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Archive for the ‘ore’ Category

Fumare mi calma.

Da qualche parte ho letto che succede perché l’atto di fumare ci ricorda inconsciamente il momento dell’allattamento, e questo aiuta a tranquillizzarci. Ma non è che fumare mi piaccia. Ogni volta che lo faccio, la gola inizia a bruciare terribilmente e mi gira anche un po’ la testa. Solo che è un un piccolo aiuto. Prendere cinque minuti per me; uscire fuori, sedermi, accendere la sigaretta, stare lì a pensare a niente. In un certo senso riesco a fare il vuoto in testa, ed è una sensazione piacevole.

Per me ogni cosa si carica di significato. Ogni oggetto, ogni via, ogni strada o luogo dove ho vissuto qualcosa. Questa potrebbe essere una bella capacità normalmente; legare tutto a un evento, a un certo giorno, e poterlo ricordare con piacere, come avere tante piccole porte verso il passato. Ma diventa una mezza tortura quando invece vorresti staccarti da tutto, guardarti solo dentro o guardare avanti in maniera logica e razionale.

Se vi chiedessero come vorreste essere, cosa rispondereste?

Io direi che vorrei avere controllo. Non vorrei più perdermi nel mare dei pensieri che mi affollano, come una piccola barchetta di legno. Vorrei poter mettere questa mia piccola barchetta nella stiva di un grande transatlantico e assicurarmi un viaggio stabile, sebbene non piacevole.

Certo avere una piccola barchetta ha i suoi pregi. Quando il mare è calmo, sporgendosi un po’ si può vedere il fondale, e si possono incontrare vari compagni di viaggio. Delfini e balene, soprattutto. A me piacciono le balene. Un giorno vorrei poter imparare la loro lingua e capire quello che si raccontano. Chissà quante storie hanno da dire. Si dice che le balene siano gli umani del mare.

Ma quando invece il mare è in tempesta, è difficile rimanere aggrappati all’albero maestro. E i canti delle sirene?

Questa mattina inizia con una fuga da casa. Una corsa attraverso la città, nel giorno che comincia, una sosta veloce per prendere un accendino – “Va bene giallo, signorina?” – e una strana colazione al bar – cappuccino, brioche semplice e un bicchiere d’acqua – mentre Mina canta “Grande grande grande”.
A quello che succederà in seguito, ancora non penso. Mi limito ad ascoltare.

Con te dovrò combattere
non ti si può pigliare come sei
i tuoi difetti son talmente tanti
che nemmeno tu li sai.
Sei peggio di un bambino capriccioso
la vuoi sempre vinta tu,
sei l’uomo più egoista e prepotente
che abbia conosciuto mai.
Ma c’è di buono che al momento giusto
tu sai diventare un altro,
in un attimo tu
sei grande, grande, grande, le mie pene
non me le ricordo più.
Io vedo tutte quante le mie amiche
son tranquille più di me,
non devono discutere ogni cosa
come tu fai fare a me,
ricevono regali e rose rosse
per il loro compleanno
dicon sempre di sì
non hanno mai problemi e son convinte
che la vita è tutta lì.
Invece no, invece no
la vita è quella che tu dai a me,
in guerra tutti i giorni sono viva
sono come piace a te.
Ti odio poi ti amo poi ti amo, poi ti odio, poi ti amo,
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.
Ti odio poi ti amo poi ti amo,  poi ti odio poi ti amo
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.

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Guasti.

Il problema vero arriva quando te ne rendi conto. Fai una data cosa per un periodo, magari non è la tua attività preferita ma comunque ti porta verso una certa direzione. Poi per una qualche casualità questa cosa non puoi più farla, e la routine si tronca. Esempio: passavi otto ore al giorno a lavorare di fronte a un computer, si rompe il modem e non puoi più fare niente fino all’arrivo del tecnico. E il tecnico tarda, così ti ritrovi ad avere due interi giorni liberi, nei quali però sei costretto a rimanere in ufficio per attendere il famoso tecnico. Io ho risolto l’annosa questione del tempo che non passa semplicemente leggendo, per sedici ore di fila, durante le quali ho concluso un libro e ho potuto leggere buona parte di un altro, per un totale di circa quattrocentocinque pagine.

Ma poi il tecnico è arrivato, tutto si è sistemato, i computer sono tornati a vivere e il lavoro è ripreso. E’ qui che è iniziato effettivamente il problema. Perché ho ricominciato a svolgere i miei compiti con una strana fatica. Non amo il mio lavoro, non è ciò che voglio fare nella vita, ma prima del guasto avevo comunque un certo piacere a svolgere le stesse cose ogni giorno – aprire l’ufficio, dare aria alle stanze, avviare i computer, ordinare i dati eccetera. Faceva tutto parte della mia piccola routine giornaliera, sulla quale piano piano avevo imparato ad adagiarmi, e che il guasto ha spezzato. Quando il sistema è tornato a funzionare, sono rimasta una buona mezz’ora a fissare lo schermo e pensare che avrei preferito leggere. Oh, quanto avrei preferito leggere. E ho preso a svolgere i miei compiti svogliatamente, in maniera strascicata, una cosa dopo l’altra non per il gusto di concludere davvero qualcosa, ma giusto per ammucchiare i fogli completati e dirmi che – ah, finalmente ho ripreso a lavorare. No, non mi piace per niente. Ma proprio per niente. E il tecnico del telefono, – che faccia tosta – dopo aver messo a posto l’aggeggio bloccato, mi ha persino chiesto di prendere un caffè insieme.

Il libro che ho concluso è “Il libro nero” di Orhan Pamuk. Con questo mi sento di dire a Daniel Pennac che si sbaglia di grosso quando sostiene che il lettore è libero di saltare le pagine che lo annoiano, per arrivare alla conclusione. Grandissimo, enorme, spregevole errore. “Il libro nero” mi ha annoiata a morte per le prime duecento pagine, una fatica che non sto a spiegare, e mi ha sorpresa e completamente coinvolta nelle ultime trecento – che se non avessi letto dopo essermi trascinata per le prime duecento non mi sarei goduta allo stesso modo. Quindi grazie Orhan per avermi scartavetrato gli zebedei per un po’, ne è valsa la pena.

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E. R.

La signora raschia il pavimento. Ogni tanto il telefono squilla, allora si alza lentamente – prima su un ginocchio, poi sull’altro, poi una spinta e via – si avvicina al mobile dell’apparecchio, alza la cornetta. La signora non ha mai parlato, da quando abita qui. Al telefono sorride,  si batte una mano sul petto e guarda in alto. Rimane a bocca spalancata, un rivolo di bava le goccia sul colletto della vestaglia. Strappo un pezzo di scottex e la pulisco, poi prendo a mia volta il telefono, – Pronto? – ma il segnale è già andato.

La signora raschia il pavimento dove il gatto ha vomitato. Ha un siamese tronfio e pigro, che ogni giorno biascica chissà quante foglie delle rose in giardino, quelle trattate, che puntualmente rigetta in qualche angolo buio della casa. La signora aspetta che succeda, ogni giorno, perché è tutto ciò che le resta da fare. Allora asciuga il vomito con la carta, passa lo straccio, prende la spazzola rossa e comincia a strofinare. Strofina per ore, finché non si addormenta stremata poggiata al muro.

Io sto nella stanza in fondo. Dalla porta, sempre aperta, vedo il corridoio, il salotto scuro e la polvere che galleggia nei righi di luce che entrano dalla vetrata. Non sento suoni, solo ogni tanto lo strascicare delle ciampelle della signora e il rumore della spazzola sul pavimento. Alla signora invidio i capelli rossi, ancora lucenti.

Qui, oltre a me e lei, non è rimasto più nessuno.

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[…] Vicino casa mia c’è una delle peggiori gelaterie che conosca. Tutto, dal pavimento, al soffitto, alle decorazioni, ai prodotti in vendita, è artificioso e complesso – mette la stessa malinconia di una vecchia giostra in uno di quei luna park semideserti che si vedono nei film, dove i bambini scompaiono o viene comunque ucciso qualcuno. Luci al neon di vari colori illuminano il soffitto, i gelati risaltano di tinte poco rassicuranti e, trovandosi in un punto strategico di una città turistica, il locale è sempre, inesorabilmente, pieno zeppo di gente. L’aria condizionata non funziona, il pavimento è sporco, i posti a sedere mai liberi, i commessi sempre annoiati, litigano in continuazione e si lanciano frecciatine sottovoce. Il gelato non ha nessun tipo di sapore e consistenza, come mangiare ghiaccio leggermente squagliato. Eppure ci vado, io, in questa gelateria. Non so perché, non so neppure per quale motivo ne stia parlando, ma beh. In effetti mi fa pensare a qualche atmosfera dei libri di Lansdale, sarà quello.

E poi invece c’è un bar molto carino, a due passi dall’ufficio. E’ il bar che frequentano tutti i miei colleghi, per colazioni o aperitivi vari. Io mi sono sempre rifiutata di metterci piede, anche solo per cambiare i soldi. Ma lo trovo grazioso e accogliente. Vedi, sono scollegata, con la testa penso in una direzione e nei fatti vado dall’altra parte. Sarà per questo che cammino strana. Ho anche paura di incrociare le altre persone, se qualcuno viene verso di me sullo stesso marciapiede cambio lato strada velocemente, da sempre. Se proprio non posso spostarmi abbasso la testa e tiro dritta, grattandomi la nuca. Senza occhiali, con la musica alle orecchie. Da fuori devo essere una visione sconcertante.
Se solo tu potessi vedermi.

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F.

E’ un vero peccato non avere niente su cui scrivere. Ogni pensiero scivola via e non torna, per quanto possa rincorrerlo scompare, e non riesco più a trovarlo. Il treno mi concilia le riflessioni, avrei detto tanto l’altro ieri, ma non posso ricordare altro che le immagini che mi scorrevano di fronte. C’erano dei palazzi di periferia, poi i campi, la mattina che già appena sveglia grondava di sudore. Il mio libro, aperto sulle ginocchia, e i miei occhi assonnati.

Forse è proprio ora di comprare un nuovo quaderno.

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Mi piace conoscere le voci delle persone. Sia di quelle che mi sono vicine che di quelle che non ho mai visto. Per questo motivo, alle volte faccio un gioco. Prendo l’elenco telefonico grande, che sta sotto il telefono nel mobile del corridoio. Decido un luogo a caso, tra quelli elencati, una parte della città o un paese di provincia, preferibilmente piuttosto piccolo. Inizio a sfogliare le pagine fitte di nomi e numeri di telefono e scelgo  qualcuno, perché mi ricorda qualcosa, o semplicemente perché il suono delle sue lettere mi piace. Compongo il numero e aspetto. Capita che non risponda nessuno, ma il più delle volte la cornetta si alza. Dicono “Pronto?”; lo ripetono due, al massimo tre volte, poi si spazientiscono e riagganciano. Se una voce mi piace particolarmente, la richiamo subito, sempre rimanendo muta. Di solito quando la persona che alza il ricevitore sente di nuovo silenzio nella cornetta, aggiunge uno sbuffo ai due-tre “Pronto?”. Se la voce mi piace proprio tanto, continuo a chiamare finché il mio interlocutore non si stufa e stacca il telefono.  Allora segno nome e numero in un taccuino, con una piccola annotazione riguardo sesso della persona, presumibile età, quando richiamare. Di solito mi ripropongo dopo un mese, nello stesso modo, chiamando ma senza dire niente. Non ho mai parlato con nessuno degli interlocutori, perché voglio solamente ascoltare le loro voci. Certo, alcuni di loro vorrei conoscerli, ma la situazione suonerebbe troppo strana e intricata, tanto che nessuno accetterebbe di incontrarmi.

Ho un mio preferito, che è anche quello che odio di più. E’ un signore sulla cinquantina. Decisi di chiamarlo tempo fa, perché il suo era anche il cognome di un amico. Di giorno non risponde mai, di notte sempre. La domenica mattina stacca il telefono, e lo rimette in funzione alle 11:30. Con lui mi sono proposta allo stesso modo degli altri: chiamando e richiamando, solo per ascoltare la sua voce. La notte in cui lo sentii per la prima volta, mi piacque talmente tanto che desiderai chiamarlo all’infinito, solo per ascoltare. Alzava la cornetta sempre dopo due squilli, diceva “Pronto?” due volte, e non riagganciava mai. Non sbuffava nemmeno. Se ne stava dall’altro capo del telefono, silenzioso, come me. Allora ero io a dover interrompere la conversazione. Lasciavo passare qualche minuto e ricomponevo il suo numero; l’ho fatto talmente tante volte che lo conosco a memoria. L’uomo attendeva che dicessi qualcosa, pazientemente, senza stufarsi. Ho continuato questo gioco fino alle sei del mattino, poi sono crollata addormentata, le spalle poggiate al mobile del telefono. Ho aperto gli occhi dopo qualche ora, con addosso una dolorosa benché dolce sensazione di sconfitta.

So come si chiami e dove abiti. Sono passata a volte di fronte a casa sua, per via di alcune vicissitudini ho avuto anche possibilità di entrarci, in due occasioni. Lui non c’era mai. Ho visto il suo aspetto nelle foto, so qualcosa della sua storia perché mi è stata raccontata. Ma non l’ho mai conosciuto. Lo amo per la sua pazienza, e per lo stesso motivo lo detesto. Conduco una vita solitaria e ripetitiva, alcune notti mi sento impazzire, allora faccio il suo numero fino allo sfinimento, e lo ascolto rispondere. Ogni volta cado addormentata, col telefono in mano, sognando la sua voce. Non so cosa pensi, ma credo che le mie chiamate in qualche modo gli siano gradite. Dev’essere stato abbandonato, quell’uomo, come me. Il suo, è l’unico numero che non abbia mai annotato nel taccuino.

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Non salutare qualcuno e ascoltare canzoni tristi poi. Questo dovrei ricordarmelo.

Si passeggia per una strada luminosa, il sole non è ancora alto ma c’è già una pozzanghera umida sotto le ascelle. Si incontrano persone di ogni tipo, qualcuno scende dall’autobus per andare a lavorare in cantiere. Sembra non esserci tempo. Sembra che io sia sempre in ritardo, ma alla fine dei conti è in anticipo che arrivo. Mi ferma un’immagine sulla vetrina impolverata di una ferramenta chiusa. Dentro le viti e le chiavi da lavoro riposano silenziose, aspettando che la saracinesca si alzi e che qualcuno, finalmente, le scelga.

Saluto questa stanza in un momento, mi sento come la casa che avevamo all’isola a fine settembre, quando la porta si chiudeva e tutto tornava a tacere, per mesi, fino al ritorno dell’estate. I rumori del mattino. C’è un bar sotto casa mia, lo costeggio passeggiando e odora di caffè. Alle cinque non c’è fermento, se non nei camion della spazzatura. Se ne stanno tutti in fila, pazienti, ad aspettare il loro turno per scaricare i rifiuti in un camion più grande, che rumorosamente li macina e li porta chissà dove. Al mattino ho voglia di partire. Tornare indietro e andare via. Ma è ciò che penso ogni mattino.

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