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Archive for the ‘nonni’ Category

Si parla di molti anni fa. Qualcuno regalò alla nonna un libro sulla storia del suo paese. Dentro poche scritte e molte foto in bianco e nero.

Ho passato gran parte dei miei doposcuola su quelle pagine, a decifrare figure e studiare didascalie. Le immagini raffiguravano in gran parte lo stesso paesaggio visto da diverse angolazioni e molte scene di vita quotidiana: vecchi signori radunati intorno a un tavolo, la banda del paese di fronte alla chiesa, un gruppo di bambini seduti al pozzo, contadini teatranti su un palcoscenico improvvisato; facce allegre di chi si trovava forse per la prima volta di fronte a una macchina fotografica. Ammiravo la compostezza delle strade di un tempo, le stesse in cui io mi ritrovavo a giocare pressappoco cent’anni dopo, oramai aspre e abbandonate, franate dalla terra verso una terra più profonda. Riconoscevo le vie e le piazze, gli angoli nascosti e i volti. Mio nonno vestito da Amleto rincorrere qualcuno con una spada durante una rappresentazione, scuro e giovanissimo. Mia nonna seduta su un muretto, a guardar altri ballare in un giorno di primavera.

Andavamo spesso a quel paese per far visita a parenti morti e vivi, gli uni nel piccolo cimitero fuori dalle mura, verso valle, gli altri nella casa di famiglia, accanto alla chiesa. Partivamo la domenica con l’auto bianca di mio padre, e il viaggio – un continuo saliscendi tra tornanti e curve – mi disturbava tanto da lasciarmi intontita per tutto il giorno. Forse è per questo che non ho un buon ricordo di quel posto. Mentre gli adulti si rinchiudevano nella piccola cucina a parlare del più e del meno, io esploravo le strade silenziose. Non c’era quasi mai nessuno in giro, e si aveva l’impressione di essere spiati da ogni finestra. Trottavo per le scale, salivo sui muretti e guardavo i pesci rossi nel vecchio lavatoio. Percorrevo gli angoli dei racconti di mia nonna, il piccolo forno dove tutti andavano a cuocere il pane, la piazza del mercato e l’antico frutteto di famiglia. Rientravo in tempo per l’ora di pranzo. A tavola mi si faceva notare che parlavo troppo poco, e mangiavo poche verdure. Poi le donne riordinavano la cucina e io annusavo la pipa spenta del mio bisnonno, morto l’anno della mia nascita. La sua poltrona aveva lo stesso identico odore. Ogni volta non vedevo l’ora di andare via, avvertivo uno strano senso di confusione; era come se ogni pietra di ogni casa volesse dirmi qualcosa, come se sotto le strade qualcosa che non riuscivo a capire mi chiamasse a gran voce in una strana lingua. Questo mi faceva paura e mi disorientava. Ma sul libro il paese mi piaceva. Gli stessi luoghi e le stesse strade viste da lontano, ferme su un foglio di carta, immortalate tanto tempo prima non avevano in me nessun effetto negativo, e anzi, poter vedere i luoghi della vita di mia nonna mi rendeva immensamente felice.

Oggi riprendo questo libro in mano dopo tanti anni, mentre gli altri giocano a carte a conclusione della cena di Natale. Lo sfoglio allo stesso modo di un tempo, con cura e attenzione, leggendo date, didascalie e ammirando le figure. Il paese, la banda, la gente, i bambini, la nonna e il nonno. Mi accorgo per la prima volta che mio nonno ha firmato il volume nell’ultima pagina, con la sua calligrafia tremolante e sconnessa. Chissà quando l’avrà fatto, mi chiedo – è morto quattro anni fa, stroncato da un infarto un giorno di luglio, dopo aver salito le scale di casa. Poi la nonna mi chiama per accompagnarla a letto. Ha già tolto la dentiera, le gote svuotate le ciondolano ai lati del viso. Mi rendo conto di quanto sia vecchia. Bofonchia qualcosa tra le gengive e mi dà la buonanotte. Rimango a guardarla mentre si sistema lentamente sotto le coperte e quasi mi manca il respiro. Poi chiudo la porta e mi rintano a piangere in cucina.

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Una chiocciola.

Qualcuno mi ha fatto vedere il guscio oramai vuoto di quella che un tempo è stata una chiocciola grandissima. Le sue dimensioni non l’hanno salvata, è finita in un piatto come tutte le altre, ma senz’altro, per quel che vale, l’hanno resa particolarmente celebre – ha preso posto in prima linea, accanto al bancone del locale.  A guardarne la spirale controluce si riconoscono strade e ghirigori, mi chiedo quanto ci voglia a un guscio per formarsi, per diventare solido e sufficiente a proteggere un mollusco da ciò che è fuori. E quanto vivono le lumache. Quante cose non so. Poi avvicino l’orecchio alla chiocciola svuotata e sento il mare.
Le chiocciole sono animali timidi, dico, mi piacciono. Si portano appresso quel fardello, sarà pesante, credo, che in fin dei conti serve a poco – tanta è  la loro lentezza che prima o poi vengono catturate, che sia dagli uomini o da altri animali meno sofisticati.

Da piccola, come tanti altri bambini, ero convinta che il guscio fosse una casa. Che le lumache, a sera, entrassero nella loro conchiglia fitta di stanze, corridoi e saloni, e lì vivessero, al caldo e al riparo. Poi, non so chi, mi raccontò che lì dentro in effetti non c’erano che budella, è stato uno dei tanti piccoli traumi che scuotono la vita dei bambini man mano che crescono, ma le chiocciole hanno continuato a starmi simpatiche, per la lentezza, per la bava, perché mio nonno le amava – cotte nel sugo, che c’entra, ma era pur sempre amore. Io non ne ho mai mangiata nemmeno una.

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A settembre, la nonna mi portava in cartoleria. Dopo avermi lasciata scorrazzare per tre mesi nei campi, senza troppa cura per l’abito e la pulizia, mi svegliava e senza fare complimenti mi ripuliva da capo a piedi. Raschiava bene le mie braccia, il collo, la schiena, le gambe. Poi mi vestiva. Abito nero, calze bianche e scarpe lucide. Allora capivo che l’estate era finita. Abitavamo lontani dal paese, ma non importava. Lassù avevamo tutto quello di cui c’era bisogno – verdure, carne, tutto prodotto direttamente da mio nonno – e non usavamo mai l’auto, che come me, resuscitava linda e fiammante i primi giorni di settembre.

La cartoleria si trovava in una strada secondaria. Piccola e buia, stipata di ogni genere di merce, dai giocattoli ai temperini. La nonna mi lasciava all’entrata, e proseguiva con mio fratello ancora piccolissimo per mano, fino al magazzino, a scegliere un regalo prima del ritorno a casa. Io salutavo timidamente la commessa, e mi addentravo tra gli scaffali. Tutto si svolgeva ogni anno allo stesso modo: afferravo quattro quaderni grandi a righe, quattro a quadretti, e infine due piccoli per gli scarabocchi. Le penne erano sempre bic, una nera, una rossa, una blu. L’astuccio lo avevo già, abbandonato sulla scrivania di casa dall’inizio dell’estate. Una confezione da 12 pastelli mi era sufficiente per un anno; sebbene disegnassi molto, conservavo i miei oggetti con cura e attenzione, e riuscivo a farmi bastare quello che avevo. Una gomma da cancellare, un temperino, un righello da quindici centimetri.  Fine della spesa. Riponevo tutto accanto alla cassa, e aspettavo che mia nonna e mio fratello tornassero a prendermi, dal retro. La commessa sorrideva e continuava a fare il suo lavoro. Sapeva che ero una bambina di poche parole, che non amavo parlare, così non mi rivolgeva domande superflue. Dopo qualche minuto arrivava la nonna, che pagava, e mi accompagnava verso l’auto. Si tornava a casa.

Già durante il tragitto, gli occhi mi si gonfiavano di lacrime. Non per la scuola prossima alla riapertura, non per la fine dell’estate. Per l’idea di dover necessariamente lasciare un posto e una condizione, senza possibilità di replica. Accettavo le circostanze, ma non riuscivo a darmi pace – sentivo un dolore fortissimo, esagerato, assurdo. E così piangevo. Piangevo per settimane intere, anche dopo essermi già riambientata alla casa dei miei genitori. In nessun modo potevo calmarmi, mi rendevo conto che mia madre, felice di rivedermi dopo mesi e mesi di separazione, non si spiegava le mie lacrime, se ne offendeva quasi, eppure io non smettevo.
Finché il tempo, inesorabilmente, tornava a distrarmi, e tutto riprendeva il suo normale corso.

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In Olanda le fragole sanno di Rosso.

L’ho scoperto ieri, mentre mangiandole addolcivo il tramonto.

Non sanno di bianco, come quelle che di solito compro in Italia. Sanno di Rosso, come di Rosso sapevano quelle che mio Nonno coltivava, e che prontamente mi regalava con un sorrisone in volto nelle calde giornate estive.

Sono troppo nostalgica e lo saro’ sempre, ho iniziato ad esserlo quando avevo circa 10 anni e forse non e’ nemmeno troppo un male. Sicuramente una noia per chi mi ascolta o legge, ma per me e’ una specie di rifugio. Anzi, togliamo pure “una specie”.

Prima pensavo che sono un po’ codarda, e mi faccio male da sola. Non mi esprimo per paura di essere ferita e cosi’ facendo mi ferisco da sola. Ma ferendomi da sola entra in scena il senso di colpa, e i sensi di colpa fanno parte di me.

E cosi’ sogno da sola, sapendo di farlo solo per sorridere a me stessa. Aspettando che le cose mi cadano addosso, vigliacca.

Sto cucendo una bambola di pezza. Per ora ha solo un nome, Tea; una testa con due occhi e la bocca. Mi rende felice, Tea. Mi guarda dallo scaffale accanto alla scrivania aspettando che mi decida a darle un corpicino e degli arti.

Mi metto al lavoro.

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Ieri ho visto la primavera.

Se ne stava sdraiata su un tetto marroncino, e sopra aveva l’azzurro. L’orologio segnava le 19:22, ma i  pettirossi continuavano imperterriti a gioire della luce.
Eccola, mi sono detta. Nel rosso del cielo che si inscurisce, la stavi aspettando ed e’ arrivata.  Certo, ha un profumo diverso qui; non sa di foglie e linfa, di bosco in rinascita. Ricorda l’erba e l’acqua e i fiori. E’ comunque un buon odore no?

Tra una nuvola e l’altra sono andata al parco. E’ malinconico starsene soli su un altalena cigolante, porta il pensiero al passato e fa salire la nostalgia. Che pero’ e’ quella dolce dell’infanzia, quella che sorride. E all’improvviso vedo questi due bambini, sui 4 anni, giocare con una grossa calcolatrice abbandonata.

Mi stupisco del fatto che riesca a comprendere tutto quello che dicono. Imparo in fretta, evidentemente.

Stanno litigando su chi sia il piu’ grande e chi il piu’ piccolo. Uno porta alto il suo onore dicendo che la madre lo fa andare a letto alle 20:30, l’altro controbatte raccontando che il Mercoledi’ mattina puo’ dormire fino alle 11:30. E mi trovo ad ascoltarli  imbambolata, ripensando a quando io facevo questo genere di sfide.

Avevo un’amica piu’ alta di me, che si divertiva a dirmi quanto fosse grande, nonostante fossimo nate nello stesso anno. Io ero piccina piccio’, per lei era un gioco beffarmi. E ricordo che a causa dui questo gioco, per un lungo periodo nella mia testa altezza ed eta’ sono state due cose direttamente proporzionali.

Sono tornata a casa solo quando il sole ha abbandonato completamente il cielo, e l’unico colore da guardare era un azzurro terso. Niente piu’ rosso, o rosa, o arancio. L’ ora di andare.

E dopo cena mi ritrovo a sbucciare una mela con uno di quei coltellini minuscoli, lama corta e punta arrotondata. Immediatamente ripenso a mio nonno, che si ostinava ad usarli per fare di tutto nonostante le lamentele di mia nonna. Questi coltellini hanno proprio il Suo sapore, cavoli. Li associo direttamente alle sue mani vecchie e morbide, poi al suo sorriso, ai suoi occhi, alla sua inconfondibile voce, ed eccolo di nuovo qui con me.

E’ un pomeriggio dopo scuola, e mi prepara una mela. Alla televisione c’e’ Solletico, lo guardo distrattamente mentre scozzo le carte da gioco. Nonno mi siede di fronte, e nonna sta pulendo la camera da letto. Lo so perche’ sento il profumo delle loro lenzuola. C’e’ la finestra aperta e sento gli uccellini cantare. Il sole sta cominciando ad andarsene, cola come miele caldo nella parete della chiesa di fronte.

Il nonno sistema la mela a fettine sottili nel piattino, quello mio personale con la rigatura rosa. So gia’ che mi porgera’ del pane; ha sempre amato il pane, lui, con qualsiasi cosa. Per me e’ diventato una passione solo adesso, ma al tempo non ne volevo nemmeno sentir parlare.

E poi penso che il tempo corre veloce, e mi vedo in questo posto lontano, su un tavolo non mio, con un panorama al quale ancora non posso dare confidenza. E non sono triste, ma profondamente malinconica.

Credo che tutti avremmo voluto rimanere quello che eravamo.

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