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Archive for the ‘rospi’ Category

Where do we go from here?
The words are coming out all weird
Where are you now, when I need you
Alone on an aeroplane
Fall asleep on against the window pane
My blood will thicken

I need to wash myself again to hide all the dirt and pain
‘Cause I’d be scared that there’s nothing underneath
But who are my real friends?
Have they all got the bends?
Am I really sinking this low?

[No matter what they say. I know who I am and who I’m not. I know what I feel, what I do and why I decide to go left or right. People can say anything.]

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Come quando un treno cambia binario. Si avverte una piccola scossa, poi sembra che tutto torni a scorrere normalmente, ma in realtà è un nuovo tragitto, quello che percorriamo.

A volte finisco per ritrovarmi in fondo al pozzo. L’aria è umida. Le pareti che mi circondano sono bagnate e c’è uno strano odore.

Mi capita di scendere quaggiù, non so perché. Lasciare l’altra parte di me ad aspettare, in superficie, col sole tiepido di metà autunno che le riscalda le gambe. Il sorriso sulle labbra e il cappellino viola in testa, così che non prenda freddo.

Non so bene come riesca a raggiungere il fondo. Ma in qualche maniera, se chiudo gli occhi e li riapro dopo qualche istante, vedo buio e so di essere qui. Ci sono delle mattine in cui mi guardo allo specchio, apro grande la bocca e guardo giù. Forse è quello, il mio pozzo. Forse è lì che mi calo, quando ne sento il bisogno.

In fondo al pozzo ho aperto una confezione di formaggio. Il formaggio non era più buono, ormai costellato da piccole macchie di muffa. In fondo al pozzo ho preso un coltello, con il coltello ho tagliato un pezzo di formaggio andato a male, e l’ho mangiato. Il formaggio era morbido e disgustoso. La consistenza rovinata dal tempo e il sapore ormai completamente alterato. Ho assaporato a lungo il pezzo di formaggio andato a male, e sforzandomi l’ho ingoiato. Faccio queste cose in fondo al pozzo, per sapere che effetto fa.

Quaggiù non mi guardo mai intorno, perché c’è poco da guardare. A volte il pozzo diventa il vagone affollato di un treno che si ferma in una stazione qualunque – le stazioni, d’altra parte, sono spesso tutte uguali. La porta si apre e comincia a scendere gente. Io non posso alzare la testa, e fisso il pavimento. Passano centinaia di paia di scarpe diverse, scarpe diverse che però non sono mai le tue.

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Best way to start-a-new
is to fail miserably
Fail at loving
and fail at giving
Fail at creating a flow
then realign the whole
And kick into the starthole

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Ho capito che mi stavi sulle balle quando sei andata via e non riuscivo a farti un disegnino di addio. Buttai giù non so quante donnine con in mano un quadrifoglio e un fumetto – good luck – nessuna che davvero lo volesse dire, solo piccole chiazze d’inchiostro inespressive sparse sul quadreno. Ogni tanto mi ricapita tra le mani, e dico, già, quella stronza. Il modo in cui pronunciavi la r, quello poi. Ho capito di odiarti quando dopo mesi che non ci sentivamo e chiedevi di me, a chi me lo raccontava rispondevo: non le darei mai i miei contatti personali, non possiamo mica scriverci le letterine; non saprei nemmeno cosa dirle. Ho capito che sei una brutta stronza, sei proprio una stronza, e fai parte del manipolo di stronze con cui non voglio avere niente a che fare, ma sei troppo lontana per potertelo dire e non ho i tuoi contatti, vedi sopra. Che palle le donne, brutte stronze, finisce sempre male.

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Non guadagniamo molto, per questo viviamo tutti nella stessa casa dividendone l’affitto. Uno dei vecchi coinquilini era un po’ più grande di noi ragazzi, un professore; soffriva di accessi d’ira. Per cose irrilevanti si arrabbiava, la testa cominciava a diventargli rossa e sudava, quasi potevi vedere il vapore uscire dalle sue orecchie. Lo prendevamo in giro, con gli altri abitanti della casa; a turno seguivamo le sue mosse, lo spiavamo, fino al momento in cui – ecco! – impazziva, si gonfiava e strepitava per un libro un po’ macchiato o per il tè troppo bollente. Iniziammo a provocarlo, ‘che il vederlo imprecare ci divertiva, e tanto facemmo che alla fine il professore se ne andò lasciando la sua quota mensile da pagare.

Io sono come lui, ma mi nascondo meglio. Se vedo qualche cosa che mi strugge corro in bagno e piango, stringo i pugni e saltello come un gatto con la coda in fiamme. Nessuno sente e nessuno dice niente; non devono sapere perché poi prenderebbero a farmi dispetti, allora anch’io mi vedrei costretta a traslocare. Il mio uomo se la fa con altre donne, con altre cinque, o forse anche più; scrive loro lettere d’amore gonfie di passione, fa con loro quello che con me non sarebbe capace neanche di immaginare. Gli trovo questi stralci scritti nei cassetti e nelle tasche dei giubbotti, e divento il professore, quello che abbiamo fatto scappare, mi vergogno ed ho paura che qualcuno possa capire.

Al piano di sopra una donna dà l’aspirapolvere; non c’è rischio che mi sentano, fortuna.

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Per scrivere ci vuole tempo, così come ce ne vuole per leggere. E il mio, di tempi, è diviso tra le mille cose che devo fare, quel poco che rimane libero lo uso per arrabbiarmi, e così sia. Penso alle cose da scrivere come a un rifugio, quando non ho modo di sedermi e riflettere e riportare a parole, e a sera fatta ho già dimenticato tutto – certi pensieri vanno e vengono in mille modi, si rivoltano, si modificano, e si consumano fino a tornare niente.

Tendo ad inscatolare quello che mi succede, cose belle o brutte, chiuderle in un contenitore e lasciarle da qualche parte al sicuro – capita che vengano tirate fuori da un odore, un profumo o una particolare situazione, ma la loro condizione naturale è di riposare in silenzio, senza nemmeno subire il disturbo di essere ricordate.

Altre cose, invero pochissime, invece rimangono aperte. Stanze vere e proprie, di colori e forme, delle quali non perdo nessun particolare, dove tutto esiste allo stesso modo in cui l’ho vissuto. Se i primi ricordi di cui parlavo sono scatole, e viste da fuori non sembrano altro che semplici pezzi di cartone, o legno, o plastica, assemblati per proteggere un contenuto, questi di ora sono interni concreti, un po’ impolverati, che posso visitare a mio piacimento.

C’erano tre giorni di fine settembre, non molto tempo fa, in una casa non mia e nella quale non sarei tornata. Le foto al muro e alla porta, il telefono all’ingresso, la cucina buia e un gatto. Molti libri, una finestra, il vento, e il fumo fuori – spesso è lì che vado, un luogo che rimane sempre aperto, e non sbiadisce.

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Non riesco a ricordare dov’è che ho letto questa storia, secondo la quale coloro che sono diventati scrittori di fama prima di essere scrittori a tutti gli effetti facevano un lavoro noioso e ripetitivo. Si trattava di una specie di ricerca condotta da chissà chi, con tanto di tabelle e nomi famosi citati in grassetto. Mi è venuto naturale ricollegare questa cosa alla mia situazione. Non perché io sia un grande scrittore, ma perché, in effetti, le storie e gli scritti migliori mi vengono fuori proprio mentre lavoro, specialmente nei momenti in cui svolgo compiti particolarmente tediosi e insignificanti. Credo succeda perché sono annoiata a tal punto che qualsiasi minimo dettaglio che porti la mia attenzione lontano da quello che sto facendo sembra interessantissimo, che sia un fermaglio di metallo o una macchia nel muro.

La cosa non finiva qui. Volevo continuare aggiungendo altri argomenti, ma mi sono arrabbiata e non sono capace ad andare avanti. E’ perché ragiono con lo stomaco. Non con la testa, né col cuore in fondo, ma proprio con lo stomaco. E nello stomaco è troppo buio per vederci qualcosa, o per cercare delle risposte; provate a infilare un occhio dentro la bocca di qualcuno, attenti a sigillare lo spazio tutto intorno, e capirete di che genere di buio parlo.

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