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Archive for the ‘paranoie’ Category

Ho capito che mi stavi sulle balle quando sei andata via e non riuscivo a farti un disegnino di addio. Buttai giù non so quante donnine con in mano un quadrifoglio e un fumetto – good luck – nessuna che davvero lo volesse dire, solo piccole chiazze d’inchiostro inespressive sparse sul quadreno. Ogni tanto mi ricapita tra le mani, e dico, già, quella stronza. Il modo in cui pronunciavi la r, quello poi. Ho capito di odiarti quando dopo mesi che non ci sentivamo e chiedevi di me, a chi me lo raccontava rispondevo: non le darei mai i miei contatti personali, non possiamo mica scriverci le letterine; non saprei nemmeno cosa dirle. Ho capito che sei una brutta stronza, sei proprio una stronza, e fai parte del manipolo di stronze con cui non voglio avere niente a che fare, ma sei troppo lontana per potertelo dire e non ho i tuoi contatti, vedi sopra. Che palle le donne, brutte stronze, finisce sempre male.

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Oggi, per la prima volta, sono entrata nella biblioteca in cui vado più o meno ogni giorno oramai da tempo. Mi ci sono voluti quattro mesi per riuscire a varcare una delle porte di accesso alle sale interne, paonazza e agitatissima, e chiedere informazioni ad una delle impiegate dell’accoglienza. E prima di farlo, da bravo gatto diffidente, mi sono sincerata della situazione setacciando ingresso dopo ingresso, spiando dalle porte a vetri cosa succedesse lì dentro – mio dio! studenti che studiavano, lettori che leggevano e curiosi che guardavano film, una scena davvero raccapricciante eh?

Prima non entravo. Voglio dire, rimanevo sempre in una delle corti esterne, all’aperto, dove per metterti a studiare non devi chiedere niente a nessuno e i tavoli sono troppo piccoli perché qualcuno ti si possa sedere accanto. Il mio angolo era a destra di una statua di bronzo – una donnina che guardava chissà dove, piuttosto insignificante – e da lì in effetti non mi sono mai spostata. Finché non mi è venuto questo raffreddore gigantesco e l’aria si è fatta troppo umida per rimanere allegramente fuori. Sono entrata per necessità.

Non so di cosa avessi paura, certo è che in quanto a codardia Bastiano Baldassarre Bucci mi fa un baffo. Bah.

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Come svegliarsi all’alba in una casa abbandonata. Gli armadi vuoti, le scatole ammassate agli angoli, la polvere sugli scaffali. Nella notte ho quasi paura a muovermi, non cambio posizione. Mi accompagna un sonno leggero e rimango appesa a quello che succede nella realtà, perfettamente conscia dei miei pensieri. Suona la sveglia e il cuore mi schizza fuori dal petto, il cielo è viola. E’ ora di partire.

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Siedo, lo sguardo preoccupato. Il dottore mi guarda, mi scruta; osserva i miei occhi con una lampadina, mi dice di estrarre la lingua e dire forte “AAA”. Ticchetta le mie ginocchia con un martelletto, ascolta attento il mio respiro.
“E’ grave?” dico. Il dottore sospira, lo sguardo corrucciato.
“Uhm…come spiegarle. Si direbbe un rarissimo caso di Inoculatezzum Infantilis. ”
“Oh”, sussulto stupita,  “sembra una cosa seria. E mi dica dottore, in cosa consiste, specificamente? La mia vita è a rischio?”
“Dunque, direi di sì. Questo genere di morbo fa agire le persone di istinto, e con troppa sventatezza. Ad esempio, avrà notato nel suo vivere normale, che le sue scelte non sempre portano ad una logica conclusione. Anzi! Meno che mai. Si guardi qualche ora fa, mentre sceglieva contenta quel gelato – che scioccamente andava a buttare poco dopo, insoddisfatta dal gusto”.
“Ma dottore, come potevo saperlo? Non avevo mai provato quella gelateria prima. E poi lei come fa a conoscere questo episodio?”
“Classica risposta da soggetto affetto da Inoculatezzum . In realtà, se lei fosse sana, sarebbe stata capace di valutare in anticipo la qualità del gelato, ed avrebbe desistito nell’acquistarlo, evitando così un inutile spreco di denaro e di energie.”
“Mah, se lo dice lei. Però continuo a non capire, dottore. Perché il mio comportamento è sbagliato? Che cosa c’è di male nell’assaggiare una cosa, e se non ci piace, buttarla via?”
“Semplice, signorina. Il suo modo di fare è definito nonsensus. Si ricordi che un individuo perfettamente sano non incorre mai in simili ragionamenti. Essere sani vuol dire agire con calma, pensare alle conseguenze. In un certo senso, vuol dire essere adulti. Vede, è come se in lei ci fosse una piccola bambina capricciosa, che esce fuori a suo piacimento e inventa una giustificazione per tutto. Questo è sbagliato, direi proprio senza senso”.
“Ah. Capisco. E c’è un rimedio?”
“A tutto c’è rimedio, tranne che alla morte, non trova? Le prescrivo delle comunissime pasticche di Oculatezza. Vedrà che già dopo qualche applicazione starà meglio, ed eviterà di perdere un sacco di tempo. Non dovrà più assaggiare, provare, testare niente; tutto sarà attentamente selezionato dal suo cervello, che si manterrà sugli schemi che ha sempre avuto, senza cambiare una virgola.”
“E lei dice che così starò meglio, dottore? La cosa non mi convince.”
“Ma certo, certo! Lei è proprio un caso grave signorina. Non vede che a causa della sua malattia sta agendo sgarbatamente nei confronti di cose e persone? Chi le è vicino si innervosisce, la guarda con occhio deluso. Dia retta a me, un po’ di oculatezza al giorno e la sua vita cambierà. Niente più curiosità e spontaneità; diverrà finalmente una giovane ragionevole”
“Non che mi sia mai interessato, dottore. A me piaceva procedere per tentativi, e poi credo che sia molto divertente provare e riprovare. Ad ogni modo, non intendo rinunciare alla mia curiosità; men che mai alla mia fanciullezza. Stavo bene da bambina, sa? E poi, ce ne sono già tanti di grandi grigi al mondo, una di meno non farà certo la differenza”.

Ho le lacrime agli occhi e stringo i pugni. Sul volto del dottore si disegna un sorrisetto freddo, distaccato e soddifatto.
“Ma non vede”, dice lentamente ” che così reagendo non fa altro che darmi ragione e mostrare i segni della sua malattia? Suvvìa signorina si calmi, si sieda. Si asciughi quelle lacrime e prenda con se questa ricetta. Vedrà, quando la visiterò tra due settimane, sarà una persona completamente nuova, sarà una vera donna. Corra in farmacia adesso, la prima pasticca la prenda dopo mangiato. Arrivederci”.

Fuori ha cominciato a piovere. Di fronte a me le strisce pedonali si lasciano andare ad un leggero moto ondulato. Le guardo ballare e finalmente sorrido, poi mi avvio alla farmacia con riluttanza. Chissà se questa benedetta Oculatezza mi farà anche smettere di vedere le strisce che ballano. Peccato, a me piacevano.

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Si mormora che la mia mera esistenza avrà fine il giorno 21 settembre di questo anno. Per l’occasione, pubblico qui sotto un simpatico conto alla rovescia, che mi ricorderà quanto mi resta da vivere.

Tuttavia, nulla è certo. Si accettano scommesse di vario genere. In palio alcuni miei possedimenti di valore, tra i quali un MacBook pro (rotto ma funzionante) e le mie opere artistiche (create su materiali eterogenei, dalla carta igienica alla stoffa).

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Quando mi ammetto di avere paura, veramente paura, comincio a sentirmi piccolissima.  E a pensarci, ora, mi sento minuscola.

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Forse hai ragione tu, Francesca: è questione di ottimizzare i tempi. Se una cosa non fa stare bene, allora cambiarla, metterla da parte. Per quanto i tuoi discorsi siano, come hai tenuto a sottolineare, banali e già sentiti – ma mai abbastanza ripetuti – so di doverti ascoltare. E ringraziare, anche; c’era qualcosa di triste scritto qui sopra, poco fa, e l’avviso di una brutta giornata. Ogni ferita un muro che inizia a costruirsi – si cambia per sopravvivere, dici, e non posso darti torto.

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