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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Mi sono arrovellata per mesi cercando di capire cosa mi sia preso qualche tempo fa, quando ho deciso di stravolgere tutto e andare incontro al buio. Non sarei capace di contare le notti e le mattine in cui mi sono svegliata solo con la voglia di sbattere la testa contro il muro. Quante volte ho guardato indietro analizzando giorno per giorno le parole che avevo detto, le sensazioni, il senso di disorientamento, l’incapacità  di riconoscere anche solo per un attimo la persona che ero, urlandole contro e chiedendo dal futuro: perché.

Invidio le persone che comprendono se stesse a fondo. Sono facili da riconoscere – almeno per me – calme e posate, hanno gli occhi fermi e tranquilli. Io non sono così. Ho sempre avuto, fin da bambina, un tumulto dentro: quello che mi portava a strappare senza alcun motivo le piante della vicina, ad andarmene da casa di nascosto, quello che ha portato a galla i sassolini scuri nei miei occhi verdi. Qualcosa che si muove senza che io possa controllarlo, che mi spinge avanti, mi fa annoiare dei posti dopo tempi più o meno brevi. Non posso tenere questa cosa a bada. Quando provo a farlo, mi esplode contro con effetti disastrosi che non riesco a controllare. Non basta neanche l’amore a calmarlo.

*

Sono stata già molte altre volte in questa stazione. Qui ho aspettato, ho corso, ho incontrato amici e amori, ho mangiato, mi sono seduta e ho pianto. Quando capito in luoghi come questo mi sento in pace. La gente va di fretta, non ha nessun motivo di essere qui, sta solo andando da una destinazione all’altra; alcuni si salutano, altri si ritrovano, altri ancora camminano soli con l’ombrello sotto braccio, senza lasciarsi infastidire troppo dalla pioggia che scroscia poco fuori l’entrata. Qui, io e il mio tumulto siamo in pace: ci muoviamo con tutto quello che si muove intorno a noi.

Mi sono arrovellata per mesi cercando di capire cosa mi sia preso qualche tempo fa. Ora lo so. Ed è molto più semplice di quanto immaginassi.

Non avrei mai potuto chiamare un posto, qualsiasi esso fosse, “casa”. Avevo ancora bisogno di treni, di sconosciuti, di partenze, strade bagnate e scure, caffè bollenti in bicchieri da asporto. Avevo bisogno di andare. Il mio tumulto è un fuoco che macina quantità industriali di combustibile. Non sarei mai stata capace di fermarmi, per nessun motivo. Credevo che l’amore sarebbe bastato – e ne avevo a sacchi. Non è servito. Mi si è rivoltato tutto contro, con una violenza tale che non potevo più riconoscere nemmeno il palmo delle mie mani.

Raramente quello che ho dentro si calma e mi lascia in pace. Una delle poche, pochissime occasioni in cui si addormenta, è quando riconosco qualcuno come me, con lo stesso fuoco dentro e lo sguardo rivolto verso l’alto, alle stelle e allo spazio, perché piano piano è lì che vorrà arrivare, poco importa tra quanto. Mi è successo solo una volta. È bastato incrociare il suo sguardo, un secondo, dall’altro lato della stanza.

Mi riesce difficile credere di poter stare bene. Quando non ho pensieri e me ne accorgo, comincio a guardarmi intorno con fare sospetto, alla ricerca di qualcosa di sbagliato. È vero che sta succedendo a me? E quello che sento, lo sento veramente? Queste domande mi hanno spaventata molte, moltissime volte in passato; ora non hanno alcun potere. All’inizio anche questo mi faceva molta paura, poi ho capito. Lui ha il mio stesso fuoco. Nel calore del suo corpo, a notte fonda, il tumulto che ho dentro si lascia cullare piano, come un bravo neonato. È disarmante, e bello, rendersi conto di quanto alla fine sia semplice.

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Non so perché non abbia nuotato per tutti questi anni: se i miei muscoli lo permettessero, potrei andare avanti e indietro nella piscina per ore. Purtroppo non sono ancora molto forte, e non ho molto tempo a disposizione. Provo comunque a fare del mio meglio.

Quello che preferisco è mettere la testa sott’acqua, dove i rumori si attutiscono e persino le voci nella mia testa si fanno più soffici, meno severe. Non riesco a sentirle bene quando dicono che non posso essere felice; diventano solo tante piccole particelle, solitarie e innocue.

In questi ultimi due anni ho provato spesso a ricordarmi come si stesse quando si sta bene. Non riuscivo a credere che nella mia vita ci fossero stati giorni in cui al mattino mi svegliavo felice, senza sentire un macigno sul petto, o senza dovermi trascinare in cucina come una massa informe e grigia, costretta ad affrontare la giornata perché non c’era altro da fare. A volte guardo indietro e mi complimento con me stessa per essermi spinta fuori casa anche nei giorni più bui, per aver convinto le mie gambe a correre cinque, dieci, venti chilometri. Non so come abbia fatto. Forse ero solo sicura che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato. Nonostante la malinconia perenne che mi contraddistingue sono un’inguaribile ottimista; per quanto questo possa suonare patetico, non trovo altro modo per descriverlo. Forse ho solo letto troppe favole da bambina. Ogni momento brutto mi sembra una prova da dover superare per poter arrivare a qualcosa di bello. Non so se questo sia l’atteggiamento giusto, ma è una cosa che mi ha sempre aiutata.

Arrivare ai suoi occhi ha richiesto molto tempo e molte strade tortuose. Foreste buie, mostri, avvoltoi, piante velenose, paludi e torrenti in piena. Lo rifarei mille volte. Mi sento come una principessa guerriera che dopo mille disavventure ha finalmente trovato la chiave per il grande portone del palazzo.

Non sono mai stata capace di scrivere quando sono felice. Chiedetemi di parlare di tristezza, di raccontare storie angosciose, e potrei scrivere per ore. Quando sono felice riesco solo ad elencare le piccole cose belle dei miei giorni. Il profumo del suo caffè al mattino. Sentire il suo corpo accanto al mio, nelle prime ore dell’alba. Il cuore che fa un piccolo salto allegro l’attimo prima di vederlo. L’odore dei suoi capelli. Sentirlo ridere. Quando siamo innamorati siamo tutti un po’ smielati allo stesso modo.

Una delle sensazioni più belle è stata slegare canzoni, luoghi e libri dai vecchi ricordi; pulire le tele e ritrovare nuovi spazi bianchi da riempire.

È una cosa che mi fa sentire tanto leggera.

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Yuuki.

Non sarò mai più felice.

E’ una conclusione a cui sono giunta con non poca fatica, dopo tanto tempo. Ammetto che sia stata piuttosto dura da accettare. Non ho avuto un’infanzia facile, e per un periodo della mia vita – piuttosto lungo, ma breve se comparato a un’esistenza intera – ho potuto capire cosa significhi essere felici, davvero; svegliarsi inondati dalla gioia di affrontare una nuova giornata, tornare a casa, in una casa che si sente propria, dove si e’ protetti, al sicuro. Sprofondare nel letto e l’attimo prima di addormentarsi, pensare alle stelle e al cielo, immaginarsi tutti i pianeti allineati, ma non come lo si intende astronomicamente: pensarli l’uno dietro l’altro formare una figura armoniosa, una di quelle immagini che ti fanno sentire sereno solo a guadarle, come i mandala. E poi sognare torte e cioccolato, perche’ non c’è altro da sognare, e di certo non ci sono incubi di cui avere timore.

Mi chiamo Yuuki e ho quasi ventinove anni. Vivo in un piccolo appartamento di sei tatami vicino a questo lago; mi avrete sicuramente vista passare al mattino quando vado a lavorare, o la sera quando mi alleno, correndo. Mi piace correre anche se non riesco a raggiungere risultati entusiasmanti, e le gare mi intimoriscono. Qualche tempo fa mi sono preparata per una mezza maratona arrivando a correre diciannove chilometri, una distanza impensabile per me fino a poco tempo fa; tuttavia, il giorno della gara, ho deciso di tirarmi indietro, chissà per quale ragione. Io sono fatta così. Ma non è questo di cui volevo parlarvi.

Non ho un gatto, anche se vorrei averlo. A volte dò da mangiare a quello dei vicini, un simpatico brontolone bianco sempre sporco di fuliggine. Gli piace essere accarezzato, seppur solo per il tempo che decide lui. Se lo si accarezza un attimo di più, Pipoca, che significa “popcorn” in portoghese – il padrone ha vissuto in Brasile per vent’anni – si stufa e inizia a borbottare con un miagolio strano, che non avevo mai sentito prima. Io e Pipoca siamo molto simili, anche se io, se fossi un gatto, sarei sicuramente nero.

Ho iniziato a realizzare che non sarei mai più stata felice quando per qualche mattina di fila, svegliandomi, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era il colore grigio. Una distesa informe, nebbiosa, senza sfumature intermedie. Una parete di un palazzo di periferia, perfettamente uniforme e noiosa.

In quelle mattine mi chiedevo: perché sono sveglia?
A dire il vero, ormai capita quasi tutti i giorni.

*

Le pareti del mio appartamento sono giallognole e le finestre di legno. Mi piace molto cucinare. Per un periodo avevo smesso, non avendo nessuno per cui farlo, ma poi, col tempo, ho ricominciato. Ho persino comprato un paio di nuovi piccoli elettrodomestici che mi aiutano nelle mie creazioni. Il mio preferito è senza dubbio il frullatore, che ha anche una lama speciale per tagliare le verdure alla julienne in pochi secondi; mi ha praticamente cambiato la vita, lo dico senza esagerare. Adoro la verdura alla julienne, ma detesto grattugiarla a mano. Lo uso anche per tritare le carote per la mia famosa torta; i miei colleghi sono sempre felici quando la porto in ufficio. E’ una torta di carote ricoperta di cioccolato. La ricetta è brasiliana, mi è stata data dal padrone di Pipoca, anche se lui dice che la mia viene sempre un po’ meglio di quella che fa lui.

*

Da fuori non si vede niente. Sono una persona allegra, attiva, ho una vita sociale piuttosto vivace quando voglio. Ho molti amici, un buon lavoro, qualche frequentazione fugace – non riesco a legarmi per troppo tempo, forse perché mi apro solo superficialmente, o chissà per quale altra ragione. Ma sono come divisa a metà. C’è un lato piu’ oscuro di me che nessuno, ma proprio nessuno, conosce, e che si fa ogni giorno più forte. Mia sorella deve averlo intuito. Ogni tanto, quando mangiamo insieme, la sorprendo a guardarmi con gli occhi preoccupati, quasi timorosi. Né io né lei, però, vogliamo parlarne. Per ora lasciamo le cose come stanno, perché in fondo a cosa servirebbe. Penso al mio lato buio come a un oceano profondo, abitato da creature contorte, che ho visto talmente tante volte da non farmi neppure più paura. O forse non mi fanno paura perché io sono come loro.

*

Non lascio mai i capelli sciolti. Non mi sentirei a posto, e poi fare queste trecce complicate mi rilassa infinitamente. E’ una cosa che ho sempre amato fare. Quando mia madre da bambina mi regalava una bambola la volevo sempre coi capelli lunghissimi per poterli acconciare come più mi piaceva. Sono diventata brava con le trecce alla francese e all’olandese; al mattino mi sveglio sempre venti minuti prima di quando dovrei, solo per sistemare i capelli.

Alcuni di voi sapranno certamente cosa significhi vivere con un grande vuoto dentro: quello che viene quando muore un famigliare, quando si abbandona un’amicizia, quando si perde un compagno. So che sapete di cosa sto parlando. E’ un vuoto sordo, pesante, che non smette mai di pulsare dal momento in cui ci svegliamo al mattino a quando chiudiamo gli occhi prima di dormire, e talvolta prosegue nei sogni. C’è sempre, anche quando ridiamo e ci divertiamo durante una serata fuori con gli amici. E’ come uno spillo piantato dietro il collo, che quando finiamo di sorridere per qualcosa, proprio nell’attimo in cui la nostra bocca torna a una posizione neutrale sul viso e gli occhi smettono di brillare, si spinge un po’ più a fondo e ci dà una piccola scossa come a dire: sono qui, sempre.

Io avevo tutto e per qualche motivo – non ho mai capito bene perché – ho deciso di lasciarmi tutto alle spalle. Il mio vuoto è il risultato di qualcosa che io stessa ho fatto. Non posso dare la colpa a nessuno, o arrabbiarmi contro qualcosa. E’ successo dentro di me e intorno a me, con conseguenze catastrofiche. Da quel momento, ogni giorno ha iniziato a coprirsi di una patina grigia, prima appena percettibile, ora spessa, gelatinosa, impossibile da ignorare. Ho dovuto imparare a conviverci. Imparare la normalità di aprire gli occhi al mattino e non voler essere sveglia, assorbire quel pensiero per dieci minuti, poi alzarmi e proseguire la giornata.

So di essere stata molto fortunata ad aver provato cosa significhi essere felici almeno per un periodo. Mi rendo anche perfettamente conto che avendo rinunciato a tutto volontariamente, la mia infelicità – o meglio, il mio torpore costante, la mia anedonia – è una conseguenza naturale, che ho meritato. Come ho già detto, non sono arrabbiata con nessuno, e non biasimo nessuno.

Tuttavia, devo continuare a vivere.

Ammetto di aver pensato spesso alla morte, ma sono troppo codarda per morire. Le persone sembrano lanciarsi giù dai grattacieli o sotto i treni tutti i giorni; mi chiedo dove trovino il coraggio. Io mi limito a sperare sommessamente che la morte mi cada in testa come un mattone dal terzo piano. Che in un giorno qualunque un pezzo di cornicione si stacchi da un palazzo proprio mentre io cammino lì sotto per andare a comprare il pranzo. Queste storie si sentono spesso, in fin dei conti. Non ci sarebbe niente di male. Non avrei nessuna lamentela da fare, una volta passata all’aldilà. Nessuna situazione rimasta in sospeso da risolvere, nessuna cosa che avrei desiderato ardentemente fare prima di morire. Sparirei senza battere ciglio, forse sentendomi quasi sollevata.

*

La cosa più difficile a cui ho dovuto dire addio è la musica. Non tutta la musica, s’intende, ma alcune canzoni – a dire il vero molte – che non potrò mai più ascoltare. La musica ha il potere di legarsi indissolubilmente ai momenti di cui fa parte, e ogni volta sentire determinati pezzi è un grande dolore di cui non ho bisogno.

A volte penso di non essere mai stata capace di vivere come gli altri: sono un essere umano difettoso. Non lo penso con rabbia o rancore, solo come una constatazione oggettiva.

Come guardare questo lago e dire: l’acqua è verde.

Non c’è mai nessuno qui, chissà perché, nonostante le numerose panchine e gli alberi di ciliegio. Una volta ho incontrato un serpente, correndo, ma non credo che la gente non venga qui per quello. Deve essere stato un serpente innocuo, tra l’altro. Sembrava più spaventato di quanto non lo fossi io.

Stamattina, prima di venire qui, ho fatto colazione con pane tostato e marmellata di fragoline di bosco. Ancora prima, mi sono svegliata a fatica, una cosa molto insolita per me che di solito mi sveglio facilmente, dopo un bellissimo sogno. Nel sogno ero in visita al mercato del paese con la mia vecchia classe, avrò avuto sì e no tre anni, e la cosa che ho sognato è successa davvero: durante la visita incotrammo mio nonno paterno passeggiare verso la pineta poco distante, e il solo vederlo mi riempì gli occhi di lacrime di gioia. La maestra fu così sorpresa dalla mia reazione che mi lasciò andare via con lui. Il nonno mi prese in braccio e proseguimmo la nostra mattinata insieme, camminando intorno al lago e altri posti che ci piacevano particolarmente.

Non so quante volte mi sono ripetuta “sarebbe bellissimo tornare a quel momento”. Ormai queste parole suonano consumate, come un disco rotto. Però sarebbe davvero bellissimo. Davvero tanto.

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Mentre decollavo stavo ascoltando una canzone. Il rullo di tamburi (1:54) è iniziato quando i motori si sono attivati a tutta potenza e la strofa cantata proprio quando l’aereo si staccava da terra. Adoro questo tipo di coincidenze. Succedono una volta ogni tanto, e di solito corrispondono a momenti particolari della mia vita. Un po’ come quando vai al supermercato per comprare un pacco di biscotti che costano un euro e trentasette, ti frughi in tasca mentre la cassiera aspetta con la mano aperta, tiri fuori tutte le monetine che hai – pezzi da uno, due, cinque centesimi – e dopo averli contati tutti il risultato fa proprio unoetrentasette.

In questa stagione piovosa le strade e i fiumi, dall’alto, sembrano budella. Un’altra cosa che mi sorprende sempre, ogni volta che volo, e’ che le nuvole non sono morbide, anzi. Quando ci si passa attraverso e’ un gran trambusto, mi riesce difficile persino leggere.

 

*1 di non so quanti. 

 

 

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La verità è che mi manca come l’aria.

Mi rendo conto di quanto questa sia un’espressione trita e banale; io stessa non avrei mai pensato di usarla in vita mia. Ma so bene cosa si provi a rimanere senza aria: l’affanno, la disperazione, lo smarrimento. Ed è esattamente quello che sento ogni volta che penso a lui.

In questo momento mi trovo nella sala di attesa di un pronto soccorso, insolitamente deserta. Ne ho visti tanti di posti simili, negli ultimi due anni. Gli ospedali si somigliano tutti, talmente tanto che se non fossi certa di quale parte del pianeta io sia, per quanto mi riguarda potrei essere a New York, Roma o Kuala Lumpur. Ci sarebbero le stesse pareti, gli stessi telefoni che suonano a vuoto e lo stesso odore di disinfettante. Ho il mento coperto di sangue e la bocca dolorante. Guardandomi allo specchio, poco fa, ho pensato di somigliare a uno di quei terrificanti pupazzi da ventriloquo.

Si apre una porta verde alla mia sinistra e ne esce un dottore giovane con gli occhiali tondi, che senza dire troppe parole mi fa mi accomodare in una stanza piccola e male illuminata. Mi chiede cosa sia successo. Gli dico che anche stavolta è stata colpa del Sakurajima e lui mi guarda perplesso da sopra gli occhiali. Cosi’ gli racconto dell’incidente in palestra. Del tapis-roulant impostato a 8.7 miglia orarie (ultimamente tengo sempre questa velocita’), dell’iPod a volume alto, della TV di fronte che trasmetteva il notiziario, di quando hanno mandato in onda le vecchie immagini dell’eruzione del Sakurajima, del fatto che non le vedessi da almeno due anni, della concentrazione persa, di come senza neanche accorgermene mi sia ritrovata a terra, accartocciata tra le due file di macchinari col tizio che mi guarda sempre il culo mentre corro piegato su di me con l’espressione preoccupata e le mani sulle guance sudaticce. Non so cosa ci facessi in palestra alle undici e trenta della sera, gli dico, rimane aperta fino a mezzanotte e mezzo e mi andava di sudare un po’, che poi non e’ altro che la verita’. Scarabocchia qualcosa sul suo taccuino e mi spedisce a farmi medicare. Me ne torno a casa dopo quaranta minuti e tante lacrime – sono una fifona, ho paura degli aghi e non tollero il dolore – con cinque punti stampati in verticale sotto il labbro inferiore.

Quando il Sakurajima e’ eruttato, due anni fa, io e lui vivevamo insieme nella piccola casa gialla vicino ai campi di zucche. Eravamo felici. Ricordo quanto fosse bello svegliarsi al mattino e come prima cosa accorgermi della sua presenza accanto, sentire il suo corpo caldo ancora addormentato, accendere il fornello sotto la caffettiera preparata da lui la sera prima, fare colazione insieme sempre con le stesse tazze, ascoltare i rispettivi oroscopi sull’iPhone, giocare a qualche giochino stupido e prepararsi cosi’, dolcemente, alla giornata. Di quei momenti ricordo tutto, perfino lo strofinaccio che usava per asciugare le finestre dallo strato di umidita’ depositatosi durante la notte. Ricordo i taglieri colorati, il coltello verde, i bicchieri con i delfini. Devono essere ancora da qualche parte, in una delle tante scatole seppellite nel mio scantinato.

Se qualcuno mi chiedesse perche’ durante l’eruzione io abbia deciso di non prendere la sua mano nonostante le sue urla, nonostante quanto lui abbia provato a trascinarmi dall’altra parte con se, non saprei dirlo. Non saprei proprio cosa rispondere. A volte provo a chiudere gli occhi e ripensare con tanto sforzo all’istante in cui mi sono voltata iniziando a correre fortissimo nella direzione opposta alla sua, ed e’ come se vedessi un’altra persona. Ad ogni buon conto, in una maniera o nell’altra –  e solo per causa mia – io sono rimasta di qua senza rifletterci un momento, lasciando lui e tutto quello che avevamo costruito al di la’ della voragine. Nello strano mondo in cui viviamo non c’e’ modo di passare da una parte all’altra, ne’ di vedere gli abitanti dell’altra zona, neppure temporaneamente. E’ possibile avventurarsi fino alla voragine; alcuni hanno addirittura provato a saltare per arrivare dall’altra parte, ma senza successo. E’ come se l’aria sopra quel buco fosse di gomma, e per quanto si possa provare non si puo’ che rimbalzare indietro, seguiti passo dopo passo dall’occhio attento del Sakurajima che sembra quasi accorgersi divertito di questi goffi tentativi di fuga.

Penso di essere l’unica qui ad avere scelto di rimanere, da sola. Gli altri si sono ritrovati da questa parte per caso e per sfortuna. A pensarci bene solo uno stupido vorrebbe vivere in questa landa deserta perennemente oscurata dall’ombra del vulcano, dove non crescono neppure gli alberi. All’inizio sognavo quasi tutte le notti di aver preso la sua mano e averlo seguito dall’altra parte. In effetti faccio ancora un sacco di sogni strani con lui, ma questa cosa ho smesso di vederla. Inutile spiegare quanto la mia vita sia cambiata, da allora. Chiunque abbia avuto un lutto importante o abbia perso qualcosa che considerava una parte di se, come una casa, puo’ capire quello che provo. Posso dire certamente di avere imparato un sacco di cose, da quando sto qui. Me la cavo meglio da sola, perche’ non ho altra scelta. Ho anche capito, e seppure a fatica accettato, che e’ sola che saro’ per sempre. E’ un pensiero difficile, ma non impossibile da metabolizzare. Difatti non e’ questo che mi ha fatto perdere totalmente la concentrazione e cadere, qualche ora fa, mentre correvo sul tapis-roulant.

Quando il Sakurajima e’ comparso sullo schermo, con la sua figura nera adornata di zampilli rossi e nubi scure, ho smesso di respirare. Ho rivisto un sacco di piccole cose che sono rimaste incollate chissa’ come alla parete del mio cervello e ho dimenticato dove fossi e quello che stessi facendo. I disegni appiccicati all’armadio della nostra camera da letto. Le canzoncine canticchiate alla nostra maniera buffa. I balletti durante i viaggi in macchina. La spesa. La collezione di calamite. Anche solo nominare queste cose mentre me ne sto sdraiata sul letto, coi cinque punti che pulsano sommessi, mi fa venire le lacrime agli occhi.

Per chissa’ quale via trasversa ho saputo della sua vita. So quanto stia bene, come abbia trovato una nuova compagna, so dei suoi figli. Potrebbe sembrare difficile crederlo, ma ne sono davvero tanto felice. Cio’ non mi impedisce di smettere di respirare in alcuni casi, come quando l’eruzione del Sakurajima compare alla TV. A volte ho pensato che se tornassi nello stesso punto dove ho deciso di andarmene, se la temperatura fosse la stessa di quel giorno e il Sakurajima decidesse di eruttare di nuovo alla stessa maniera, il tempo tornerebbe indietro e potrei seguirlo dall’altra parte. Ma so bene che certe cose non si cambiano, e che le voragini della terra non possono richiudersi.

I punti sono una soluzione fastidiosa. Mi chiedo come sia possibile che con tanti progressi scientifici, ancora nessuno abbia inventato un metodo migliore per sistemare le ferite profonde. Chissa’ se riusciro’ mai ad addormentarmi, con questi fili che mi tirano il mento.

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Sono arrivata qui col mio sacchetto di ricordi. Li ho spalmati su ogni mattone di ogni parete di ogni edificio, su ogni ringhiera dipinta di nero, ogni porta azzurra, rosa o rossa, su ogni ciuffo d’erba che costeggia il canale, ogni pulsante di ogni citofono, ogni semaforo, ogni insegna della metropolitana, ogni scarpa di ogni pendolare che ogni mattina scende dal treno e a testa bassa cammina veloce verso il cubicolo nel quale dovrà trascorrere tra le otto e le dodici ore, aggrappato al telefono e alla tastiera di un computer.

Se penso ai momenti di felicità nella mia vita mi vengono in mente solo piccole immagini. Uscire dalla doccia, sedermi all’angolo del letto, asciugarmi i capelli con la sua testa poggiata sulle mie ginocchia mentre con gli occhi provo a decifrare le file di numeri scritti sulle scatole di scarpe. Il risotto ai porri, due minuti prima che sia perfetto, assaggiarlo e controllare l’ora per preparare tutto prima che lui torni a casa. L’impasto dei muffin al cioccolato che riempie con uno sbuffo allegro gli stampini. Vigilia di Natale: tartare di salmone e peperoni dolci. Il rumore del fiume in fondo alla valle, le lucciole, il profumo d’estate da quella finestra.

Gli edifici, i mattoni e le vetrine dei negozi parlano tutti la stessa lingua che non vuol dire casa. Come guardare un album di famiglia con foto sbiadite, marroncine, chiusi in una cella di chissà quale città di chissà quale paese. I nomi delle vie, le merci esposte, le librerie, i cartelloni pubblicitari hanno tutti dei piccoli spilli che sanno usare per punzecchiarmi e farmi voltare indietro. Ricordi?

La verità è che la colpa è soprattutto mia. Un topolino sempre all’erta, con gli occhi e le orecchie bene aperti, pronta a raccogliere e decifrare qualsiasi messaggio, anche quelli che messaggi, forse, non sono. Mi piacerebbe tanto poter chiudere il cervello qualche volta. Resistere a tutti i blip blip, toc toc, drin drin. Ma mi è impossibile.

Sono arrivata qui col mio sacchetto di ricordi. Piano piano li ho spostati per fare spazio – ma spazio per cosa mi sono chiesta tante volte, tu spostali, ci sarà sempre tempo per pensarci. All’inizio è stato difficile abituarsi alle camminate veloci e ai cieli sempre grigi, ma dopo non molto tempo – sono bastate una dozzina di settimane – ho capito. Ho iniziato a prenderci gusto. A confondermi con le pietre dei palazzi e con le vetrate dei grattacieli. A diventare invisibile nei caffè del centro. A riempire il mio sacchetto di cose che in fondo c’erano sempre state ma che non volevo vedere. Perché ho creduto per tanto tempo di non essere difettosa, ma qui non c’è bisogno che non lo sia, nessuno se ne accorge. Posso stringermi nel cappotto grigio scuro, accelerare il passo e fondermi con la folla nel buio della sera, anche se ho i capelli rossi.

E’ passato tanto tempo dall’ultima volta, ma mi piace ancora, di tanto in tanto, scendere quaggiù nel pozzo con l’acqua scura, vischiosa, che avvolge le caviglie. E poi dormire.

 

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Falling short.

Non so se arrendermi al fatto che tutto quello che ho e avro’ sara’ sempre una versione sbiadita di quello che ho gia’ avuto.

Because you took something away from yourself
Come back to this world and take your heart to higher shelf
Heart to higher shelf
Not too far to carry this,
Because you took something away from yourself
Come back to this world and take your heart to higher shelf
One month till February and this is how I feel
Because you took something away from yourself
Come back to this world and take your heart to higher shelf
One month till February
‘Cause you could say this is not too far to carry this
‘Cause you could say this is not too far to carry this

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