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Archive for the ‘negazioni’ Category

E’ un po’ come aver trovato una piccola famiglia. Il primo giorno abbiamo preso le piante che ricamavano l’ingresso, ed abbiamo cambiato i loro vasi. Le radici erano oramai troppo grandi, e soffrivano a crescere insieme dalla stessa terra. Così le abbiamo divise, una da una parte, una dall’altra. Dopo poco tempo, la più grande è morta. Forse a causa mia, che non so dosare l’acqua. Ma forse anche no.

A. soffre, perché non può avere figli, né mai li avrà. Piange ancora la morte del marito, scomparso prematuramente dieci anni fa, le manca tanto da non riuscire a cambiare niente di questo posto. E’ come muoversi in un mausoleo, tutto è rimasto intatto, nulla si è spostato, neppure gli oggetti in radica sul tavolo di cristallo, che poco si addicono alla stanza di una donna. Lo aveva amato molto, mi racconta, lo ama ancora. Nel bagno piccolo conserva il suo asciugacapelli – detestava avere la chioma in disordine, lui – il suo pettinino, e il suo lucido da scarpe. Un grande uomo, sostiene lei. Uno sciacallo arrivista, dicono gli altri. Io, che non so, non ascolto e mi limito a pensare a come doveva essere il suo odore.

N. è la maggiore. A. l’ha presa sotto la sua ala come una figlia, al mattino la coccola, ne ascolta le storie e le lamentele. Seguono insieme uno di quei noiosissimi corsi di pittura per sole donne. A. ripone in lei fiducia completa. N. non sa amare, ed ogni cosa, per lei, è un compito da svolgere e portare a termine nel migliore dei modi. Punta dritto sui suoi binari, qualcuno, una volta, l’ha paragonata malignamente ad una mucca, ma quello che vedo io è un cavallino, dolce, costretto dal paraocchi a muoversi solo in una direzione. Ha un cuore buono, lei, e la mania di prendere tutto alla lettera, di non cambiare di nulla di ciò che le è stato ordinato. Un orologio perfetto, gelido come un pavimento di marmo. Vorrebbe che fossi sua amica, credo, oramai è un anno che parliamo ma non mi lascio avvicinare.

Io sono S., la piccola. A. deve provare una certa tenerezza nei miei confronti, perché sebbene ne combini di tutti i colori, continua a ben vedermi. Mi ha aiutata quando ne avevo bisogno, mi ha tirata fuori dal fango senza esitare appena. Ma la detesto.  Il suo odore mi dà alla testa, e la voce mi infastidisce. A volte mi fa una gran pena. E’ una completa incompetente, convinta di saper tutto, testarda, irrazionale, impulsiva. Sbaglia di continuo senza rendersene conto; credo di disprezzarla. Ho pensato spesso che mi aiuti, perché sono l’immagine di quello che una volta lei era: una ragazzina sperduta, nelle mani di nessuno, senza un soldo in tasca ma con una gran testa dura. Non le voglio bene, e non mi sento peggiore per questo. Ho una gran varietà di maschere da sfoggiare in sua presenza, una più sorridente e cordiale dell’altra, e a lei questo basta.

Si va e si viene ogni giorno, qui, e niente cambia. Pensano che io voglia rimanere, ma quanto sbagliano.

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Uno, due, tre gradini e poi un’altra pensilina. Davanti luci, folle di viaggiatori e vagabondi, cartacce per la strada, rumori; dietro solo le porte di un treno che si chiude, l’autunno, la montagna e i fumi dei falò di foglie. Un libro è finito durante il viaggio, cosa cambia in due ore. Qui, di tempo ne è passato, ma io continuo a piangere, lo faccio continuamente, troppo, e so che è fastidioso, ci tengono a ripetermi di smetterla, che non ho mica cinque anni. E io smetterei se potessi, che suona banale ma non è una giustificazione.

Qualcuno scende dal treno e si guarda intorno. C’è un luogo dove si finisce quando non si sa dove andare, e una strada, in fin dei conti, vale l’altra, ché non importa tanto la meta, quanto il fatto di avere un suolo su cui consumare le scarpe.

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Talvolta preferirei non sapere l’inglese per evitare di capire ciò che alcune canzoni dicono.

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Ok, è da un po’ che cerco di scrivere questa cosa, e non riesco. In breve: devo lasciare in pace i miei capelli. Devo smetterla ti tirarli, toccarli, lisciarli, straziarli, strapparli, basta. Basta davvero.

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Si fanno delle scelte drastiche, talvolta; io per esempio ho appena disattivato il mio account Facebook. E ne sono molto felice.

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Viene, nella notte, a trovarmi un bambino. Porta con sé un grande sacco di velluto grigio – “è da gonfiare” – dice, col sorriso sulle labbra. Ha il profumo del vapore sui capelli, sembra assurdo riconoscerne la voce, come se gli anni non fossero mai trascorsi e niente fosse accaduto. E gonfiamolo allora questo guscio vuoto, ma per quanto possa sforzarmi nel soffiare, niente si smuove, tutto resta fermo.

Scosta un ciuffo dal mio viso, il bambino, mi ricorda che sediamo sul letto di una mamma. Ci sporgiamo verso le scarpe sotto e sembra tutto più grande. Ho paura e non voglio scendere.

Torna il riflesso di un sabato mattina assonnato, e un cappuccino troppo caldo. Due donne, di fronte, mi raccontano di un pianista incapace di donare ad ognuna delle sue dita lo stesso peso. Ne descrivono i suoni goffi – pam pa pam doon – e mi viene da sorridere.

Il silenzio di una camera da letto, dopo che la luce si è spenta, con poca convinzione. Chiudere nel sonno ciò che si ha da dire e pensare, per stavolta mandar giù è la cosa migliore. O almeno, così sembra.

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Non riesco più ad ascoltare un disco. Peccato, mi andava. Ma già dalla prima nota del primo brano inizio a sentirmi strana, e allora sono costretta ad evitare. Eh vabbè.
Questo sabato vedrò finalmente il mare, credo, e spero. Vorrei che in cielo ci fossero tante nuvole, e per strada nessuno. Si si.

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