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Archive for the ‘scherzini’ Category

Mentre decollavo stavo ascoltando una canzone. Il rullo di tamburi (1:54) è iniziato quando i motori si sono attivati a tutta potenza e la strofa cantata proprio quando l’aereo si staccava da terra. Adoro questo tipo di coincidenze. Succedono una volta ogni tanto, e di solito corrispondono a momenti particolari della mia vita. Un po’ come quando vai al supermercato per comprare un pacco di biscotti che costano un euro e trentasette, ti frughi in tasca mentre la cassiera aspetta con la mano aperta, tiri fuori tutte le monetine che hai – pezzi da uno, due, cinque centesimi – e dopo averli contati tutti il risultato fa proprio unoetrentasette.

In questa stagione piovosa le strade e i fiumi, dall’alto, sembrano budella. Un’altra cosa che mi sorprende sempre, ogni volta che volo, e’ che le nuvole non sono morbide, anzi. Quando ci si passa attraverso e’ un gran trambusto, mi riesce difficile persino leggere.

 

*1 di non so quanti. 

 

 

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C’era una volta uno strano anno che giungeva alla fine, e non riusciva tuttavia a smetterla di portare male. C’era una volta Mei con la febbre alta, che festeggiava il capodanno a casa, con Fabrizio Frizzi alla TV.

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Ho cambiato vestito, quassù. Quella nella foto sono io. Quello dietro la macchina fotografica è il mio ragazzo piacione (indovina chi?), che però stavolta ringrazio di cuore.
Ma solo stavolta èh.

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La signorina S. mi somiglia molto. Per prima cosa, anche lei scrive febbrilmente da quando era bambina, per il semplice fatto che per comprendere le cose, qualsiasi genere di cose, deve metterle per iscritto. Deve vederle come presenze concrete, ferme, segnate in nero su un pezzo di carta. La signorina S. redige pagine su pagine per ore ogni giorno, ma non conclude mai niente. Ha un romanzo nascosto da qualche parte dentro la sua testa, però qualcosa le impedisce di tirarlo fuori. La signorina S. non si cura molto, ha i capelli corti spettinati, non le importa di apparire femminile. Ha un solo amico che disturba a suo piacimento, in orari più o meno improbabili. Porta i calzini spaiati, e gli occhiali. E’ una ragazzina poco ragionevole e men che mai oculata, fin qui niente da controbattere. Direi che ci siamo. La signorina S. è molto simile a me, che sono la signorina M., un caso tra i tanti in cui il lettore si riconosce con uno dei protagonisti del libro che sta leggendo. Nulla di nuovo.

Allora, io non sono molto brava con il self-control e i ragionamenti concreti, è cosa risaputa. Per arrivare a non ululare come una belva inferocita o piangere fiumi di lacrime anche per cose che (magari agli altri, non a me) sembrano insignificanti, devo – come spiegato poco sopra – scrivere, o contare in giapponese fino a millecinquecento. D’ora in avanti userò un altro metodo per alleviare le mie pene comportamentali: delegherò i miei problemi alla signorina S.. Lei, che è simile a me ma è un po’ meglio di me, saprà certamente cosa farsene. Vorrei cominciare subito a metterla all’opera.

Problema n. 1
Signorina S., il mondo è pieno di signorine C., ne sarà sicuramente al corrente. Le signorine C. sono ragazze silenziose, che tramano nell’ombra contro qualcosa o qualcuno per i loro meschini tornaconti, senza aver molta cura  del fatto che le signorine M. hanno dei sentimenti e non sono molto capaci di sostenere le situazioni che loro propongono. Le signorine C. fanno delle cose cattivissime, come ad esempio cercare di sedurre il ragazzo delle signorine M., agendo tramite subdole mosse pubbliche per mandare ancor più nel panico le loro avversarie (gliel’ho detto signorina S., le signorine C. sono cattive, delle vere arpie). Ora, signorina S., si dà il caso che io mi trovi in un caso analogo. Una qualunque signorina C. sta infatti attentando alla sicurezza del mio attuale rapporto amoroso, al quale tengo infinitamente, e lo fa ovviamente senza pensare che in tutto questo sono coinvolta anche io, e che magari potrebbe farmi molto male, se già non lo sta facendo. Per varie ragioni che non sto qui a spiegare, il mio attuale compagno e la signorina C. si troveranno ad essere nello stesso posto allo stesso momento, dove io non potrò – a causa di alcuni motivi pratici – essere presente. Signorina S., mi sembra d’impazzire. Ho molta fiducia nella persona che mi sta accanto, ma non sopporto, non sopporto, l’idea della signorina C. che gli si avvicina e fa la bella e sfodera le sue migliori armi di seduzione per sperare di lasciare in lui qualcosa, come ad esempio la voglia di rivederla, o di stare con lei. Signorina S., lei che è come me ma un po’ meglio di me, sono certa che saprebbe aiutarmi. Pensi un po’ al mio caso signorina S.. E’ una cosa brutta vero? Signorina S.? Signorina S.? Ma dov’è andata?

Niente, in realtà sono stupida e volevo solo ridere un po’ sui drammi (ahah) che al momento mi assalgono. Le baruffe amorose mi divertono anche, un po’. Ma soprattutto, quanto sopra non è che uno scherzino.

Però mi sento meglio, sìsì. Grazie Signorina S.

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Siedo, lo sguardo preoccupato. Il dottore mi guarda, mi scruta; osserva i miei occhi con una lampadina, mi dice di estrarre la lingua e dire forte “AAA”. Ticchetta le mie ginocchia con un martelletto, ascolta attento il mio respiro.
“E’ grave?” dico. Il dottore sospira, lo sguardo corrucciato.
“Uhm…come spiegarle. Si direbbe un rarissimo caso di Inoculatezzum Infantilis. ”
“Oh”, sussulto stupita,  “sembra una cosa seria. E mi dica dottore, in cosa consiste, specificamente? La mia vita è a rischio?”
“Dunque, direi di sì. Questo genere di morbo fa agire le persone di istinto, e con troppa sventatezza. Ad esempio, avrà notato nel suo vivere normale, che le sue scelte non sempre portano ad una logica conclusione. Anzi! Meno che mai. Si guardi qualche ora fa, mentre sceglieva contenta quel gelato – che scioccamente andava a buttare poco dopo, insoddisfatta dal gusto”.
“Ma dottore, come potevo saperlo? Non avevo mai provato quella gelateria prima. E poi lei come fa a conoscere questo episodio?”
“Classica risposta da soggetto affetto da Inoculatezzum . In realtà, se lei fosse sana, sarebbe stata capace di valutare in anticipo la qualità del gelato, ed avrebbe desistito nell’acquistarlo, evitando così un inutile spreco di denaro e di energie.”
“Mah, se lo dice lei. Però continuo a non capire, dottore. Perché il mio comportamento è sbagliato? Che cosa c’è di male nell’assaggiare una cosa, e se non ci piace, buttarla via?”
“Semplice, signorina. Il suo modo di fare è definito nonsensus. Si ricordi che un individuo perfettamente sano non incorre mai in simili ragionamenti. Essere sani vuol dire agire con calma, pensare alle conseguenze. In un certo senso, vuol dire essere adulti. Vede, è come se in lei ci fosse una piccola bambina capricciosa, che esce fuori a suo piacimento e inventa una giustificazione per tutto. Questo è sbagliato, direi proprio senza senso”.
“Ah. Capisco. E c’è un rimedio?”
“A tutto c’è rimedio, tranne che alla morte, non trova? Le prescrivo delle comunissime pasticche di Oculatezza. Vedrà che già dopo qualche applicazione starà meglio, ed eviterà di perdere un sacco di tempo. Non dovrà più assaggiare, provare, testare niente; tutto sarà attentamente selezionato dal suo cervello, che si manterrà sugli schemi che ha sempre avuto, senza cambiare una virgola.”
“E lei dice che così starò meglio, dottore? La cosa non mi convince.”
“Ma certo, certo! Lei è proprio un caso grave signorina. Non vede che a causa della sua malattia sta agendo sgarbatamente nei confronti di cose e persone? Chi le è vicino si innervosisce, la guarda con occhio deluso. Dia retta a me, un po’ di oculatezza al giorno e la sua vita cambierà. Niente più curiosità e spontaneità; diverrà finalmente una giovane ragionevole”
“Non che mi sia mai interessato, dottore. A me piaceva procedere per tentativi, e poi credo che sia molto divertente provare e riprovare. Ad ogni modo, non intendo rinunciare alla mia curiosità; men che mai alla mia fanciullezza. Stavo bene da bambina, sa? E poi, ce ne sono già tanti di grandi grigi al mondo, una di meno non farà certo la differenza”.

Ho le lacrime agli occhi e stringo i pugni. Sul volto del dottore si disegna un sorrisetto freddo, distaccato e soddifatto.
“Ma non vede”, dice lentamente ” che così reagendo non fa altro che darmi ragione e mostrare i segni della sua malattia? Suvvìa signorina si calmi, si sieda. Si asciughi quelle lacrime e prenda con se questa ricetta. Vedrà, quando la visiterò tra due settimane, sarà una persona completamente nuova, sarà una vera donna. Corra in farmacia adesso, la prima pasticca la prenda dopo mangiato. Arrivederci”.

Fuori ha cominciato a piovere. Di fronte a me le strisce pedonali si lasciano andare ad un leggero moto ondulato. Le guardo ballare e finalmente sorrido, poi mi avvio alla farmacia con riluttanza. Chissà se questa benedetta Oculatezza mi farà anche smettere di vedere le strisce che ballano. Peccato, a me piacevano.

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Dato che buona parte dei lettori occasionali del blog giunge qui tramite questa colorita chiave di ricerca (che ieri ha raggiunto un picco storico di 54 visite, con le varianti “ingoiare bene”; “ingoiare tutto”;”mandare giù”) mi sembra doveroso offrire un consulto in materia.

Dunque, il segreto è: tenerlo poco in bocca (il liquido). Non ingoiare è poco elegante, perdipiù lascia una sensazione generale di incompletezza che non fa mai troppo piacere. Ingoiare lentamente può risultare disgustoso, e causare spiacevoli effetti collaterali (vedi conati convulsi, vomito). Quindi, la soluzione è attendere pazientemente l’arrivo del tanto atteso liquido e mandare giù in un colpo solo, senza pensarci troppo.

Di quale liquido si parli poi decidetelo voi.

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