Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘olanda’ Category

Tonda nel ciel di maggio
come un formaggio d’olanda
monta la luna in viaggio
ed il suo raggio ci manda
questo paesaggio che miraggio!
che sogno,
che sogno!

Dorme il mulino a vento
sotto la luna d’argento
dorme l’olandesino
nel suo lettino piccino
ogni cosa giace tutto tace
che pace…
che pace…

Odi i fior parlar tra looor!
parlano tra loro i tuli
tuli tuli tulipan
muoveranno in coro i tuli
tuli tuli tulipan
odi il canto delizioso
nell’incanto sospiroso
parlano d’amore i tuli
tuli tuli tulipan
deliziosi al cuore
tutti i sogni miei ti giungeran
e di me ti parleranno
i meravigliosi tuli tuli tuli
tuli tuli tuli tulipan

Parlano tra loro i tuli
tuli tuli tulipan
muoveranno in coro i tuli
tuli tuli tulipan
oggi tu
parli col suon che vien dal cuore
pieno di languore
nell’incanto dei tuoi sogni
oh, tenero amor

La luna di lassu’ dalla cupola blu
sporge gli occhi all’in giu’
udendo questa canzon
il suo bianco faccion
si confonde
e le pare – fatto strano!
di ascoltare
le Lescano
che cantano tuli tuli tulipan
tuli tuli tulipan

Nel cantar questa canzone
le tre Lescan
ti sembreran
tre tuli tuli
tuli tulipan…

Annunci

Read Full Post »

In partenza da un posto di passaggio, a un posto che di passaggio è stato. Arrivo in aeroporto con il primo treno della mattina, dopo aver percorso a piedi la strada che costeggia la ferrovia. Ho lasciato la mia bicicletta a casa, devo stare fuori qualche giorno e abbandonarla al parcheggio della stazione per più di una notte non è prudente.

Qui è dove sono arrivata, qualche mese fa. Quel giorno pioveva tanto da non poter riconoscere nemmeno i colori del posto dall’oblò dell’aereo, non sapevo bene cosa mi aspettasse. Avevo chiacchierato per tutto il tempo con Marieke, una ragazza appena conosciuta che mi scrisse su un foglietto il suo numero di telefono, se mai avessi avuto bisogno di un posto dove dormire ad Amsterdam. In seguito, è capitato spesso che andassi in città, ogni volta più o meno allo sbaraglio, ma non l’ho mai richiamata, non so per quale ragione. Non ricordo esattamente cosa successe quel giorno; tendo a cancellare facilmente le prime impressioni, forse per i troppi pensieri che mi si attorcigliano in testa.
La famiglia che mi ospitava mi accolse agli arrivi, i bambini zuppi per aver corso dalla macchina all’aeroporto sotto i goccioloni incessanti, senza ombrello. Gli impermiabili rosa, gialli e azzurri, qualcuno che mi prende per mano. Gli interni di un’automobile tedesca, non molto pulita, una casa che non conosco, silenzio.

Sono di nuovo in questo piccolo aeroporto e ci tornerò tra un anno, per la prima volta in compagnia di qualcuno, ma ancora non posso saperlo. I check-in hanno appena aperto, c’è odore di caffè. A giudicare dal numero di persone che girellano per le varie zone dell’edificio, devono partire al massimo tre, quattro voli; la maggior parte di chi vedo si aggira sui trent’anni, due famiglie siedono in attesa sulle panchine di plastica, coi bambini ancora caldi di sonno accasciati sulle valigie. L’orologio segna le 7:45, i pannelli indicatori si scuotono dallo stand-by: compaiono esattamente tre destinazioni, non mi sbagliavo. Barcelona, Bruxelles, Londra. Mi avvio lentamente verso la coda dei controlli. I bambini alle mie spalle si svegliano e prendono a giocare con due palline di carta, mentre i genitori radunano i bagagli.

Gli aeroporti sono fatti di file. Per entrare, per essere controllati, per mostrare i documenti, per accedere all’aereo, per trovare il posto. In una delle tante attese che mi separano dalla partenza scorgo una ragazza. Minuta, abitino nero e scarpe rosse, stile anni trenta, tacco alto.  La trovo tanto graziosa da rimanerne incantata. Ne seguo i movimenti. Scompare e riappare tra le varie file, e ogni volta che sparisce ho un tuffo al cuore. Quando credo di averla persa del tutto, la ritrovo, diretta verso il mio stesso gate. Il fatto che stiamo andando nella stessa direzione  mi riempie di sollievo, chissà perché. Comincio a sperare che una volta dentro l’aereo mi si sieda vicino, e in effetti così succede.

Si chiama Mariolijn, vive ad Utrecht. Sta andando a trovare un’amica a Londra. I genitori gestiscono una nota maglieria artigianale, e questo spiega la particolare bellezza del suo abitino. Ha i capelli scuri, raccolti in uno chignon ordinato, le labbra tinte di rosso intenso. Sebbene i suoi colori siano nell’insieme piuttosto forti e appariscenti, non trasmette nulla di eccessivo o volgare. Ha una bocca bellissima. La ammiro parlare e sorridere, sorrido anche io, di riflesso. Non capita spesso che abbia un’intesa così profonda con una donna. Di solito le odio a prima vista, o evito di parlarci, perché i discorsi delle ragazze sono sempre quelli, le inflessioni della voce tutte uguali, le espressioni simili e costruite. Finisce sempre che comincio a sentirmi inadeguata, e non spiccico parola. Mariolijn, che si pronuncia Mariolàin, invece mi piace moltissimo. Per tutto il viaggio penso che se fossi un uomo me ne innamorerei. Chiacchieriamo di un sacco di cose, passano due ore e siamo già a destinazione. Di comune accordo, decidiamo di prendere lo stesso autobus per raggiungere il centro della città. Penso che trascorreremo almeno un’altra ora insieme e mi sento incredibilmente felice. In effetti, è la prima volta che provo sentimenti simili per una donna, ma tutto è talmente naturale e spontaneo che non me ne stupisco.

Mi chiede di ascoltare della musica. Siamo entrambe molto stanche, e ci appisoliamo l’una sulla spalla dell’altra. Il peso del suo corpo sul fianco mi fa sentire sicura, è una sensazione nuova. Fuori dal vetro scorrono le colline, poi le case di mattoni, poi il traffico londinese. Restiamo per un bel po’ intrappolati tra le automobili, e mi accorgo di sorridere. Mi aspetta una bellissima vacanza, eppure non ho per niente voglia di scendere da questo autobus. Mi viene da pensare che resterei in questo torpore felice per altre mille ore.

Arriviamo a Victoria station. Mariolijn ed io sembriamo due amiche di vecchia data, parliamo e scherziamo in grande confidenza. Anziché prendere ognuna la sua strada, senza dire niente entriamo insieme in un caffè della stazione. Qualcosa ci trattiene dal separarci, ma non saprei dire cosa. Sediamo su un piccolo tavolo in disparte, lei si offre di andare a prendere due tazze di caffè e qualcosa per calmare la fame. Torna con un vassoio colmo di muffin e pezzi di torta, tutta contenta. Adora i dolci inglesi, mi dice, non smetterebbe mai di mangiarli. Le faccio volentieri compagnia, piano piano divoriamo un dolcetto dopo l’altro. Sono tutti squisiti, alla frutta, al cioccolato e alla vaniglia. Tutto sembra succedere per via di una qualche strana dilatazione del tempo che non sappiamo spiegarci, ma alla quale ci abbandoniamo allegramente. Passano altre due ore e finiamo di mangiare. Abbiamo impiegato un sacco di tempo a fare colazione.

Ci rendiamo improvvisamente conto che è giunto il momento di separarci, allora Mariolijn salva il mio numero nella rubrica del suo telefono, e scrive il suo nel mio quaderno. Mi dice di chiamarla, una volta tornata in Olanda. Utrecht non dista molto da dove vivo, e le farebbe moltissimo piacere rivedermi. Non so perché, ma mi suona un po’ come un invito ad uscire, e penso che non mi dispiacerebbe per niente. Dopo esserci abbracciate ci salutiamo, sorridendo e scuotendo la mano, come due bambine dopo la scuola. Mariolijn si volta e cammina a passi veloci tra la folla. La guardo allontanarsi verso l’uscita, finché non riesco più a distinguerla.

Non l’ho mai più rivista.

Read Full Post »

A volte rimango immobile, sul fondo di un pozzo o al buio di una stanza. Succede perché su tante cose sono capace a riflettere, ma non su me stessa. A guardarmi da qui, mi vedo che dormo, mi alzo, fumo, mi infervoro; c’è tanto da esplorare, dicevo, e ben poco da dire.

Un anno fa sono scappata, lontano, per afferrare il bandolo di una matassa che si era srotolata chissà perché, e con pazienza sono riuscita a ricreare il gomitolo. A qualcosa serve, fuggire, allora. Ma adesso è il momento di restare, ed attendere. Intanto ho 22 anni, qualcuno impreca fuori dalla finestra e non riesco a scrivere. Tanti auguri a me.

Read Full Post »

C’era una volta un ragazzo, mentre io ero in Olanda. Questo baldante giovine soleva tenermi compagnia dalle 20:00 in poi, con la televisione rigorosamente sintonizzata su Raiuno. 
Il nostro discorrere partiva dalle vesti di Don Matteo, incrociava Capri e sfociava gioiosamente verso La botola…e Ti lascio una canzone.

Soprattutto Ti lascio una canzone.

Quante serate trascorse ad ascoltare i soavi bambini intonar canti della tradizione Italiana! Quanta gioia nel vedere il sorriso della cara Antonellina! E quante laGrime comparvero nei nostri visi tristi e addolorati, quando l’ultima puntata si chiuse silenziosa tra i titoli di coda.

Devo qualcosa a questo ragazzo, per la sua pazienza e le tante attenzioni che mi ha dato.

Marco, mio Marco! Possa Luca Giurato vegliare sulla tua testolina pelosa, guidandoti verso il Sapere!

Read Full Post »

Eppure, sebbene mi sia difficile crederlo, un anno è già passato. Mi si stringe la gola, a pensarci.

Read Full Post »

Questa scala l’ho guardata tanto a lungo da poterne ricordare ad occhi chiusi i graffi di ruggine.

Appena sveglia, prima di chiudere le tende alla giornata che finisce, durante i pomeriggi noiosi passati a rinchiudermi nel guscio senza che un filo d’aria potesse filtrarne.

Ci sono stampati i miei pensieri su quegli scalini, e nella vernice rossa che cambia tono a seconda del cielo. Il rametto attorcigliato al corrimano, mi sono sempre chiesta come dovesse figurare ricoperto di edera. Forse troppo verde, ma comunque bello.

Oggi c’è anche un gabbiano in equilibrio sul lampione in lontananza; si confonde con il grigio e diventa nuvola, se non fosse per le punte più scure delle ali. 

Ho creato dei mondi scorrendo con lo sguardo questa spirale – tanto è pregna di quello che avevo da immaginare che una volta lontana ne sentirò la mancanza. Sa di noi, di ricordi neppure nati ma già vivi.

 

Strano, no?Giusto quando avevo iniziato ad essere scettica riguardo le simmetrie.

Read Full Post »

E’ incredibile quanto possa essere autunno in questi giorni, qui in Olanda.

Oggi una tempesta mi ha travolta giusto giusto mentre ero a metà strada tra casa mia e il centro della città. In una di quelle stradine nascoste, la classica scorciatoia lontana da tetti e possibili ripari di emergenza.

E così, zuppa nel mio cappotino rosso, ho continuato a pedalare ad occhi chiusi controvento, mentre i goccioloni pesanti mi ricoprivano completamente.

Ma l’acqua non mi dà fastidio; e nemmeno le nuvole o il freddo. Solo, credo che sarà ancora più difficile tornare a casa.

Poco fa ho capito perché mia madre amasse tanto sistemarmi i capelli quando ero bambina.

Caithlyn mi ha chiesto di farle le trecce; momento di assoluta serenità in camera sua, con la luce fioca e il vento che fuori imperversava. Lei seduta sul letto, intenta a fingere (perché ancora non ne è capace) di leggere un libro su un papà che non sapeva cucinare le uova; io in piedi, dietro di lei, che le intrecciavo i capelli morbidissimi e lisci all’eccesso, con pazienza e dolcezza, senza pensare a nulla. 

 

Stamattina mi sono svegliata con un acuto senso d’odio nei miei confronti. Sarà perché ho sognato un’altra me stessa, perfetta e priva di tutte le cose che detesto in me. Nel sogno ovviamente c’ero anche io io, che vedevo la Mei perfetta essere accettata da tutti (miei genitori in primis) ed amata, e coccolata. Io Imperfetta seguivo tutto da un angolo buio con un desiderio impellente di correre verso la Mei Perfection e strozzarla con le mie mani. Non è strano che svegliandomi abbia sentito un disgustoso amaro in bocca.

Ancora se penso a quel sogno sento prudere le mani. E’ che effettivamente mi sono sempre sentita divisa a metà, ma in questo periodo più che mai. Sarà che vorrei avvicinarmi qualcuno, ma appena questo qualcuno è effettivamente vicino, io comincio a indietreggiare solo il mio misterioso cervello sa il perché. O che apro dei varchi e lancio dei segnali, ma poi decido che non è il caso, il perché va chiesto sempre al mio caro cervello. Rinnego le cose che voglio di più e tutto ciò è altamente frustrante. Non so che darei per essere Integra; non d’accordo con qualcuno, semplicemente con Me stessa.

Forse verrà tutto quando inizierò ad avere una stabilità nella vita, non lo so. Vorrei solo pensare con una testa, non con due.

Read Full Post »

Older Posts »