma con i miei genitori, in occasione delle feste natalizie di tanti anni fa. Avrò avuto forse quattro anni. Mio padre decise che sarebbe stato meglio spostarsi senza automobile – per via dei parcheggi, del traffico, e delle strade sconosciute della metropoli –  così prenotammo tre posti sul pullman locale, che all’epoca effettuava una sola cosa di andata e una sola corsa di ritorno alla domenica.

Sedevo vicino alla mamma. Tre ore di viaggio, nella mia testa di bambina, parevano un’odissea infinita. Ricordo che facevo mille domande sulle cose che si vedevano fuori dal finestrino, e altrettante su quelle che vedevo vicino a me. Alzando la testa, potevo scorgere le luci da lettura del pullman, con i rispettivi bottoni di accensione. In mezzo ad esse, un altro strano bottone con l’immagine di un omino, che doveva servire sicuramente a prenotare la fermata. Non so perché – forse proprio a causa del disegno dell’omino – venni colta dal desiderio irrefrenabile di premere quel bottone, e presi ad esasperare mia madre lagnando una serie infinita di “Posso? Dai, mamma, posso? Posso mamma?”. Lei, stanca, dei miei capricci, mi spiegò che non potevo assolutamente schiacciare quel bottone perché era un bottone di emergenza che si poteva premere solo nel caso in cui qualcuno fosse morto, per questa ragione c’era disegnato un omino. La cosa deve avermi scioccata non poco. Me ne sono resa conto ieri, quando ho realizzato che in un pullman di linea evito di prenotare la fermata per timore di premere quel cavolo di bottone, piuttosto preferisco scendere dove scende già qualcun altro.

Se penso a questo, mi viene in mente che forse sono come un animaletto mansueto. Quando succedono casi del genere, mi spavento e imparo la lezione. Una volta il mio gatto, per curiosità, andò ad annusare la pentola dello spezzatino che cuoceva a fuoco lento sui fornelli e avvicinandosi troppo si bruciò completamente il pelo della coda. Del suo bellissimo codone fulvo non rimase che un triste tizzone carbonizzato. Il gatto se ne rendeva perfettamente conto, tanto da vergognarsene e rimanere tutto il giorno acciambellato nella sua cuccia, con la coda nascosta sotto il corpo. Non tornò mai più a ficcare il naso intorno ai fornelli. Ecco, anche io devo essere un po’ così.

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Once I said
Keep me out of your head
To wait it out
A thousand years
Didn’t work

Still
You would house my world
Within yours

Scattered mind
Let me out
Wave goodbye

Still
You would house my world
Within yours

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C’è una strada dove non passa mai nessuno.

E’ una piccola scorciatoia, che permette di arrivare più velocemente alla fermata della metropolitana (il percorso normale prevede un cammino di circa venti minuti; da questo sentiero se ne impiegano solo dieci).

I figli dei vicini di casa mi hanno raccontato che è per via del deposito dei vecchi elettrodomestici – una specie di strana discarica, un terreno brullo recintato alla buona, dove le persone abbandonano frigoriferi, lavatrici e televisori ormai non funzionanti o obsoleti. Qualcuno tempo prima aveva sparso la voce che da quelle parti si aggirasse un inquietante barbone; dicevano si cibasse di cani e radici, un tipo che tutti etichettarono immediatamente come pericoloso, anche se di fatto non aveva mai danneggiato nessuno, né nessuno l’aveva veramente mai visto mangiare cani. Ad ogni buon conto, da quel giorno tutti cominciarono a evitare la strada della discarica, la scorciatoia verso la fermata. Ora a malapena se ne distinguono i contorni, risucchiati dalle erbacce che crescono tranquille, senza temere di essere strappate.

Ho iniziato a passare da lì un paio di mesi fa. Un po’ per curiosità, un po’ perché la mia sveglia aveva deciso di mettersi a suonare con dieci minuti di ritardo, chissà perché. Quella volta percorsi il sentiero alla svelta, dando soltanto uno sguardo alla discarica di elettrodomestici. Ma qualcosa dovette colpirmi particolarmente, giacché decisi di fare la stessa strada anche al mio ritorno a casa. Sarà stato il bianco accecante dei frigoriferi e delle vecchie lavatrici, quasi irreale sotto il sole tenue della mattina. Tant’è che, dopo essere scesa dal vagone della metropolitana affollato di pendolari, mi diressi con naturalezza verso la scorciatoia, camminando lentamente a passi leggeri. Giunta di fronte al deposito recintato, rimasi per quasi mezz’ora immobile a guardare ciò che si trovava lì rinchiuso, con la mente annebbiata come il ricordo di un sogno. Da quel giorno, questa divenne una mia abitudine.

Talvota mi trattengo al deposito anche due ore. La recinzione è stata rovinata in vari punti, e ci sono dei varchi dai quali è possibile entrare senza fatica. Mi piace davvero stare tra quelle carcasse silenziose. Passeggiare tra le TV distrutte, le tastiere dei computer, le ragnatele di fili aggrovigliati. Ma i miei preferiti rimangono i frigoriferi. Specialmente quelli sdraiati a terra, con lo sportello semiaperto, come una bocca in procinto di dire qualcosa.

Mi fermo ogni volta in un punto diverso. Mi capita di pensare all’esistenza di questi oggetti prima di finire alla discarica. Ognuno di essi è stato parte di una casa, sicuramente di una tra quelle del quartiere – qui le norme per i rifiuti sono molto severe, e non è possibile buttare via le proprie cose a meno che non si sia residenti; sebbene nessuno controlli veramente, è altrettanto vero che a nessuno viene in mente di trasgredire una regola così semplice da rispettare. I frigoriferi sono spesso decorati da piccole fotografie adesive, calamite, tutte sbiadite dopo i tanti giorni al sole. Ci sono immagini di famiglie, adolescenti con buffe scritte intorno, coppie felici. Chissà quante cose avranno visto, questi elettrodomestici, a quante scene quotidiane avranno assistito. Talmente tante che viene il mal di testa a pensarle.

Se mi sdraio in mezzo al deposito, sopra i pochi ciuffi d’erba rimasti, posso guardare in alto. Il profilo del cielo è interrotto e modellato dalle figure degli oggetti abbandonati. E’ un po’ come stare al centro di una città in miniatura, tra i palazzi e le costruzioni. Sarebbe bello se ognuno di questi elettrodomestici fosse brulicante di piccole persone indaffarate, di telefoni che squillano e documenti da preparare. E se ci fossero tante piccole automobili, e strade, e lampioni, e supermercati, e negozi. Sarebbe davvero, davvero bello.

Un giorno finirò per addormentarmi qui.

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Fumare mi calma.

Da qualche parte ho letto che succede perché l’atto di fumare ci ricorda inconsciamente il momento dell’allattamento, e questo aiuta a tranquillizzarci. Ma non è che fumare mi piaccia. Ogni volta che lo faccio, la gola inizia a bruciare terribilmente e mi gira anche un po’ la testa. Solo che è un un piccolo aiuto. Prendere cinque minuti per me; uscire fuori, sedermi, accendere la sigaretta, stare lì a pensare a niente. In un certo senso riesco a fare il vuoto in testa, ed è una sensazione piacevole.

Per me ogni cosa si carica di significato. Ogni oggetto, ogni via, ogni strada o luogo dove ho vissuto qualcosa. Questa potrebbe essere una bella capacità normalmente; legare tutto a un evento, a un certo giorno, e poterlo ricordare con piacere, come avere tante piccole porte verso il passato. Ma diventa una mezza tortura quando invece vorresti staccarti da tutto, guardarti solo dentro o guardare avanti in maniera logica e razionale.

Se vi chiedessero come vorreste essere, cosa rispondereste?

Io direi che vorrei avere controllo. Non vorrei più perdermi nel mare dei pensieri che mi affollano, come una piccola barchetta di legno. Vorrei poter mettere questa mia piccola barchetta nella stiva di un grande transatlantico e assicurarmi un viaggio stabile, sebbene non piacevole.

Certo avere una piccola barchetta ha i suoi pregi. Quando il mare è calmo, sporgendosi un po’ si può vedere il fondale, e si possono incontrare vari compagni di viaggio. Delfini e balene, soprattutto. A me piacciono le balene. Un giorno vorrei poter imparare la loro lingua e capire quello che si raccontano. Chissà quante storie hanno da dire. Si dice che le balene siano gli umani del mare.

Ma quando invece il mare è in tempesta, è difficile rimanere aggrappati all’albero maestro. E i canti delle sirene?

Questa mattina inizia con una fuga da casa. Una corsa attraverso la città, nel giorno che comincia, una sosta veloce per prendere un accendino – “Va bene giallo, signorina?” – e una strana colazione al bar – cappuccino, brioche semplice e un bicchiere d’acqua – mentre Mina canta “Grande grande grande”.
A quello che succederà in seguito, ancora non penso. Mi limito ad ascoltare.

Con te dovrò combattere
non ti si può pigliare come sei
i tuoi difetti son talmente tanti
che nemmeno tu li sai.
Sei peggio di un bambino capriccioso
la vuoi sempre vinta tu,
sei l’uomo più egoista e prepotente
che abbia conosciuto mai.
Ma c’è di buono che al momento giusto
tu sai diventare un altro,
in un attimo tu
sei grande, grande, grande, le mie pene
non me le ricordo più.
Io vedo tutte quante le mie amiche
son tranquille più di me,
non devono discutere ogni cosa
come tu fai fare a me,
ricevono regali e rose rosse
per il loro compleanno
dicon sempre di sì
non hanno mai problemi e son convinte
che la vita è tutta lì.
Invece no, invece no
la vita è quella che tu dai a me,
in guerra tutti i giorni sono viva
sono come piace a te.
Ti odio poi ti amo poi ti amo, poi ti odio, poi ti amo,
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.
Ti odio poi ti amo poi ti amo,  poi ti odio poi ti amo
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.

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