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Archive for the ‘mostri’ Category

Uno dei primi viaggi di cui abbia ricordo è quello che facemmo a Roma con i miei genitori, in occasione delle feste natalizie di tanti anni fa. Avrò avuto forse quattro anni. Mio padre decise che sarebbe stato meglio spostarsi senza automobile – per via dei parcheggi, del traffico, e delle strade sconosciute della metropoli –  così prenotammo tre posti sul pullman locale, che all’epoca effettuava una sola cosa di andata e una sola corsa di ritorno alla domenica.

Sedevo vicino alla mamma. Tre ore di viaggio, nella mia testa di bambina, parevano un’odissea infinita. Ricordo che facevo mille domande sulle cose che si vedevano fuori dal finestrino, e altrettante su quelle che vedevo vicino a me. Alzando la testa, potevo scorgere le luci da lettura del pullman, con i rispettivi bottoni di accensione. In mezzo ad esse, un altro strano bottone con l’immagine di un omino, che doveva servire sicuramente a prenotare la fermata. Non so perché – forse proprio a causa del disegno dell’omino – venni colta dal desiderio irrefrenabile di premere quel bottone, e presi ad esasperare mia madre lagnando una serie infinita di “Posso? Dai, mamma, posso? Posso mamma?”. Lei, stanca, dei miei capricci, mi spiegò che non potevo assolutamente schiacciare quel bottone perché era un bottone di emergenza che si poteva premere solo nel caso in cui qualcuno fosse morto, per questa ragione c’era disegnato un omino. La cosa deve avermi scioccata non poco. Me ne sono resa conto ieri, quando ho realizzato che in un pullman di linea evito di prenotare la fermata per timore di premere quel cavolo di bottone, piuttosto preferisco scendere dove scende già qualcun altro.

Se penso a questo, mi viene in mente che forse sono come un animaletto mansueto. Quando succedono casi del genere, mi spavento e imparo la lezione. Una volta il mio gatto, per curiosità, andò ad annusare la pentola dello spezzatino che cuoceva a fuoco lento sui fornelli e avvicinandosi troppo si bruciò completamente il pelo della coda. Del suo bellissimo codone fulvo non rimase che un triste tizzone carbonizzato. Il gatto se ne rendeva perfettamente conto, tanto da vergognarsene e rimanere tutto il giorno acciambellato nella sua cuccia, con la coda nascosta sotto il corpo. Non tornò mai più a ficcare il naso intorno ai fornelli. Ecco, anche io devo essere un po’ così.

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Sono inquieta e non riesco a scrivere. Sono inquieta. Molto inquieta. Però forse sto imparando a controllarmi.

Leggere libri molto lunghi è una gran soddisfazione, questo posso dirlo.

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Vivo accanto alla rimessa degli scuolabus. Per il posto – un minuscolo prefabbricato, tutto sommato messo bene – non devo pagare niente, me lo danno in cambio della pulizia dei mezzi. Comincio a lavorare il tardo pomeriggio, quando tutti i pulmini  gialli sono rientrati dalla corsa di fine lezioni. Spazzo i pavimenti, aspiro i sedili, passo lo straccio. Cerco di eliminare quanto possibile del casino dei bambini che ci hanno viaggiato. Capita di trovare giacchetti, radioline, ombrelli, zaini, ma anche torsi di mela, carte di caramelle, pupazzi, giochini. Le cose di valore devo metterle in una stanza apposita, dove i genitori ogni tanto vengono a cercarle. Tutto qui. Il lavoro è semplice, a pulire tutto ci metto al massimo quattro ore, l’alloggio è carino anche se un po’ fuoricittà. A cento metri da casa passa il treno, giorno e notte, ma non è un gran fastidio, tutt’altro; capita che vada a sedermi vicino ai binari ad aspettarlo. Il sabato vengono a vederlo anche padri e figli dei palazzi qui accanto. E’ una specie di attrazione.

Ho un uomo. Non è mio marito, ma stiamo insieme da qualche tempo. Lo vedo raramente e non so che cosa faccia, quando non è qui; non ama raccontare di sé, ma so di certo  che ha altre donne. Parla con loro al telefono al mattino presto o la sera tardi quando crede che io stia dormendo, e scrive loro lunghe lettere senza preoccuparsi di nasconderle troppo bene. Giusto qualche ora fa gliene ho trovata una, tutta spiegazzata dentro un calzino, perciò me ne sono venuta via lasciandolo a letto, solo. Non credo se ne sorprenderà.

In generale non mi concedo molto; quasi niente, direi. Solo ogni tanto, in mattine come questa mi avventuro verso il centro della città. Dopo aver camminato un po’ decido di entrare in un bar a caso, il primo che vedo, per mangiare qualcosa. Il locale è scuro, arredato con poco gusto in stile latino; ci sono figurette di antiche divinità azteche, sombreri appesi alle pareti, vecchie pubblicità scolorite di noti rum. A me il rum fa schifo, lo detesto. E in generale nemmeno l’america latina mi piace; per non parlare della musica di quei posti. Però in questo momento può andar bene. Mi avvicino al bancone, la barista grassoccia con gli occhi allungati e l’aria gentile mi porge un menu sorridendo. Ordino crêpes al formaggio e un bicchierone di rum, uno qualsiasi. Mi siedo al tavolo e aspetto. Siamo in una via turistica, fuori passa un sacco di gente; si fermano a guardare la composizione di frutta in vetrina. Io la noto ora per la prima volta.  Mi rendo conto che in effetti neanche la musica mi dà più fastidio; c’è una canzone famosa, che da qualche parte dice “la vita è un carnevale”. Se fosse stato un giorno qualsiasi l’avrei detestata, davvero.

La cameriera arriva pochi minuti dopo. Ha in mano un piatto con una graziosa composizione, la crêpe al centro ricoperta di riccioli di formaggio, e intorno due laghetti di salsa al pomodoro e alla cipolla. Una vera delizia. Mastico piano e mi sembra la cosa più buona del mondo. Dovrei tornare a casa, perché è tardi e l’ultimo autobus passerà a momenti, ma la prendo con calma. Chissà se avranno chiamato qualcuno a pulire i pulmini al posto mio, nel pomeriggio. Io stessa non mi sono curata di giustificare la mia assenza. Ma anche se nessuno li pulisse, ai bambini importerebbe poco.
Ho ancora mezzo rum nel bicchiere, per quanto possa sforzarmi è davvero disgustoso. Senza che nessuno mi veda, lo rovescio sul tavolo di legno rotondo. Per un po’ guardo il liquido che si spande a cerchio e piano piano prende a gocciolare dai margini verso il pavimento. Poi pulisco con la manica della felpa il macello che ho fatto.

Alla fermata capisco che l’ultima corsa c’è già stata da un pezzo, ma non me ne preoccupo. Mi siedo sul ciglio della strada. Passa qualche bicicletta cigolante, poi più niente. Ho i capelli arruffati e puzzo d’alcool, non so perché ma questo mi fa sentire al sicuro. Così, mi addormento.

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Non guadagniamo molto, per questo viviamo tutti nella stessa casa dividendone l’affitto. Uno dei vecchi coinquilini era un po’ più grande di noi ragazzi, un professore; soffriva di accessi d’ira. Per cose irrilevanti si arrabbiava, la testa cominciava a diventargli rossa e sudava, quasi potevi vedere il vapore uscire dalle sue orecchie. Lo prendevamo in giro, con gli altri abitanti della casa; a turno seguivamo le sue mosse, lo spiavamo, fino al momento in cui – ecco! – impazziva, si gonfiava e strepitava per un libro un po’ macchiato o per il tè troppo bollente. Iniziammo a provocarlo, ‘che il vederlo imprecare ci divertiva, e tanto facemmo che alla fine il professore se ne andò lasciando la sua quota mensile da pagare.

Io sono come lui, ma mi nascondo meglio. Se vedo qualche cosa che mi strugge corro in bagno e piango, stringo i pugni e saltello come un gatto con la coda in fiamme. Nessuno sente e nessuno dice niente; non devono sapere perché poi prenderebbero a farmi dispetti, allora anch’io mi vedrei costretta a traslocare. Il mio uomo se la fa con altre donne, con altre cinque, o forse anche più; scrive loro lettere d’amore gonfie di passione, fa con loro quello che con me non sarebbe capace neanche di immaginare. Gli trovo questi stralci scritti nei cassetti e nelle tasche dei giubbotti, e divento il professore, quello che abbiamo fatto scappare, mi vergogno ed ho paura che qualcuno possa capire.

Al piano di sopra una donna dà l’aspirapolvere; non c’è rischio che mi sentano, fortuna.

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starò un po’ zitta.

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E’ che dire “le piccole cose” mi urta, un po’ come a qualcun altro la parola “bimbi”. Però mi piacciono le cose piccole. Tagliare le verdure in pezzetti minuscoli senza usare il fullatore ad esempio.
Devo mangiare ogni giorno fuori casa, e fino a qualche tempo fa il pranzo per me è stato un vero problema. I panini non mi piacciono, il cinese sotto la scuola fa schifo, i fornai del centro sono troppo cari. Se prendevo qualcosa di pronto da casa non avevo dove scaldarlo, e il cibo freddo mi disgusta. Sono una cacacazzi, ma non posso farci niente. Così ho cominciato a portarmi dietro roba piccola: uno yogurt, una mela, un quadretto di cioccolata. Non è tanto, ma mi sazia e mi rallegra, anche. Sono tutte cose di dimensioni ridotte, che entrano comodamente in borsa, di vari colori e consistenze.
Allora è cambiato anche il mio modo di fare la spesa. Passo metà del tempo impiegato a comprare provviste solo al banco dei latticini. Scelgo sempre le cose più sceme e idiote create esclusivamente per i bambini, tipo le compostine plasmon o il budino mou mou solo per sentirmi dire “mettilo giù” da chi mi accompagna e riderci un po’.
Beh ovviamente anche per mangiarle, che a me piacciono questo genere di schifezze.
A pensarci bene non comprerei mai uno yogurt serio, tipo Activia. Fosse anche solo perché li pubblicizza cosina, lì.

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Si parla di molti anni fa. Qualcuno regalò alla nonna un libro sulla storia del suo paese. Dentro poche scritte e molte foto in bianco e nero.

Ho passato gran parte dei miei doposcuola su quelle pagine, a decifrare figure e studiare didascalie. Le immagini raffiguravano in gran parte lo stesso paesaggio visto da diverse angolazioni e molte scene di vita quotidiana: vecchi signori radunati intorno a un tavolo, la banda del paese di fronte alla chiesa, un gruppo di bambini seduti al pozzo, contadini teatranti su un palcoscenico improvvisato; facce allegre di chi si trovava forse per la prima volta di fronte a una macchina fotografica. Ammiravo la compostezza delle strade di un tempo, le stesse in cui io mi ritrovavo a giocare pressappoco cent’anni dopo, oramai aspre e abbandonate, franate dalla terra verso una terra più profonda. Riconoscevo le vie e le piazze, gli angoli nascosti e i volti. Mio nonno vestito da Amleto rincorrere qualcuno con una spada durante una rappresentazione, scuro e giovanissimo. Mia nonna seduta su un muretto, a guardar altri ballare in un giorno di primavera.

Andavamo spesso a quel paese per far visita a parenti morti e vivi, gli uni nel piccolo cimitero fuori dalle mura, verso valle, gli altri nella casa di famiglia, accanto alla chiesa. Partivamo la domenica con l’auto bianca di mio padre, e il viaggio – un continuo saliscendi tra tornanti e curve – mi disturbava tanto da lasciarmi intontita per tutto il giorno. Forse è per questo che non ho un buon ricordo di quel posto. Mentre gli adulti si rinchiudevano nella piccola cucina a parlare del più e del meno, io esploravo le strade silenziose. Non c’era quasi mai nessuno in giro, e si aveva l’impressione di essere spiati da ogni finestra. Trottavo per le scale, salivo sui muretti e guardavo i pesci rossi nel vecchio lavatoio. Percorrevo gli angoli dei racconti di mia nonna, il piccolo forno dove tutti andavano a cuocere il pane, la piazza del mercato e l’antico frutteto di famiglia. Rientravo in tempo per l’ora di pranzo. A tavola mi si faceva notare che parlavo troppo poco, e mangiavo poche verdure. Poi le donne riordinavano la cucina e io annusavo la pipa spenta del mio bisnonno, morto l’anno della mia nascita. La sua poltrona aveva lo stesso identico odore. Ogni volta non vedevo l’ora di andare via, avvertivo uno strano senso di confusione; era come se ogni pietra di ogni casa volesse dirmi qualcosa, come se sotto le strade qualcosa che non riuscivo a capire mi chiamasse a gran voce in una strana lingua. Questo mi faceva paura e mi disorientava. Ma sul libro il paese mi piaceva. Gli stessi luoghi e le stesse strade viste da lontano, ferme su un foglio di carta, immortalate tanto tempo prima non avevano in me nessun effetto negativo, e anzi, poter vedere i luoghi della vita di mia nonna mi rendeva immensamente felice.

Oggi riprendo questo libro in mano dopo tanti anni, mentre gli altri giocano a carte a conclusione della cena di Natale. Lo sfoglio allo stesso modo di un tempo, con cura e attenzione, leggendo date, didascalie e ammirando le figure. Il paese, la banda, la gente, i bambini, la nonna e il nonno. Mi accorgo per la prima volta che mio nonno ha firmato il volume nell’ultima pagina, con la sua calligrafia tremolante e sconnessa. Chissà quando l’avrà fatto, mi chiedo – è morto quattro anni fa, stroncato da un infarto un giorno di luglio, dopo aver salito le scale di casa. Poi la nonna mi chiama per accompagnarla a letto. Ha già tolto la dentiera, le gote svuotate le ciondolano ai lati del viso. Mi rendo conto di quanto sia vecchia. Bofonchia qualcosa tra le gengive e mi dà la buonanotte. Rimango a guardarla mentre si sistema lentamente sotto le coperte e quasi mi manca il respiro. Poi chiudo la porta e mi rintano a piangere in cucina.

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