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Archive for the ‘silenzi’ Category


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Succede che mi trapanano il cervello. Fuori dalla mia stanza stanno distruggendo la strada, e si sente un gran rumore. Tru-tru-tru-tru, martelli pneumatici e ruspe. Non riesco a combinare niente con questo casino.

Comunque, ho finito di leggere Tess, proprio ieri. Mi avevano avvertita, e ricordavo dal liceo come la storia si concludesse, ma entrarci dentro è un altro conto. Potrà sembrare roba da donnette, forse lo è – quale uomo si avventurerebbe a leggere la tragedia d’amore di una ragazza inglese – ma alla fine ero così affezionata ai luoghi, alle persone, che conclusa l’ultima riga ho pianto di rabbia e ci ho dormito su due ore buone.

Il Signor Thomas Hardy era davvero bravo. Sadico, ma bravo.

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E. R.

La signora raschia il pavimento. Ogni tanto il telefono squilla, allora si alza lentamente – prima su un ginocchio, poi sull’altro, poi una spinta e via – si avvicina al mobile dell’apparecchio, alza la cornetta. La signora non ha mai parlato, da quando abita qui. Al telefono sorride,  si batte una mano sul petto e guarda in alto. Rimane a bocca spalancata, un rivolo di bava le goccia sul colletto della vestaglia. Strappo un pezzo di scottex e la pulisco, poi prendo a mia volta il telefono, – Pronto? – ma il segnale è già andato.

La signora raschia il pavimento dove il gatto ha vomitato. Ha un siamese tronfio e pigro, che ogni giorno biascica chissà quante foglie delle rose in giardino, quelle trattate, che puntualmente rigetta in qualche angolo buio della casa. La signora aspetta che succeda, ogni giorno, perché è tutto ciò che le resta da fare. Allora asciuga il vomito con la carta, passa lo straccio, prende la spazzola rossa e comincia a strofinare. Strofina per ore, finché non si addormenta stremata poggiata al muro.

Io sto nella stanza in fondo. Dalla porta, sempre aperta, vedo il corridoio, il salotto scuro e la polvere che galleggia nei righi di luce che entrano dalla vetrata. Non sento suoni, solo ogni tanto lo strascicare delle ciampelle della signora e il rumore della spazzola sul pavimento. Alla signora invidio i capelli rossi, ancora lucenti.

Qui, oltre a me e lei, non è rimasto più nessuno.

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Vivo accanto alla rimessa degli scuolabus. Per il posto – un minuscolo prefabbricato, tutto sommato messo bene – non devo pagare niente, me lo danno in cambio della pulizia dei mezzi. Comincio a lavorare il tardo pomeriggio, quando tutti i pulmini  gialli sono rientrati dalla corsa di fine lezioni. Spazzo i pavimenti, aspiro i sedili, passo lo straccio. Cerco di eliminare quanto possibile del casino dei bambini che ci hanno viaggiato. Capita di trovare giacchetti, radioline, ombrelli, zaini, ma anche torsi di mela, carte di caramelle, pupazzi, giochini. Le cose di valore devo metterle in una stanza apposita, dove i genitori ogni tanto vengono a cercarle. Tutto qui. Il lavoro è semplice, a pulire tutto ci metto al massimo quattro ore, l’alloggio è carino anche se un po’ fuoricittà. A cento metri da casa passa il treno, giorno e notte, ma non è un gran fastidio, tutt’altro; capita che vada a sedermi vicino ai binari ad aspettarlo. Il sabato vengono a vederlo anche padri e figli dei palazzi qui accanto. E’ una specie di attrazione.

Ho un uomo. Non è mio marito, ma stiamo insieme da qualche tempo. Lo vedo raramente e non so che cosa faccia, quando non è qui; non ama raccontare di sé, ma so di certo  che ha altre donne. Parla con loro al telefono al mattino presto o la sera tardi quando crede che io stia dormendo, e scrive loro lunghe lettere senza preoccuparsi di nasconderle troppo bene. Giusto qualche ora fa gliene ho trovata una, tutta spiegazzata dentro un calzino, perciò me ne sono venuta via lasciandolo a letto, solo. Non credo se ne sorprenderà.

In generale non mi concedo molto; quasi niente, direi. Solo ogni tanto, in mattine come questa mi avventuro verso il centro della città. Dopo aver camminato un po’ decido di entrare in un bar a caso, il primo che vedo, per mangiare qualcosa. Il locale è scuro, arredato con poco gusto in stile latino; ci sono figurette di antiche divinità azteche, sombreri appesi alle pareti, vecchie pubblicità scolorite di noti rum. A me il rum fa schifo, lo detesto. E in generale nemmeno l’america latina mi piace; per non parlare della musica di quei posti. Però in questo momento può andar bene. Mi avvicino al bancone, la barista grassoccia con gli occhi allungati e l’aria gentile mi porge un menu sorridendo. Ordino crêpes al formaggio e un bicchierone di rum, uno qualsiasi. Mi siedo al tavolo e aspetto. Siamo in una via turistica, fuori passa un sacco di gente; si fermano a guardare la composizione di frutta in vetrina. Io la noto ora per la prima volta.  Mi rendo conto che in effetti neanche la musica mi dà più fastidio; c’è una canzone famosa, che da qualche parte dice “la vita è un carnevale”. Se fosse stato un giorno qualsiasi l’avrei detestata, davvero.

La cameriera arriva pochi minuti dopo. Ha in mano un piatto con una graziosa composizione, la crêpe al centro ricoperta di riccioli di formaggio, e intorno due laghetti di salsa al pomodoro e alla cipolla. Una vera delizia. Mastico piano e mi sembra la cosa più buona del mondo. Dovrei tornare a casa, perché è tardi e l’ultimo autobus passerà a momenti, ma la prendo con calma. Chissà se avranno chiamato qualcuno a pulire i pulmini al posto mio, nel pomeriggio. Io stessa non mi sono curata di giustificare la mia assenza. Ma anche se nessuno li pulisse, ai bambini importerebbe poco.
Ho ancora mezzo rum nel bicchiere, per quanto possa sforzarmi è davvero disgustoso. Senza che nessuno mi veda, lo rovescio sul tavolo di legno rotondo. Per un po’ guardo il liquido che si spande a cerchio e piano piano prende a gocciolare dai margini verso il pavimento. Poi pulisco con la manica della felpa il macello che ho fatto.

Alla fermata capisco che l’ultima corsa c’è già stata da un pezzo, ma non me ne preoccupo. Mi siedo sul ciglio della strada. Passa qualche bicicletta cigolante, poi più niente. Ho i capelli arruffati e puzzo d’alcool, non so perché ma questo mi fa sentire al sicuro. Così, mi addormento.

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Ho trovato delle ottime arance all’unico, minuscolo,  supermercato del quartiere. Hanno una bella buccia spessa e porosa, pochi fili bianchi all’interno, e gli spicchi ben separati l’un l’altro. Aprire un’arancia e dover faticare a staccarne gli spicchi è una cosa che ho sempre odiato; si perde una gran quantità di sugo e l’odore del frutto, per quanto buono, stagna tanto a lungo nella stanza da nausearmi. Così stamani a colazione ho mangiato tre di questi buonissimi agrumi, ho attraversato la strada e sono entrata nel parco. C’è una panchina arrugginita nella quale mi siedo sempre, di fronte a un piccolo lago che è più una pozza.  Nei giorni feriali, prima di pranzo, di qui non passa certo nessuno ed è questo che mi piace. Non c’è da chiedere, da aspettare risposte, da parlare o ringraziare.

Minuscoli insetti saltellano tra le foglie cadute oramai fradice che ricoprono l’acqua.

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Ho lavorato per un breve periodo in un piccolo negozio di articoli per la casa e confezioni del mio paese. Dovevo mettere da parte molti soldi per frequentare un’accademia, dalla quale poi sono fuggita velocemente per motivi che non sto qui a spiegare, e così quasi per caso avevo trovato questo impiego estivo, che cominciai con molto entusiasmo. Le botteghe stipate di oggetti di vario genere mi avevano sempre affascinata, e i venditori ancor di più; mi chiedevo come potessero trovare esattamente ciò che il cliente chiedeva in mezzo a tutte quelle cianfrusaglie. E così iniziai con piacere in un giorno di fine maggio, dapprima come addetta alla clientela. Avevo a che fare più che altro con donnine in cerca di tappi per i barattoli quattrostagioni e vecchietti che venivano a cambiare la guarnizione della moka; stare a questo tipo ti pubblico mi rallegrava, c’era sempre qualcosa da ascoltare e le giornate passavano velocemente. Nei buchi vuoti mi davo da fare spolverando i servizi di piatti e posate esposti, e in tutto questo la titolare stava nel retrobottega, intenta a confezionare bomboniere per cerimonie di vario genere. Il suo modo di fare, pacato e preciso, mi rasserenava. All’ora della chiusura, rimanevo imbambolata a guardare le sue confezioni in fila dentro le scatole, pronte per essere ritirate. Le immaginavo tempo dopo, poggiate su qualche vecchio mobile a prendere polvere, e provavo una sorta di malinconia benevola.

Successe che la signora si ammalò gravemente, così dovetti occuparmi io del confezionamento bomboniere, mentre il figlio accoglieva i clienti nel negozio. Appresi alla svelta come creare un sacchetto di confetti, legarlo alla figurina e riporlo con cautela dentro i contenitori appositi, facendo la massima attenzione per non rovinare il tutto. Da quel momento in poi, trascorsi tutte le mie mattinate nel retrobottega, da sola, circondata da pupazzini e figurine di ogni tipo – piccoli clown per i battesimi, gatti decorati per i matrimoni e così via. Potevo capire perché la titolare mi trasmettesse tanta serenità. Fare quel tipo di operazione, prendere un pezzo per volta – prima il tulle, poi i confetti, poi il filo, poi la statuina, chiudere il tutto e metterlo in ordine – dava una sensazione di completezza. Ogni pezzo finito era una piccola cosa conclusa, determinata, che avevo fatto io. Riuscivo a non pensare a niente, ad essere incredibilmente paziente e meticolosa. Nessuno veniva a disturbarmi, non squillavano telefoni, e spesso andavo via anche molto dopo l’orario di chiusura, tanto ero persa nelle mie piccole azioni meccaniche. Non so come, ma quel lavoro non mi annoiava; sono di natura incostante e insofferente, inizio cento cose per poi non portarne a termine nemmeno una, ma le bomboniere mi davano una gran soddisfazione. Iniziavo e finivo ogni pacchettino, e forse era proprio questo che mi faceva stare bene.
Poi l’estate finì, e con lei anche il mio periodo al negozio. La titolare si riprese lentamente dalla malattia, io mi trasferii in una città e ritornai  alla mia vita confusa di sempre; da lì successero un sacco di cose. Ma spesso ci penso, a quei momenti nel retrobottega poco illuminato. E in qualche modo mi sento ancora bene.

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Il rumore dell’impasto di un dolce che scivola liscio sulla teglia, prima di essere infornato, è una delle cose che amo di più. I ghirigori delle ultime gocce rimaste attaccate alla ciotola, e la superficie che pian piano torna immobile e perfetta.

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