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Archive for the ‘bambini’ Category

In partenza da un posto di passaggio, a un posto che di passaggio è stato. Arrivo in aeroporto con il primo treno della mattina, dopo aver percorso a piedi la strada che costeggia la ferrovia. Ho lasciato la mia bicicletta a casa, devo stare fuori qualche giorno e abbandonarla al parcheggio della stazione per più di una notte non è prudente.

Qui è dove sono arrivata, qualche mese fa. Quel giorno pioveva tanto da non poter riconoscere nemmeno i colori del posto dall’oblò dell’aereo, non sapevo bene cosa mi aspettasse. Avevo chiacchierato per tutto il tempo con Marieke, una ragazza appena conosciuta che mi scrisse su un foglietto il suo numero di telefono, se mai avessi avuto bisogno di un posto dove dormire ad Amsterdam. In seguito, è capitato spesso che andassi in città, ogni volta più o meno allo sbaraglio, ma non l’ho mai richiamata, non so per quale ragione. Non ricordo esattamente cosa successe quel giorno; tendo a cancellare facilmente le prime impressioni, forse per i troppi pensieri che mi si attorcigliano in testa.
La famiglia che mi ospitava mi accolse agli arrivi, i bambini zuppi per aver corso dalla macchina all’aeroporto sotto i goccioloni incessanti, senza ombrello. Gli impermiabili rosa, gialli e azzurri, qualcuno che mi prende per mano. Gli interni di un’automobile tedesca, non molto pulita, una casa che non conosco, silenzio.

Sono di nuovo in questo piccolo aeroporto e ci tornerò tra un anno, per la prima volta in compagnia di qualcuno, ma ancora non posso saperlo. I check-in hanno appena aperto, c’è odore di caffè. A giudicare dal numero di persone che girellano per le varie zone dell’edificio, devono partire al massimo tre, quattro voli; la maggior parte di chi vedo si aggira sui trent’anni, due famiglie siedono in attesa sulle panchine di plastica, coi bambini ancora caldi di sonno accasciati sulle valigie. L’orologio segna le 7:45, i pannelli indicatori si scuotono dallo stand-by: compaiono esattamente tre destinazioni, non mi sbagliavo. Barcelona, Bruxelles, Londra. Mi avvio lentamente verso la coda dei controlli. I bambini alle mie spalle si svegliano e prendono a giocare con due palline di carta, mentre i genitori radunano i bagagli.

Gli aeroporti sono fatti di file. Per entrare, per essere controllati, per mostrare i documenti, per accedere all’aereo, per trovare il posto. In una delle tante attese che mi separano dalla partenza scorgo una ragazza. Minuta, abitino nero e scarpe rosse, stile anni trenta, tacco alto.  La trovo tanto graziosa da rimanerne incantata. Ne seguo i movimenti. Scompare e riappare tra le varie file, e ogni volta che sparisce ho un tuffo al cuore. Quando credo di averla persa del tutto, la ritrovo, diretta verso il mio stesso gate. Il fatto che stiamo andando nella stessa direzione  mi riempie di sollievo, chissà perché. Comincio a sperare che una volta dentro l’aereo mi si sieda vicino, e in effetti così succede.

Si chiama Mariolijn, vive ad Utrecht. Sta andando a trovare un’amica a Londra. I genitori gestiscono una nota maglieria artigianale, e questo spiega la particolare bellezza del suo abitino. Ha i capelli scuri, raccolti in uno chignon ordinato, le labbra tinte di rosso intenso. Sebbene i suoi colori siano nell’insieme piuttosto forti e appariscenti, non trasmette nulla di eccessivo o volgare. Ha una bocca bellissima. La ammiro parlare e sorridere, sorrido anche io, di riflesso. Non capita spesso che abbia un’intesa così profonda con una donna. Di solito le odio a prima vista, o evito di parlarci, perché i discorsi delle ragazze sono sempre quelli, le inflessioni della voce tutte uguali, le espressioni simili e costruite. Finisce sempre che comincio a sentirmi inadeguata, e non spiccico parola. Mariolijn, che si pronuncia Mariolàin, invece mi piace moltissimo. Per tutto il viaggio penso che se fossi un uomo me ne innamorerei. Chiacchieriamo di un sacco di cose, passano due ore e siamo già a destinazione. Di comune accordo, decidiamo di prendere lo stesso autobus per raggiungere il centro della città. Penso che trascorreremo almeno un’altra ora insieme e mi sento incredibilmente felice. In effetti, è la prima volta che provo sentimenti simili per una donna, ma tutto è talmente naturale e spontaneo che non me ne stupisco.

Mi chiede di ascoltare della musica. Siamo entrambe molto stanche, e ci appisoliamo l’una sulla spalla dell’altra. Il peso del suo corpo sul fianco mi fa sentire sicura, è una sensazione nuova. Fuori dal vetro scorrono le colline, poi le case di mattoni, poi il traffico londinese. Restiamo per un bel po’ intrappolati tra le automobili, e mi accorgo di sorridere. Mi aspetta una bellissima vacanza, eppure non ho per niente voglia di scendere da questo autobus. Mi viene da pensare che resterei in questo torpore felice per altre mille ore.

Arriviamo a Victoria station. Mariolijn ed io sembriamo due amiche di vecchia data, parliamo e scherziamo in grande confidenza. Anziché prendere ognuna la sua strada, senza dire niente entriamo insieme in un caffè della stazione. Qualcosa ci trattiene dal separarci, ma non saprei dire cosa. Sediamo su un piccolo tavolo in disparte, lei si offre di andare a prendere due tazze di caffè e qualcosa per calmare la fame. Torna con un vassoio colmo di muffin e pezzi di torta, tutta contenta. Adora i dolci inglesi, mi dice, non smetterebbe mai di mangiarli. Le faccio volentieri compagnia, piano piano divoriamo un dolcetto dopo l’altro. Sono tutti squisiti, alla frutta, al cioccolato e alla vaniglia. Tutto sembra succedere per via di una qualche strana dilatazione del tempo che non sappiamo spiegarci, ma alla quale ci abbandoniamo allegramente. Passano altre due ore e finiamo di mangiare. Abbiamo impiegato un sacco di tempo a fare colazione.

Ci rendiamo improvvisamente conto che è giunto il momento di separarci, allora Mariolijn salva il mio numero nella rubrica del suo telefono, e scrive il suo nel mio quaderno. Mi dice di chiamarla, una volta tornata in Olanda. Utrecht non dista molto da dove vivo, e le farebbe moltissimo piacere rivedermi. Non so perché, ma mi suona un po’ come un invito ad uscire, e penso che non mi dispiacerebbe per niente. Dopo esserci abbracciate ci salutiamo, sorridendo e scuotendo la mano, come due bambine dopo la scuola. Mariolijn si volta e cammina a passi veloci tra la folla. La guardo allontanarsi verso l’uscita, finché non riesco più a distinguerla.

Non l’ho mai più rivista.

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Quando scrivevamo nella carta era meglio.

Il primo quaderno me lo regalò la maestra delle elementari, in una di quelle mattine che sembrano notti, tanto è il buio fuori. La copertina era di cartone rosa, e c’era una bambina magrissima arrampicata su un albero. Scrivi quello che fai il giorno, disse, ma scrivilo per te. Da qui cominciai. Non mi aspettavo niente dalle parole, e non chiedevo. Riportavo i pochi avvenimenti che distinguevano le mie giornate, qualche storiella, alcune filastrocche. I miei genitori di questo non sospettavano e nessuno apriva le pagine del mio quaderno che riposava sotto i vestiti dell’armadio.

Nascondere le cose di valore sotto i vestiti è una mia abitudine.

Ho riempito così centinaia di pagine negli anni. Mi sembrava bello, come credo lo sia adesso. Il quaderno era una scatola dove buttare quello che gli altri non avrebbero accettato. Una specie di ripostiglio per le cose da non dimenticare. Insomma, quello che è ed è sempre stato per tutti, perché la carta assorbe e tace. Il silenzio dei quaderni non si aspetta niente, ed è forse per questo che ci sono tornata.

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Una chiocciola.

Qualcuno mi ha fatto vedere il guscio oramai vuoto di quella che un tempo è stata una chiocciola grandissima. Le sue dimensioni non l’hanno salvata, è finita in un piatto come tutte le altre, ma senz’altro, per quel che vale, l’hanno resa particolarmente celebre – ha preso posto in prima linea, accanto al bancone del locale.  A guardarne la spirale controluce si riconoscono strade e ghirigori, mi chiedo quanto ci voglia a un guscio per formarsi, per diventare solido e sufficiente a proteggere un mollusco da ciò che è fuori. E quanto vivono le lumache. Quante cose non so. Poi avvicino l’orecchio alla chiocciola svuotata e sento il mare.
Le chiocciole sono animali timidi, dico, mi piacciono. Si portano appresso quel fardello, sarà pesante, credo, che in fin dei conti serve a poco – tanta è  la loro lentezza che prima o poi vengono catturate, che sia dagli uomini o da altri animali meno sofisticati.

Da piccola, come tanti altri bambini, ero convinta che il guscio fosse una casa. Che le lumache, a sera, entrassero nella loro conchiglia fitta di stanze, corridoi e saloni, e lì vivessero, al caldo e al riparo. Poi, non so chi, mi raccontò che lì dentro in effetti non c’erano che budella, è stato uno dei tanti piccoli traumi che scuotono la vita dei bambini man mano che crescono, ma le chiocciole hanno continuato a starmi simpatiche, per la lentezza, per la bava, perché mio nonno le amava – cotte nel sugo, che c’entra, ma era pur sempre amore. Io non ne ho mai mangiata nemmeno una.

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A giugno coglievamo i lamponi. La nonna aveva un piccolo orto proprio di fronte alla chiesa, accanto alla piantagione di meli. Subito dopo esserci lavati, correvamo per le scale verso i rovi carichi di gustosi frutti rossi. Ci rincorrevamo tra le volute verdi e facevamo a gara a raccogliere più frutti nel minor tempo, ognuno con la sua bacinella di plastica; io quella blu, lui quella bianca. Ci accompagnavano i cori delle signore a messa, che ogni mattina sfilavano silenziose verso la chiesa.

Tra i ramoscelli giovani riposavano parecchie farfalle. Io ne avevo il terrore, F. lo sapeva bene. Quando giocavamo si nascondeva tra loro, per farmi un dispetto. Non so perché, ma ho sempre detestato le farfalle. Celano il loro corpo bitorzoluto e peloso sotto grandi ali colorate, ma restano pur sempre poco più che bachi. Non ho mai visto niente di poetico nel loro svolazzare, tranne che a guardarle da lontano. In un campo verde, centinaia di farfalle bianche in volo possono sembrare molto belle.

Avevamo entrambi gli occhi blu. F. era magro, slanciato, coi capelli un poco lunghi. Un bambino allegro come ce ne sono tanti. Uno dei miei pochissimi amici, forse l’unico. Si divertiva ad accompagnarmi in queste spedizioni, alle quali gli permettevo di partecipare solo in cambio di qualche pomeriggio a giocare insieme con le bambole. Per il mio sesto compleanno, me ne regalò una grandissima, Serafina. Era più alta di me e aveva le gambe blu, il corpo morbido e profumato.

Dopo aver raccolto una quantità sufficiente di lamponi, salivamo di corsa dalla nonna con le bacinelle colme. Nella strada che ci divideva dal pianerottolo di casa, mangiucchiavamo un frutto in qua e là, e per gioco ce li lanciavamo addosso. Avevamo sempre il contorno della bocca orlato di vermiglio e piccoli semi. La nonna ci ripuliva pazientemente e ci ringraziava per la raccolta, ricompensandoci con pane e zucchero.

Nel pomeriggio ci allontanavamo in direzione del bosco. Ci fermavamo prima del Buco – lo chiamavamo così, non sapevamo a che cosa potesse servire – una gola nera piuttosto larga, forse lo sbocco di qualche vecchia fognatura. Il Buco ci terrorizzava, eppure ci divertivamo a stare lì davanti. Io raccoglievo i piccoli ragni che camminavano sul tronco marcio dove ci sedevamo sempre, toglievo loro le zampe con minuzia, e li porgevo a F., che li mangiava. Li ingoiava interi, così com’erano, senza batter ciglio. Io lo guardavo ammirata, e mi sentivo importante a svolgere quel compito per lui. Uccidere ragni non mi faceva schifo, né pena. F. si sentiva rinvigorito da questa disgustosa pratica, e ogni giorno non vedeva l’ora di cominciare a mangiare quei piccoli insetti neri.
Questa era l’estate prima che F. sparisse.

La mattina che F. mancò l’appuntamento, la nonna aveva cominciato a preparare la salsa di pomodoro. Chili di ortaggi ribollivano borbottando nelle grandi pentole sulla stufa. Ad attenderli, decine di bottiglie di vetro con i coperchi impilati a un lato del tavolo. Fuori il cielo terso della mattina si rigava di nuvole leggere in qua e là. F. tardava ad arrivare. Ogni tanto mi sporgevo dalla finestra e guardavo in direzione di casa sua. Aspettai pazientemente per due ore, seduta in cucina, e non successe niente. Spiavo i lamponi nell’orto, che quel giorno sarebbero rimasti silenziosamente al loro posto.

Si seppe che F. era scomparso la sera dello stesso giorno, quando i barattoli di salsa già chiusi giacevano ancora caldi accanto alla credenza. Sua madre correva di casa in casa, con una sola domanda preoccupata. Diceva che il bambino era uscito di presto, quella mattina, come sempre per venire da me. Interrogò nervosamente mia nonna, lanciando ogni tanto un’occhiata risentita in mia direzione. Diceva che era colpa di quel Buco, come lo chiamavamo noi. Che spesso F. ci andava da solo, e rimaneva lì a guardare, senza far niente. Lo aveva trovato lì spesso, quando lo aveva cercato in passato, ma stavolta di lui non c’era traccia.

Seguirono ricerche disperate, appelli e richieste. F. non fu mai ritrovato.

Per tutto l’anno, io e mia nonna mangiammo quella salsa di pomodoro senza dirci una parola. Sedevamo al tavolo, portando di tanto in tanto un boccone di pasta alla bocca. Non colsi più i lamponi, che caddero e colorarono la terra del loro lento marcire. Ogni notte sognavo F. uscire dal Buco e chiamarmi, ma non tornai più lì. Finché il tempo non si portò via anche questa storia, la salsa finì, e nessuno, di F., disse più nulla.

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Mi piace andare a fare la spesa, mi è sempre piaciuto.  Quando ero piccola, c’era un solo supermercato nel mio paese. Ci andavo ogni venerdì, dopo la scuola, quando mio papà tornava a casa stanco del lavoro. Ogni volta era un piccolo rituale che si ripeteva: parcheggiavamo la macchina di fronte all’entrata, giocavamo un po’ con la porta scorrevole, percorrevamo il negozio secondo la disposizione dei prodotti: frutta, verdura, latticini, uova, carne – c’era uno specchio, in alto, dove ogni volta mi guardavo – biscotti, carta, saponi, cioccolate. E’ buffo, ma ricordo ancora alla perfezione la vista degli scaffali ad altezza bambina; nel reparto marmellate, ad esempio, non riuscivo a vedere oltre la Nutella, che alloggiava al terzo gradino. Mi piacevano le uova tutte uguali, e gli stecchini in fila. I petti di pollo appena affettati, il macellaio che ogni volta usciva da dietro una tenda grigia e salutava mio papà, con la casacca inzaccherata di sangue.
Mi sentivo a disagio solo mentre ce ne stavamo in fila, ad attendere il nostro turno; è un paese piccolo, il mio, dove più o meno tutti conoscono tutti, e la fila delle casse era un continuo spettegolare sul chi fosse figlio di chi e che facesse nella vita. C’era spesso una vecchia coi capelli rosso fuoco, che mi guardava e ad alta voce chiedeva alla sua vicina di carrello chi io fossi; rossa di vergona, allora, mi nascondevo dietro le gambe lunghe di mio papà, e ammiravo le bottiglie colorate dei liquori che mi si paravano di fronte. Eravamo buffi io e mio padre, avvolti nei nostri giacchetti anni 90 dai colori improbabili – lui: blu, verde, arancione / io: giallo, fuxia, arancione – forse la spesa era uno dei pochi momenti nei quali stavamo veramente bene. 

Ancora oggi mi piacciono i supermercati. Non sono più nel mio piccolo paese, non ho più un solo negozio in cui andare, pur essendo piuttosto bassa arrivo – almeno a vedere – fino allo scaffale più alto, la vista della carne affettata mi disgusta un po’, nessuno qui mi conosce e non ho gambe dietro le quali potermi nascondere. La sola idea di andare a fare la spesa, però, mi mette allegria e mi fa sentire un po’  di sicurezza, fosse anche solo per i ricordi che mi porta alla mente. Mi sento un po’ meno estranea, e un po’ più a casa, forse perché ogni supermercato è simile all’altro.

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Viene, nella notte, a trovarmi un bambino. Porta con sé un grande sacco di velluto grigio – “è da gonfiare” – dice, col sorriso sulle labbra. Ha il profumo del vapore sui capelli, sembra assurdo riconoscerne la voce, come se gli anni non fossero mai trascorsi e niente fosse accaduto. E gonfiamolo allora questo guscio vuoto, ma per quanto possa sforzarmi nel soffiare, niente si smuove, tutto resta fermo.

Scosta un ciuffo dal mio viso, il bambino, mi ricorda che sediamo sul letto di una mamma. Ci sporgiamo verso le scarpe sotto e sembra tutto più grande. Ho paura e non voglio scendere.

Torna il riflesso di un sabato mattina assonnato, e un cappuccino troppo caldo. Due donne, di fronte, mi raccontano di un pianista incapace di donare ad ognuna delle sue dita lo stesso peso. Ne descrivono i suoni goffi – pam pa pam doon – e mi viene da sorridere.

Il silenzio di una camera da letto, dopo che la luce si è spenta, con poca convinzione. Chiudere nel sonno ciò che si ha da dire e pensare, per stavolta mandar giù è la cosa migliore. O almeno, così sembra.

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Sono un’ appassionata di libri per bambini.

Un giorno ne scriverò ed illustrerò uno personalmente, al momento mi limito a comprare talvolta quelli già scritti e disegnati, in libreria. 

L’ultimo si chiama “Van mij en van jouw” (mio e tuo), di Hans e Monique Hagen.

Coloratissimo e sognante, arricchito dalle nostalgiche e bellissime tavole di Jan Jutte.

Nel volumetto sono raccolte numerose poesie. Un po’ più profonde delle filastrocchine musicali per bambini. Le ho lette tutte quante in un soffio, ed una in particolare mi è rimasta impressa. La riporto.

NOOIT MEER.

als je dood bent

ben je stil

dan is er niks meer wat je wil

dan kun je nooit meer wakker zijn

je hoeft geen pleisters meer

geen plikker en geen pillen

nooit meer tranen

nooit meer pijn

je hoeft niks meer te willen

misschien is dood wel fijn.

(MAI PIU’: quando sarai morto/sarai in silenzio/perché non ci sarà più niente che potrai volere/non potrai mai più essere sveglio/non avrai più bisogno di cerotti/niente più fastidi o ferite/ non piangerai mai più/ mai più proverai del dolore/ non potrai più volere nulla/ forse la morte è una cosa buona).

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