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Archive for the ‘scarpette rosse’ Category

Non ho molto da dire, in effetti. E’ stata una giornata piuttosto fallimentare, ho combinato un guaio dopo l’altro e il tasto “spazio” del mio Mac sembra avere dei gravi problemi, dato che per staccare una parola dall’altra devo percuoterlo ripetutamente con violenza. Domani l’inferno si riverserà su di me e sarò punita per i peccati che ho commesso, ma per ora

meii1Ho fatto un test del cavolo su Faccialibro, dal titolo “Quale personaggio di Miyazaki sei?” e, per ribadire la mia veridicità, sono risultata Mei. Ciò mi riempie di orgoglio e non poca gioia. E’ tutto.

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Ho visto tanto di quel rosso oggi da sentirmene quasi satura – in senso ovviamente positivo. Rosso dei mattoni, delle chiese coi soffitti alti e gelidi, del pavimento sotto i portici. E’ tutto un po’ più piccolo e proporzionato, a Bologna, o perlomeno sembra così, a me che sono abituata a districarmi nel pretenzioso centro di Firenze. 

Ancora. Ogni volta che vedo una torre, una cupola, o qualsiasi cosa che mira verso l’alto, ho questa smania di dover arrivare per forza in cima, salire tutti i gradini per vedere il mondo da su. C’è il silenzio, di sopra, e le persone piccole sulla strada. Viene da chiedersi cosa si possa provare a metà del cammino che dal cielo va alla terra. Mi viene in mente una gran paura, ma non solo. 

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Stamattina è successo un miracolo. Poco gradito, ma pur sempre un miracolo.

Ho chiesto alla mia fornaia di fiducia di mettermi gentilmente una sfoglia alla crema in un sacchettino. Ho seguito ognuno dei suoi movimenti, dalla selezione della sfoglia alla chiusura del pacchetto, e me ne sono uscita trotterellando. Poi ho guardato nel sacchettino, e con mia grande sorpresa, non ho trovato nessuna sfoglia.

Al suo posto troneggiava tronfia una brioche ripiena, che mi guardava con aria beffarda e vittoriosa.
Ora; io odio le brioche, e ogni giorno le prendo in giro dal vetro dello scaffale dei dolci. Sono brutte e gonfie, e come se non bastasse mi ricordano l’odore di una tizia che avevo in classe – che detestavo. Perciò niente colazione, per stavolta.

Eh vabbè. Avrei dovuto immaginarmelo che prima o poi si sarebbero vendicate dei miei sbeffeggiamenti.

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(ho messo questo video solo per la musica, perche’ l’ho ascoltata almeno 10 volte di seguito)

Oggi sono felice (giuro!)

C’ e’ una specie di futuro che inizia a delinearsi e tutto cio’ mi rasserena.

Giusto stamattina pensavo a che ne avrei fatto di questo blog, una volta tornata in Italia.

Se ne avrei cambiato il titolo o se lo avrei semplicemente chiuso.

Adesso so quasi per certo che potra’ rimanere cosi’ com’e’, perche’ il mio tempo qui non e’ finito.

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C’è il cielo di fronte, ma le bolle di sapone mi offuscano la vista. 

Lo faccio sempre quando mi sento un pochino triste. Prendo il tubetto colorato che conservo nascosto dietro uno dei miei disegni, vado fuori e soffio nel piccolo cerchio. Ed eccola, la magia. In piccoli specchi sferici e instabili che riflettono il fiume, le foglie – e le nuvole.

 

 

Prima ho respirato un po’ di serenità. Un invito a cena, con la clausola che avrei dovuto cucinare io.

Al supermercato, indecisa sul da farsi, mi perdo in mezzo alla verdura; ne esco con tre peperoni -giallo, rosso, verde- poi prendo del buon formaggio, e il mascarpone per il tiramisù che stavolta sarà quello vero.

Chissà perché ho iniziato ad appassionarmi alla cucina. 

Non ho mai sopportato il fatto di cimentarmi ai fornelli nonostante metà della mia famiglia faccia parte di questo mondo,  eppure adesso è quasi un rito. 

Le mie ricette sono le mie pozioni, e mi applico con passione, seppur raramente.

 

 

Di nuovo in due, con la pancia piena e i piedi al fresco nel fiume grigio. 

E’ triste questo ponte, così alto e ferroso;  triste specialmente con dietro i nembi oscuri, “questo paesaggio mi ricorda Manchester, anche se a Manchester non ci sono mai stata”, dico. 

Mi chiedi se tornerò, a Settembre. “C’è Danielle che ti aspetta no?E poi la scuola, i disegni…”. Ma non posso risponderti, non ancora. Devo prima ritrovare la mia casa, capire quello che cerco. 

Ancora, provi a chiedere. Guardo il mio cappottino rosso, sento freddo. Il vento tira forte e arriccia l’acqua sporca che scorre veloce. “Ma è proprio il 5 Luglio?”

“Si. Non mi hai risposto.”

C’è che vorrei poterla stabilire una strada, ma non ci arrivo. E’ un mio limite, o forse una mia salvezza, dipende dalle giornate. Potrei dirti che sì, sarò di nuovo qui in due mesi, ma mi chiuderei in una gabbia che non voglio pensare.

 

La bottiglietta di acqua e sapone è quasi vuota, e io non sono ancora sollevata. Qualcuno suona una fisarmonica, e le foglie degli alberi danzano a tempo. 

Adoro il suono della fisarmonica nell’aria; mi ricorda un vecchio bar, l’odore del vino e un basco grigio, al tramonto.

Penso a casa, inevitabilmente. Alle cose costruite, seppur nella mia testa.

Non lascerò che mi scivoli tutto dalle mani, non stavolta.

Non cercherò di nascondermi, e non indietreggerò.

Vedremo, vedremo. Intanto, sorrido.

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E mica solo da lei. Anche da Anouk, Pantoufle, Rosette e Bam (che si vedono poco, ma ci sono. Rivoglio la mia Nikon).

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