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Archive for the ‘ritorni’ Category

Tonda nel ciel di maggio
come un formaggio d’olanda
monta la luna in viaggio
ed il suo raggio ci manda
questo paesaggio che miraggio!
che sogno,
che sogno!

Dorme il mulino a vento
sotto la luna d’argento
dorme l’olandesino
nel suo lettino piccino
ogni cosa giace tutto tace
che pace…
che pace…

Odi i fior parlar tra looor!
parlano tra loro i tuli
tuli tuli tulipan
muoveranno in coro i tuli
tuli tuli tulipan
odi il canto delizioso
nell’incanto sospiroso
parlano d’amore i tuli
tuli tuli tulipan
deliziosi al cuore
tutti i sogni miei ti giungeran
e di me ti parleranno
i meravigliosi tuli tuli tuli
tuli tuli tuli tulipan

Parlano tra loro i tuli
tuli tuli tulipan
muoveranno in coro i tuli
tuli tuli tulipan
oggi tu
parli col suon che vien dal cuore
pieno di languore
nell’incanto dei tuoi sogni
oh, tenero amor

La luna di lassu’ dalla cupola blu
sporge gli occhi all’in giu’
udendo questa canzon
il suo bianco faccion
si confonde
e le pare – fatto strano!
di ascoltare
le Lescano
che cantano tuli tuli tulipan
tuli tuli tulipan

Nel cantar questa canzone
le tre Lescan
ti sembreran
tre tuli tuli
tuli tulipan…

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Sono ferma oramai da molto tempo, ed è una sensazione nuova. Più o meno ogni giorno mi scorrono di fronte le stesse strade, con le stesse chiavi apro le medesime porte che ho già aperto il giorno prima e quello prima ancora, e che ancora aprirò chissà per quanto. Sono due le finestre dalle quali scruto fuori gran parte delle mie ore e lì di fronte niente cambia. Una parete gialla e grigia, due finestre decentrate con le imposte chiuse. Un filo nero per tirar giù la tapparella, che quando c’è vento dondola da destra a sinistra, in una danza poco elegante. E ancora dei vetri decorati, sopra il cielo che muta nei giorni.

Mi sono messa in viaggio non appena mi è stato possibile. Dopo aver aspettato per anni, ho chiuso la mia piccola valigia e sono andata via da quello che avevo sempre avuto – senza dubbio per scappare, ma anche per mille altre ragioni che non potrei riportare a parole. Ho visto alcuni posti, invero non molti, ho vissuto in maniere diverse portando abiti diversi e con nuovi risvegli, nuove colazioni, piccole abitudini. Mi sono stancata alla svelta di certi luoghi e ne ho abbandonati altri a malincuore. Ho avuto molte storie da raccontare, gran parte delle quali non sono nemmeno mai uscite dalla mia testa. Di cose da vedere ce ne sono state, spiagge, mari, prati, boschi, sentieri, fiumi, ponti, laghi, case, tetti, giardini spogli e decorati, e se non fosse stato per alcune vicissitudini avrei probabilmente continuato questo disordinato vagare a lungo. Avevo delle cose da cercare e molti nodi da sciogliere. Talvolta mi sono chiesta se non avrei davvero concluso qualcosa in più rimanendo sdraiata sul letto di casa mia a guardare il soffitto e pensare, ma senza darmi risposta. Certo è che queste otto pareti nelle quali vivo gran parte delle mie ore ad oggi spesso mi fanno paura e mi diverto a immaginare quello che sarà quando di nuovo mi muoverò.

– [… ] A che ti serve, allora, tanto viaggiare?
– E’ sera, siamo seduti sulla scalinata del tuo palazzo, spira un po’ di vento – rispose Marco Polo. – Qualsiasi paese le mie parole evochino intorno a te, lo vedrai da un osservatorio situato come il tuo, anche se al posto della reggia c’è un villaggio di palafitte e se la brezza porta l’odore di un estuario fangoso.
– Il mio sguardo è quello di chi sta assorto e medita, lo ammetto. Ma il tuo? Tu attraversi arcipelaghi, tundre, catene di montagne. Tanto varrebbe che non ti muovessi di qui.
[…] Marco Polo immaginava di rispondere che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari alla sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino.
A questo punto Kublai Kan l’interrompeva o immaginava d’interromperlo, o Marco Polo immaginava d’essere interrotto, con una domanda come: – Avanzi col capo voltato sempre all’indietro? – oppure: – Ciò che vedi è sempre alle tue spalle? – o meglio: – Il tuo viaggio si svolge solo nel passato?
Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato di spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano che egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
– Viaggi per rivivere il tuo passato? – era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: – Viaggi per ritrovare il tuo futuro?
E la risposta di Marco: – L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.

Da Le città invisibili – I. Calvino.

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Usciamo dalla porta del piccolo teatro e ci assale una fame spaventosa. Contrariamente alle nostre aspettative, il concerto di pianoforte al quale abbiamo appena assistito ci ha annoiati e innervositi, tanto che camminiamo verso la stazione senza dire una parola.

E’ la terza volta che ci vediamo, io e T. Le ore che trascorriamo insieme passano in silenzio, senza troppi fronzoli, ed è questo che ci piace. Ci siamo conosciuti qualche tempo fa, al locale dove gli altri colleghi vanno di solito a prendere qualcosa dopo il lavoro. Non combiniamo mai niente di esaltante, ma qualcosa – una sorta di sensazione fisica dalle parti dello stomaco – ci accomuna, e ci fa sentire il bisogno di stare insieme continuamente.
T. mi ha chiamata nella tarda mattinata, per invitarmi al concerto – durante una delle nostre sporadiche conversazioni devo avergli raccontato del mio amore viscerale per il pianoforte – così, in tutta fretta, mi sono preparata ed ho preso il primo treno per la città. Come ogni volta,  mi ha aspettata di fronte al chiosco dei giornali con una scatola di ciambelle glassate tra le mani.
E’ il nostro modo di darci il benvenuto.

Così, dopo il concerto non ci parliamo per più di mezz’ora. Il pianista era davvero terribile, uno dei peggiori che entrambi avessimo mai sentito – timbro confuso, poca leggerezza, nessuna sfumatura personale – e il piccolo teatro ammuffito, straripante di studenti universitari che normalmente si recano lì più come punto di ritrovo che per vero interesse verso gli spettacoli, era intriso del fumo delle centinaia di sigarette che ci si accendevano intorno. Questo miscuglio di elementi negativi ha contribuito a renderci più bruschi e taciturni del solito, così continuiamo la nostra passeggiata infastidita con le bocche serrate. Il silenzio è tanto denso da sembrare quasi solido, produce uno strano contrasto con il brusio delle persone che ci circondano. Venerdì sera, un quartiere centrale di questa metropoli, ma potrebbe essere una qualsiasi città di un qualsiasi continente del mondo. I liceali entrano ed escono dai pub allegri ed esaltati dai benefici dell’ alcool, alcuni impiegati si radunano ai bordi della strada per chiacchierare e ridere insieme dopo aver cenato in uno dei tanti ristoranti le cui insegne decorano e fanno brillare strade e facciate. Guardare in alto confonde, in effetti, un gran minestrone di luci viola, rosa e verdi che non sempre riesco a decifrare. E’ anche questo uno dei motivi per cui ho scelto di affittare il mio appartamento in un sobborgo, dove in effetti succede meno che niente. La sera mi sento tanto satura della città che ho bisogno solo del silenzio, della piccola stazione vicino casa con un solo binario e del parco abbandonato. Anche T. sembra essere confuso. Ha rallentato il passo e fissa un punto indefinito alla fine del corso in cui ci troviamo. Io penso che ho fame, una gran fame – non abbiamo messo in bocca altro che quelle ciambelle, nel primo pomeriggio – ma non dico niente per via della strana tensione che si è creata.
Cerco di non peggiorare la situazione evitando di assaporare i  profumi appetitosi che escono dalle varie cucine che ci circondano, finché lo stomaco di T. non si mette a gorgogliare rumorosamente. Un lamento lento, dilatato, che inizialmente cerchiamo entrambi di ignorare con grande sforzo per mantenere la nostra ostinata fermezza. Ma non passa molto tempo che anche la mia pancia si abbandona alla sua disperazione e prende ad emettere suoni buffi e continui, dapprima piano, poi più forte. A questo punto non possiamo fare a meno di fermarci e scoppiare a ridere come due pazzi. T. mi indica con la bocca spalancata e si piega su se stesso contento, quasi non avesse mai sentito una cosa del genere. Io mi fingo offesa, sghignazzo divertita sotto i baffi ed imito i borbottii della sua pancia. I nostri stomaci sembrano essere andati in tilt, due sacche vuote e lamentose che reclamano urgentemente qualcosa di solido. Ascoltiamo per un po’ il buffo concerto che nostro malgrado produciamo, finché non ci decidiamo ad entrare in un 24-hours market per comprare del cibo.

Tra gli scaffali stipati di prodotti ci siamo solo noi. Il commesso è impegnato a commentare a bassa voce una partita di football americano che segue in una piccola televisione portatile, così pensiamo, nonostante la fame, di decidere con tutta calma cosa comprare. Vogliamo assolutamente trovare qualcosa di perfetto, esattamente quello che le nostre pance vuote chiedono con tanta insistenza, e dividercelo equamente. Non dobbiamo accontentarci della prima cosa che ci capita sotto gli occhi; crediamo entrambi che soddisfare la fame con quello che ci vuole doni un appagamento sereno e totale, come trovarsi in  un letto morbidissimo e confortevole quando si ha un sonno esagerato, l’attimo prima di scivolare nell’oblio del sonno. Così, io vado verso il reparto dolciumi e T. si addentra nella zona salati.

Di fronte a me si erge maestoso un corridoio con centinaia di incarti colorati, confezioni lucide e scritte che rimandano al contenuto delle scatole. Barcollo come un’ubriaca tra i vari ripiani per un po’, decido che niente di tutto quello che ho visto fin’ora fa al caso nostro e mi reco alla ricerca di T. Setaccio il negozio in lungo e largo, ma sembra proprio essere sparito nel nulla. Controllo ogni reparto senza successo, chiedo al commesso se per caso il ragazzo moro, alto, coi capellil un po’ scompigliati che era entrato qualche minuto prima con me non fosse già passato di lì, ma si limita a scuotere la testa senza scollare gli occhi dalla partita. Scoraggiata, esco dalle porte scorrevoli e mi appoggio alla parete, in attesa. Odio questo tipo di situazioni. Mi lascio sopraffare dall’ansia, aspettare è una delle cose che mi riescono peggio. Immagino sempre che siano successe delle catastrofi, il cuore mi batte all’impazzata, divento rossa e respiro forte. Per tranquillizzarmi, di solito penso alle liste di nomi sugli elenchi telefonici – lettere e numeri in successione sono un buon rimedio al panico – ma stavolta, chissà perché,  comincio a fischiettare un motivetto. Naturalmente T. appare quasi subito dall’angolo della strada, sorride contento. In mano regge un sacchetto da tre chili, gonfio di mandarini. “Scusami, ma sono stato all’altro negozio, quello che vende anche la frutta. Ho fatto bene, no? Avevano solo sacchi da tre chili, ma che importa. Se non li mangiamo tutti stasera, potrai portarli a casa con te. Ti piacciono molto se non ricordo male, no?”.
Lo guardo sollevare felice e orgoglioso la sacca di frutta, come un gatto che porta la preda catturata al padrone.
Ha ragione. I mandarini sono esattamente quello che ci voleva.

Ci sediamo su una panchina del parco vicino e apriamo il sacchetto con foga. Non parliamo quasi, ognuno impegnato nel laborioso atto di mangiare. I mandarini sembrano essere tanti da non finire mai, io sbuccio i miei con impetuosità, come un bambino che scarta i regali la mattina di Natale, masticando lentamente spicchio dopo spicchio. T. invece agisce con pazienza, partendo dalla cima del frutto e creando millimetro dopo millimetro una spirale di buccia perfetta. Quando me ne accorgo, smetto di darmi da fare e rimango imbambolata ad ammirare i suoi gesti eleganti. T. sorride. “E’ solo questione di pazienza, sai? Fai un piccolo taglio in alto, e scendi piano piano seguendo la linea del mandarino. Non è difficile, prova”. Così cerco di imitarlo, e dopo i primi tre goffi tentativi inizio anche io a fare delle spirali discrete. T. mi guarda imbronciato, annuendo in silenzio. Ha la bocca contratta in un’espressione buffa, sembra poco più che un ragazzino. Porta una maglia rossa, e una felpa nera – anche lui, come me, non ha una grande passione per i guardaroba colorati. Non lo conosco da molto, ma quello che ci lega mi fa sentire bene, l’inizio di una storia serena dove anche io mi sento stranamente serena. Mi perdo nelle sciocche visioni di un nostro probabile futuro, e agguanto un altro piccolo frutto. “I mandarini mi fanno venire in mente le virgole”, dico, “chissà come mai. Forse perché non smetterei mai di mangiarli, così come non smetterei mai di mettere giù virgole quando scrivo”. “Ah, ah. A me invece non fanno venire in mente niente. Niente di concreto almeno. Richiamano qualcosa, in effetti, ma non saprei descriverlo. Hanno a che fare con quando ero bambino, credo”.

Trascorriamo così almeno tre ore, aggiungendo poche parole tra un mandarino e l’altro. Il tempo passa e perdo l’ultimo treno verso il piccolo sobborgo in cui abito, per strada non resta che qualche barbone ubriaco. Due donne ci sfiorano passeggiando infagottate nei loro cappotti, tornando a casa dopo un probabile serata tra amiche. Il rumore dei loro passi riecheggia nel parco a lungo.
Per tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme, io e T. non ci siamo mai toccati. Non ci sono state carezze o baci, nessun complimento. Adesso siamo di nuovo il silenzio, con la pancia piena e appesantita dalla mole di frutta che abbiamo ingurgitato. Mi guardo le punte delle scarpe ed evito di pensare a quello che succederà. Ci rendiamo conto di aver finito tre chili di mandarini, uno dopo l’altro. T. esita un poco prima di aprire bocca, poi si offre di farmi dormire a casa sua. Sotto la panchina, riposa allegra una montagna di bucce arancioni.
Questa notte, per la prima volta, io e T. faremo l’amore.

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Per scrivere ci vuole tempo, così come ce ne vuole per leggere. E il mio, di tempi, è diviso tra le mille cose che devo fare, quel poco che rimane libero lo uso per arrabbiarmi, e così sia. Penso alle cose da scrivere come a un rifugio, quando non ho modo di sedermi e riflettere e riportare a parole, e a sera fatta ho già dimenticato tutto – certi pensieri vanno e vengono in mille modi, si rivoltano, si modificano, e si consumano fino a tornare niente.

Tendo ad inscatolare quello che mi succede, cose belle o brutte, chiuderle in un contenitore e lasciarle da qualche parte al sicuro – capita che vengano tirate fuori da un odore, un profumo o una particolare situazione, ma la loro condizione naturale è di riposare in silenzio, senza nemmeno subire il disturbo di essere ricordate.

Altre cose, invero pochissime, invece rimangono aperte. Stanze vere e proprie, di colori e forme, delle quali non perdo nessun particolare, dove tutto esiste allo stesso modo in cui l’ho vissuto. Se i primi ricordi di cui parlavo sono scatole, e viste da fuori non sembrano altro che semplici pezzi di cartone, o legno, o plastica, assemblati per proteggere un contenuto, questi di ora sono interni concreti, un po’ impolverati, che posso visitare a mio piacimento.

C’erano tre giorni di fine settembre, non molto tempo fa, in una casa non mia e nella quale non sarei tornata. Le foto al muro e alla porta, il telefono all’ingresso, la cucina buia e un gatto. Molti libri, una finestra, il vento, e il fumo fuori – spesso è lì che vado, un luogo che rimane sempre aperto, e non sbiadisce.

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[…] Vicino casa mia c’è una delle peggiori gelaterie che conosca. Tutto, dal pavimento, al soffitto, alle decorazioni, ai prodotti in vendita, è artificioso e complesso – mette la stessa malinconia di una vecchia giostra in uno di quei luna park semideserti che si vedono nei film, dove i bambini scompaiono o viene comunque ucciso qualcuno. Luci al neon di vari colori illuminano il soffitto, i gelati risaltano di tinte poco rassicuranti e, trovandosi in un punto strategico di una città turistica, il locale è sempre, inesorabilmente, pieno zeppo di gente. L’aria condizionata non funziona, il pavimento è sporco, i posti a sedere mai liberi, i commessi sempre annoiati, litigano in continuazione e si lanciano frecciatine sottovoce. Il gelato non ha nessun tipo di sapore e consistenza, come mangiare ghiaccio leggermente squagliato. Eppure ci vado, io, in questa gelateria. Non so perché, non so neppure per quale motivo ne stia parlando, ma beh. In effetti mi fa pensare a qualche atmosfera dei libri di Lansdale, sarà quello.

E poi invece c’è un bar molto carino, a due passi dall’ufficio. E’ il bar che frequentano tutti i miei colleghi, per colazioni o aperitivi vari. Io mi sono sempre rifiutata di metterci piede, anche solo per cambiare i soldi. Ma lo trovo grazioso e accogliente. Vedi, sono scollegata, con la testa penso in una direzione e nei fatti vado dall’altra parte. Sarà per questo che cammino strana. Ho anche paura di incrociare le altre persone, se qualcuno viene verso di me sullo stesso marciapiede cambio lato strada velocemente, da sempre. Se proprio non posso spostarmi abbasso la testa e tiro dritta, grattandomi la nuca. Senza occhiali, con la musica alle orecchie. Da fuori devo essere una visione sconcertante.
Se solo tu potessi vedermi.

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Oggi mi sono messa i pantaloni.
Cosa che ai più sembrerà normale; ma che è piuttosto strana per me, che indossavo solo gonne da circa 1 anno.

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A.

Nella foto, lui siede sulla sedia che sto guardando. Ha un braccio proteso in avanti, l’espressione che indica qualcosa, due grandi baffi grigi un poco arricciati verso gli angoli della bocca. Sono morto, dice.
Di fronte, un tavolo in marmo da lui stesso disegnato, quando ancora si convinceva di una laurea in architettura. Al tempo non ci pensava, al cancro che gli masticava le budella. Studiava e si vantava con gli amici, ma dei professori aveva paura.
Lei dice che era burbero, odiava i compleanni e le feste comandate. Io rispondo che sono allo stesso modo, eppure burbera non mi sento. Era buono, lei ripete. L’altra invece, Era un usuraio – tiene a precisare.

Non si vede oltre la finestra, nell’immagine. Qualcosa indica, allora guardo fuori. Lui non c’è più, sappiamo, ma qui tutto è rimasto come una volta. Il centrotavola un po’ più sbiadito,  lei non vuole cambiare niente, ha fatto di questo posto un mausoleo.
Io vedo dei tetti e una casa che vorrei fotografare. Non hai gli strumenti giusti, mi dice lui. E’ morto. Ma ogni tanto torna, perché non gli vado a genio. Non sono alta e bella come avrebbe voluto, la matematica non la capisco. Non ho coerenza, e l’ordine mi è nemico.
Allora guardo e basta. Lo assecondo, perché mi fa sentire freddo.
Non è te che voglio rovinare, dice, che vedi? Ci sono dei tetti rossi, di tanto in tanto spuntano delle piante tra le tegole. Perché vanno in su, chiedo. Sembrano quasi legate al cielo. Ma non risponde più nessuno.

La mia ansia e il mio imbarazzo lo divertono. Ride, lui, lo vedi? – dice – neppure di arrabbiarti sei capace. Lo so, rispondo, e non so litigare. Come la mamma. La odiavo, racconto, e sei diventata come lei – mi interrompe lui.
Non voglio più sentire. Sei morto. Non vuole più sentire. Sei sola.

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