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Archive for the ‘scrivere’ Category

Sono ferma oramai da molto tempo, ed è una sensazione nuova. Più o meno ogni giorno mi scorrono di fronte le stesse strade, con le stesse chiavi apro le medesime porte che ho già aperto il giorno prima e quello prima ancora, e che ancora aprirò chissà per quanto. Sono due le finestre dalle quali scruto fuori gran parte delle mie ore e lì di fronte niente cambia. Una parete gialla e grigia, due finestre decentrate con le imposte chiuse. Un filo nero per tirar giù la tapparella, che quando c’è vento dondola da destra a sinistra, in una danza poco elegante. E ancora dei vetri decorati, sopra il cielo che muta nei giorni.

Mi sono messa in viaggio non appena mi è stato possibile. Dopo aver aspettato per anni, ho chiuso la mia piccola valigia e sono andata via da quello che avevo sempre avuto – senza dubbio per scappare, ma anche per mille altre ragioni che non potrei riportare a parole. Ho visto alcuni posti, invero non molti, ho vissuto in maniere diverse portando abiti diversi e con nuovi risvegli, nuove colazioni, piccole abitudini. Mi sono stancata alla svelta di certi luoghi e ne ho abbandonati altri a malincuore. Ho avuto molte storie da raccontare, gran parte delle quali non sono nemmeno mai uscite dalla mia testa. Di cose da vedere ce ne sono state, spiagge, mari, prati, boschi, sentieri, fiumi, ponti, laghi, case, tetti, giardini spogli e decorati, e se non fosse stato per alcune vicissitudini avrei probabilmente continuato questo disordinato vagare a lungo. Avevo delle cose da cercare e molti nodi da sciogliere. Talvolta mi sono chiesta se non avrei davvero concluso qualcosa in più rimanendo sdraiata sul letto di casa mia a guardare il soffitto e pensare, ma senza darmi risposta. Certo è che queste otto pareti nelle quali vivo gran parte delle mie ore ad oggi spesso mi fanno paura e mi diverto a immaginare quello che sarà quando di nuovo mi muoverò.

– [… ] A che ti serve, allora, tanto viaggiare?
– E’ sera, siamo seduti sulla scalinata del tuo palazzo, spira un po’ di vento – rispose Marco Polo. – Qualsiasi paese le mie parole evochino intorno a te, lo vedrai da un osservatorio situato come il tuo, anche se al posto della reggia c’è un villaggio di palafitte e se la brezza porta l’odore di un estuario fangoso.
– Il mio sguardo è quello di chi sta assorto e medita, lo ammetto. Ma il tuo? Tu attraversi arcipelaghi, tundre, catene di montagne. Tanto varrebbe che non ti muovessi di qui.
[…] Marco Polo immaginava di rispondere che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari alla sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino.
A questo punto Kublai Kan l’interrompeva o immaginava d’interromperlo, o Marco Polo immaginava d’essere interrotto, con una domanda come: – Avanzi col capo voltato sempre all’indietro? – oppure: – Ciò che vedi è sempre alle tue spalle? – o meglio: – Il tuo viaggio si svolge solo nel passato?
Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato di spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano che egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
– Viaggi per rivivere il tuo passato? – era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: – Viaggi per ritrovare il tuo futuro?
E la risposta di Marco: – L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.

Da Le città invisibili – I. Calvino.

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La signorina S. mi somiglia molto. Per prima cosa, anche lei scrive febbrilmente da quando era bambina, per il semplice fatto che per comprendere le cose, qualsiasi genere di cose, deve metterle per iscritto. Deve vederle come presenze concrete, ferme, segnate in nero su un pezzo di carta. La signorina S. redige pagine su pagine per ore ogni giorno, ma non conclude mai niente. Ha un romanzo nascosto da qualche parte dentro la sua testa, però qualcosa le impedisce di tirarlo fuori. La signorina S. non si cura molto, ha i capelli corti spettinati, non le importa di apparire femminile. Ha un solo amico che disturba a suo piacimento, in orari più o meno improbabili. Porta i calzini spaiati, e gli occhiali. E’ una ragazzina poco ragionevole e men che mai oculata, fin qui niente da controbattere. Direi che ci siamo. La signorina S. è molto simile a me, che sono la signorina M., un caso tra i tanti in cui il lettore si riconosce con uno dei protagonisti del libro che sta leggendo. Nulla di nuovo.

Allora, io non sono molto brava con il self-control e i ragionamenti concreti, è cosa risaputa. Per arrivare a non ululare come una belva inferocita o piangere fiumi di lacrime anche per cose che (magari agli altri, non a me) sembrano insignificanti, devo – come spiegato poco sopra – scrivere, o contare in giapponese fino a millecinquecento. D’ora in avanti userò un altro metodo per alleviare le mie pene comportamentali: delegherò i miei problemi alla signorina S.. Lei, che è simile a me ma è un po’ meglio di me, saprà certamente cosa farsene. Vorrei cominciare subito a metterla all’opera.

Problema n. 1
Signorina S., il mondo è pieno di signorine C., ne sarà sicuramente al corrente. Le signorine C. sono ragazze silenziose, che tramano nell’ombra contro qualcosa o qualcuno per i loro meschini tornaconti, senza aver molta cura  del fatto che le signorine M. hanno dei sentimenti e non sono molto capaci di sostenere le situazioni che loro propongono. Le signorine C. fanno delle cose cattivissime, come ad esempio cercare di sedurre il ragazzo delle signorine M., agendo tramite subdole mosse pubbliche per mandare ancor più nel panico le loro avversarie (gliel’ho detto signorina S., le signorine C. sono cattive, delle vere arpie). Ora, signorina S., si dà il caso che io mi trovi in un caso analogo. Una qualunque signorina C. sta infatti attentando alla sicurezza del mio attuale rapporto amoroso, al quale tengo infinitamente, e lo fa ovviamente senza pensare che in tutto questo sono coinvolta anche io, e che magari potrebbe farmi molto male, se già non lo sta facendo. Per varie ragioni che non sto qui a spiegare, il mio attuale compagno e la signorina C. si troveranno ad essere nello stesso posto allo stesso momento, dove io non potrò – a causa di alcuni motivi pratici – essere presente. Signorina S., mi sembra d’impazzire. Ho molta fiducia nella persona che mi sta accanto, ma non sopporto, non sopporto, l’idea della signorina C. che gli si avvicina e fa la bella e sfodera le sue migliori armi di seduzione per sperare di lasciare in lui qualcosa, come ad esempio la voglia di rivederla, o di stare con lei. Signorina S., lei che è come me ma un po’ meglio di me, sono certa che saprebbe aiutarmi. Pensi un po’ al mio caso signorina S.. E’ una cosa brutta vero? Signorina S.? Signorina S.? Ma dov’è andata?

Niente, in realtà sono stupida e volevo solo ridere un po’ sui drammi (ahah) che al momento mi assalgono. Le baruffe amorose mi divertono anche, un po’. Ma soprattutto, quanto sopra non è che uno scherzino.

Però mi sento meglio, sìsì. Grazie Signorina S.

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E’ un po’ come aver trovato una piccola famiglia. Il primo giorno abbiamo preso le piante che ricamavano l’ingresso, ed abbiamo cambiato i loro vasi. Le radici erano oramai troppo grandi, e soffrivano a crescere insieme dalla stessa terra. Così le abbiamo divise, una da una parte, una dall’altra. Dopo poco tempo, la più grande è morta. Forse a causa mia, che non so dosare l’acqua. Ma forse anche no.

A. soffre, perché non può avere figli, né mai li avrà. Piange ancora la morte del marito, scomparso prematuramente dieci anni fa, le manca tanto da non riuscire a cambiare niente di questo posto. E’ come muoversi in un mausoleo, tutto è rimasto intatto, nulla si è spostato, neppure gli oggetti in radica sul tavolo di cristallo, che poco si addicono alla stanza di una donna. Lo aveva amato molto, mi racconta, lo ama ancora. Nel bagno piccolo conserva il suo asciugacapelli – detestava avere la chioma in disordine, lui – il suo pettinino, e il suo lucido da scarpe. Un grande uomo, sostiene lei. Uno sciacallo arrivista, dicono gli altri. Io, che non so, non ascolto e mi limito a pensare a come doveva essere il suo odore.

N. è la maggiore. A. l’ha presa sotto la sua ala come una figlia, al mattino la coccola, ne ascolta le storie e le lamentele. Seguono insieme uno di quei noiosissimi corsi di pittura per sole donne. A. ripone in lei fiducia completa. N. non sa amare, ed ogni cosa, per lei, è un compito da svolgere e portare a termine nel migliore dei modi. Punta dritto sui suoi binari, qualcuno, una volta, l’ha paragonata malignamente ad una mucca, ma quello che vedo io è un cavallino, dolce, costretto dal paraocchi a muoversi solo in una direzione. Ha un cuore buono, lei, e la mania di prendere tutto alla lettera, di non cambiare di nulla di ciò che le è stato ordinato. Un orologio perfetto, gelido come un pavimento di marmo. Vorrebbe che fossi sua amica, credo, oramai è un anno che parliamo ma non mi lascio avvicinare.

Io sono S., la piccola. A. deve provare una certa tenerezza nei miei confronti, perché sebbene ne combini di tutti i colori, continua a ben vedermi. Mi ha aiutata quando ne avevo bisogno, mi ha tirata fuori dal fango senza esitare appena. Ma la detesto.  Il suo odore mi dà alla testa, e la voce mi infastidisce. A volte mi fa una gran pena. E’ una completa incompetente, convinta di saper tutto, testarda, irrazionale, impulsiva. Sbaglia di continuo senza rendersene conto; credo di disprezzarla. Ho pensato spesso che mi aiuti, perché sono l’immagine di quello che una volta lei era: una ragazzina sperduta, nelle mani di nessuno, senza un soldo in tasca ma con una gran testa dura. Non le voglio bene, e non mi sento peggiore per questo. Ho una gran varietà di maschere da sfoggiare in sua presenza, una più sorridente e cordiale dell’altra, e a lei questo basta.

Si va e si viene ogni giorno, qui, e niente cambia. Pensano che io voglia rimanere, ma quanto sbagliano.

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Eppure come è strano. Vivi certe cose, le seppellisci in profondo, lontane dalla testa e dagli occhi, le lasci laggiù a farsi consumare dal tempo come rifiuti in una discarica. Non ne hai mai fatto parola per vergogna, e perché in questi casi si diventa perlopiù patetici. Poi, però, ti capita di fare un sogno. E così ti ritrovi a tagliare verdure con cura quasi maniacale, senza vedere altro che mani, e stanze, e situazioni dimenticate. Mangi con gli amici e, intermittenti, queste immagini ti tornano alla mente, come piccoli bagliori accecanti. Bevi un po’, e finalmente srotoli quello che ti si era annodato sulla lingua, dopo così tanto tempo, e ti senti sporca, tanto sporca da non voler esser guardata.

Quando il cielo diventa più scuro, oltre le piante che intasano la finestrella sui tetti, di nuovo il rumore di una cassa che viene chiusa, e una sensazione di sfinimento, come se un armadio colmo di oggetti pesantissimi ti fosse di nuovo crollato addosso, la certezza di non saperne scrivere eppure volerlo così tanto – ma forse di non farne neppure più parola.

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E’ trascorso un anno. Sembra incredibile che io sia ancora qui, ed abbia ancora questa foga di scrivere. E’ strano, per me, mantenere qualcosa a lungo – dalle idee, ai passatempi, alle relazioni – sono incostante per natura e trovo difficile continuare quello che già c’è, senza lasciarmi imbambolare dagli altri stimoli e sciocchezze che mi frullano in testa.

Sarà perché, in un certo senso, credo di dover tanto a questo blog. Auguri.

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Preferisco non scrivere, piuttosto che scrivere qualcosa di cui non sono convinta.

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