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Archive for the ‘passeggiate’ Category

Non avevo mai pensato alla voce delle persone che incontro ogni giorno in biblioteca. Al loro modo di fare e comportarsi, fuori dal silenzio della sala di lettura.

Vado spesso e mi trattengo poco, giusto il tempo di ripassare qualche argomento e tornare puntuale al mio lavoro. La prima cosa che mi viene in mente di quei momenti è il dolore alle mani per il troppo scrivere, calcando forte la penna sul foglio. Non riesco a farlo in un modo diverso, e premo talmente tanto da sentire dolore fino alla spalla. A volte penso che per ricordare bene ho bisogno di “incidere” quello che devo imparare, nel quaderno e da qualche parte nel mio cervello. Ci dev’essere una parete grande, dove riposano kanji, nozioni grammaticali, espressioni di uso comune della lingua giapponese. La mia insegnante si sorprende della mia memoria. Per vanità, non credo che le rivelerei mai questo mio segreto. Capirebbe che in qualche modo anche io ho un “trucco”, e forse non penserebbe più che sono un po’ speciale.

Poi mi viene in mente il legno antico degli arredamenti. I vecchi libri silenziosi, poggiati l’uno sull’altro, e le pareti altissime. Il lucernario, attraverso il quale il cielo sembra sempre coperto, così che ogni volta che esci fuori è una sorpresa trovare il sole.

Infine le altre persone. Di questi tempi non rimaniamo che io e forse altri due – tre ragazzi, che approfittano degli ultimi giorni in città prima delle vacanze per sistemare fogli e documenti, o cominciare a leggere qualche nuovo libro di testo. Ma normalmente siamo in tanti, ognuno occupato nel suo angolo di tavolo.
Mi piace osservare gli altri. C’è chi studia ascoltando la musica, chi legge, chi ripete muovendo solo la bocca, senza emettere suoni. Gente con i libri tutti sottolineati a matita ed evidenziatori di colori diversi, fogli sparsi, gomme, lapis.

In particolar modo mi incuriosiscono quelli che vengono in biblioteca da soli, non in gruppo. I gruppi sono antipatici, fanno chiasso e ridacchiano di continuo. Mentre le persone sole sono così silenziose, e buffe da guardare. Spesso immagino la loro vita, quello che fanno normalmente, o che tipi siano. Posso capire quello che studiano dalle costole dei loro libri. La gran parte si occupa di legge. In un certo senso ammiro gli studenti di legge. Io non potrei mai occuparmi di una cosa così noiosa, senza distrarmi o divagare. Ma forse loro pensano lo stesso di quello che studio io, chi può saperlo.

Tutte queste persone non le sento mai parlare ad alta voce. Non so che tono abbiano, come si esprimano. Ma qualche settimana fa è capitato che incontrassi due dei ragazzi fuori dalla biblioteca, mentre camminavo verso la mia bicicletta. Passeggiavano anche loro, lentamente, diretti non so dove. Ho potuto sentire le loro voci chiaramente, parlare della vita al sud e di come sia Cosenza. Sono rimasta davvero molto sorpresa. Non so perché ma non avrei mai pensato che potessero avere un accento così marcato. Quando immagino la vita dei ragazzi della biblioteca penso a loro come se fossero personaggi di un libro, o di un film, con un italiano perfetto senza inflessioni, e con comportamenti già stabiliti dallo scrittore, dal regista o da chicchessia.

In sostanza, sono rimasta un po’ male, come se si fosse spezzato un incantesimo. Avrei preferito non sentirli.

Talvolta mi capita di credere che anche io sia il personaggio di qualche libro. Che nel momento in cui chiuderò gli occhi, quello che ho intorno a me sparirà e mi ritroverò nel corridoio buio di un hotel, schiacciata dalle pareti strette a origliare da una porta qualcuno che parla.
Non so perché, ma questo mi fa sentire tranquilla.

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Mi piacciono i giorni dissociati. Sapere che è il primo giugno, aprire la finestra e vedere il cielo coperto, sentire il vento freddo sul viso. E’ quasi estate ed io vado a ripescare nell’armadio i miei vestiti autunnali: calze maglia nere, vestitino nero semplicissimo, lungo pressappoco fino al ginocchio, maglia nera a collo alto; poi un ombrellino nero, per ripararmi dalla pioggerella debole che riga il mattino.

Ierisera, sul treno, accanto a me sedeva un ragazzo con una grossa stella tatuata sul collo. Circoscritto nella stella, il volto noto e corrucciato di Che Guevara. Il ragazzo ogni tanto mi guardava e sorrideva, quasi imbarazzato, nascondendosi il disegno con la mano, ostentanto una certa disinvoltura che non gli era propria. Dev’essere uno strascico dell’adolescenza, ho pensato. Io di quel periodo mi porto dietro solo l’indirizzo email, del quale mi vergogno e che trovo piuttosto ridicolo, ma immagino che dover convivere per sempre con un tatuaggio fatto a seguito di non si sa bene quale passione infervorata non debba essere proprio semplice. Mi chiedo come ci si possa convincere, a 13, 14, 15 o 16 anni, a stamparsi indelebilmente un’immagine addosso. A me sembrava tutto talmente passeggero, ai tempi, e in evoluzione, che a fare una cosa simile non ci ho nemmeno mai pensato. Neppure adesso lo farei, ma in quegli anni men che mai, senza dubbio.

Sono un puntino nero che cammina nella pioggia. Firenze è grigia e oppressa, l’aria sembra pesare sulla testa. Passo accanto a una vetrina e penso che le mie gambe siano effettivamente buffe, ma che importa. Suona Teardrop nel mio Ipod.

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Faccio la spesa, mentre fuori piove. Esco in strada carica di due bustone stracolme, e decido di sedermi al riparo dalle gocce, per fumare una sigaretta in santa pace. 

Quando l’omino passa, so già per certo che tornerà verso di me. Io attiro i matti, oramai è appurato; giusto ieri un tizio assurdo mi ha chiesto la mano mentre ero intenta a consultare alcuni volumi in libreria, per non parlare degli innumerevoli episodi passati che avrei da raccontare. Questo di oggi è basso, ha gli occhi stretti. Mi si avvicina con ostentata indifferenza; estrae un biglietto stropicciato dalla tasca del giubbotto in simil-pelle, e me lo porge, esitante.

“E’ il mio ultimo libro, quello che ho pubblicato”, dice. Guardo il pezzetto di carta distrattamente, tutto ciò che riesco a leggere è “perché mi scappa la pipì?”, scritto in fuxia, in mezzo a una serie di altre frasi. “Ho fatto alcune interviste a quaranta donne tra i venti e i cinquant’anni. Ora sto scrivendo un nuovo libro, e proprio per questo volevo chiederti…posso farti un test brevissimo?”.
Perché no, penso. “Perché no” dico, infatti. L’omino, seppur strambo, sembra simpatico ed ha un che di buono. Ammetto di essere confusa dalla situazione, ma continuo a sorridere, incuriosita. “Andiamo dove possiamo evitare di bagnarci”, dice. E andiamo.

Sotto un tetto sporgente disegna, poggiandosi al muro, una specie di grande U rovesciata, sul retro di un altro di quegli strani volantini del suo fantomatico libro.
“E ora disegna ciò che questa figura ti fa venire in mente”, mi dice. “Io ci vedo un arcobaleno, ma non ho i colori per farlo”, spiego. “Fallo lo stesso. Tanto che è un arcobaleno lo hai detto”. E così traccio sei righe che seguono la curva di quella originale, più grande. 
“Fatto.”
“Bene. E ora dimmi: una parola per descrivere te stessa” 
“Mmm…albero?”
“Perfetto. E ora, se ti dico sesso, che cosa ti viene in mente?”
“Mmm…fuoco?”
“Benissimo. Grazie, è stato un vero piacere” e sparisce tra i motorini parcheggiati, senza aggiungere altro. “In bocca al lupo per il libro!” – provo ad urlare – ma già non riesco più a distinguerne la figura. Chissà chi cavolo era, mi chiedo. Poi penso al bigliettino che mi ha lasciato; leggo velocemente i titoli dei capitoli e giungo alla conclusione che non lo comprerò, senza dubbio. Mi scervello un po’ sulle domande che mi ha fatto, mi chiedo per che cosa potranno mai essere utilizzate; poi faccio spallucce e cammino veloce verso casa, con la musica alle orecchie.

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La prima sigaretta del giorno è quella alla quale non so rinunciare. Sebbene ultimamente il mio tabagismo si sia molto limitato, per un qualche motivo che non so spiegare sento il bisogno di aprire le danze, ogni mattina, con una capiente tazza di caffè seguita dal fumo corposo di una Winston blu, che brucia lenta mentre mi avvio verso il lavoro. E le cuffie alle orecchie, che suonano la musica che mi suggerisce il tempo. 

Sarà strano per me scrivere, in questi giorni – forse un po’ forzato. Ma mi sento male a rimanere ferma, guardare lo schermo o un foglio di carta senza stendere una sola riga. Sarò un po’ scoraggiata, o troppo concentrata da qualche altra parte, che siano le parole di una canzone o del libro che sto leggendo. 

N.d.r.: la simpatica Youtube mi vieta di inserire il video che volevo aggiungere. Allora vedetevelo qui.

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And when you do
You’ll find the one you love is you

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Quanto è bello quando quello che hai intorno si muove a tempo con la tua musica. Credo di averlo scritto già molte volte, ma non sembra mai abbastanza. Voglio dire; hai una canzone alle orecchie, che nel mio caso era “A&E” di Goldfrapp, cammini e lipperlì non sembra succedere niente. Poi, improvvisamente, mentre Alison si accinge a cantare con voce dolcissima quell “aaaah” che precede la strofa “how did I get to accident” ecc ecc, ti coglie una folata di vento, brusca ma carezzevole, ti porta indietro i capelli e ti fa stringere nel cappotto, il tutto rigorosamente in base alle note e all’intensità del pezzo in quel momento. Non so, è una cosa che mi emoziona sempre tanto. Ma a scriverla non è che renda molto, in effetti; è come quando vedi qualcosa di molto divertente o molto triste, ma tentando di spiegarlo a qualcuno a parole non riesci a riportare le tue emozioni. Eh vabbè.

Vorrei riuscire ad ammettermi alcune cose. Ma vorrei anche poterle scrivere. Così, con leggerezza. Ma non posso mica.

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