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Archive for the ‘voce’ Category

Io ho un grande difetto, tra gli altri. Mi ricordo sempre tutto. Ogni data, ogni nome, ogni piccolo racconto. E’ una cosa che normalmente potrebbe tornare molto utile, ma che invece e’ un grande ostacolo quando si cerca di mettere via una parte del proprio passato.

Nonostante cio’, ho notato tanti piccoli cambiamenti. Al mattino sono felice di svegliarmi; non succedeva da tempo. Sentire determinate canzoni non mi fa nessuno strano effetto, cosi’ come leggere nomi buffi e vedere faccine negli oggetti e nei paesaggi di tutti i giorni – cose che potrebbero sembrare sciocchezze, ma che fino a poco fa mi riempivano gli occhi di lacrime.

Lo scorso anno, quando facendomi una violenza infinita mi tiravo fuori dal letto e andavo a correre sotto la pioggia o la neve con le mani e il naso congelati dal freddo, non avrei mai creduto di poter tornare ad essere serena. La verita’ e’ che per quanto abbia tenuto stretti gli ultimi brandelli di ricordi, ho iniziato a dimenticare. E’ una bella sensazione.

Non sono brava a parlare direttamente di quello che sento. Devo sempre cucire i miei pensieri intorno a situazioni inventate, per proteggermi un po’. Stavolta pero’ non riesco a trovare niente dietro cui nascondermi, forse perche’ non ce n’e’ bisogno.

In questi anni mi sono rimproverata a lungo e profondamente per le scelte fatte e per non aver saputo affrontare quello che mi succedeva nella maniera migliore; tuttavia, alla fine, guardando tutto da dove mi trovo ora so di avere fatto quello che andava fatto.

Tempo fa, leggendo Fight Club di Chuck Palahniuk, una frase mi rimase molto impressa: “Sposati prima che il sesso diventi noioso, altrimenti non ti sposerai mai”. Ricordo di aver pensato quanto fosse vera; da allora, ogni volta che prendo una decisione mi viene in mente. E’ una specie di memento.

Non avrei mai pensato di dirlo, ma chiudere vecchi capitoli e’ proprio bello. Poi ci sono cose belle che rimangono belle in ogni momento della vita, come camminare con la musica alle orecchie.

 

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Mentre preparavo la salsa di pomodoro pensavo a mia zia, che una volta si offese perché le dissi che non mi piace la pasta Barilla. Se la prese proprio a morte, non ho mai capito perché. A me piace la De Cecco, o la Gragnano. Anche la pasta della Coop non mi fa schifo. Ma in effetti non credo mi offenderei se qualcuno la pensasse diversamente sull’argomento. Una volta ho conosciuto una ragazza che mangiava sempre e solo Speedy Pizza, che io ho sempre ferocemente detestato; quando me lo disse sgranai gli occhi e la bocca, eppure rimanemmo amiche. Beh ora non lo siamo più, ma che c’entra.

Tra le tante cose che “ho sempre sognato” c’è anche la Fine. Ho sempre sognato una Fine, di quelle da cinema, con le luci che si spengono, la gente che si saluta con le lacrime agli occhi, il protagonista che rimane da solo a riflettere sul patio di casa sua fumando una sigaretta. E niente, stasera ho avuto la mia Fine. Ho aperto per l’ultima volta il mio piccolo ristorante, ho dato da mangiare a un po’ di persone, ho festeggiato un compleanno (di un giovane ragazzo di otto anni), ho preparato il miglior pesto genovese che abbia mai preparato, ho ricevuto una proposta di matrimonio da uno dei miei ex studenti, ho sofferto il caldo più tremendo tra i fornelli e l’umidità estiva giapponese al novantotto percento. Ho strofinato i fornelli, sgrassato le pentole, ho riposto i piatti, lavato il pavimento, e alla fine ho pianto insieme alla mia collega e insieme abbiamo passato il testimone a chi verrà dopo di noi. A patto che il nome del ristorante rimanga, sempre e solo, AK – o Alessia’s Kitchen.

Non c’è molto altro che sappia dire così a caldo, ma sono stati due mesi grandiosi, e se mi guardo indietro non so bene nemmeno come ce l’abbia fatta ad iniziare.

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.
Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi.
Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola. Yoshimoto B., Kitchen

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Once I said
Keep me out of your head
To wait it out
A thousand years
Didn’t work

Still
You would house my world
Within yours

Scattered mind
Let me out
Wave goodbye

Still
You would house my world
Within yours

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Non avevo mai pensato alla voce delle persone che incontro ogni giorno in biblioteca. Al loro modo di fare e comportarsi, fuori dal silenzio della sala di lettura.

Vado spesso e mi trattengo poco, giusto il tempo di ripassare qualche argomento e tornare puntuale al mio lavoro. La prima cosa che mi viene in mente di quei momenti è il dolore alle mani per il troppo scrivere, calcando forte la penna sul foglio. Non riesco a farlo in un modo diverso, e premo talmente tanto da sentire dolore fino alla spalla. A volte penso che per ricordare bene ho bisogno di “incidere” quello che devo imparare, nel quaderno e da qualche parte nel mio cervello. Ci dev’essere una parete grande, dove riposano kanji, nozioni grammaticali, espressioni di uso comune della lingua giapponese. La mia insegnante si sorprende della mia memoria. Per vanità, non credo che le rivelerei mai questo mio segreto. Capirebbe che in qualche modo anche io ho un “trucco”, e forse non penserebbe più che sono un po’ speciale.

Poi mi viene in mente il legno antico degli arredamenti. I vecchi libri silenziosi, poggiati l’uno sull’altro, e le pareti altissime. Il lucernario, attraverso il quale il cielo sembra sempre coperto, così che ogni volta che esci fuori è una sorpresa trovare il sole.

Infine le altre persone. Di questi tempi non rimaniamo che io e forse altri due – tre ragazzi, che approfittano degli ultimi giorni in città prima delle vacanze per sistemare fogli e documenti, o cominciare a leggere qualche nuovo libro di testo. Ma normalmente siamo in tanti, ognuno occupato nel suo angolo di tavolo.
Mi piace osservare gli altri. C’è chi studia ascoltando la musica, chi legge, chi ripete muovendo solo la bocca, senza emettere suoni. Gente con i libri tutti sottolineati a matita ed evidenziatori di colori diversi, fogli sparsi, gomme, lapis.

In particolar modo mi incuriosiscono quelli che vengono in biblioteca da soli, non in gruppo. I gruppi sono antipatici, fanno chiasso e ridacchiano di continuo. Mentre le persone sole sono così silenziose, e buffe da guardare. Spesso immagino la loro vita, quello che fanno normalmente, o che tipi siano. Posso capire quello che studiano dalle costole dei loro libri. La gran parte si occupa di legge. In un certo senso ammiro gli studenti di legge. Io non potrei mai occuparmi di una cosa così noiosa, senza distrarmi o divagare. Ma forse loro pensano lo stesso di quello che studio io, chi può saperlo.

Tutte queste persone non le sento mai parlare ad alta voce. Non so che tono abbiano, come si esprimano. Ma qualche settimana fa è capitato che incontrassi due dei ragazzi fuori dalla biblioteca, mentre camminavo verso la mia bicicletta. Passeggiavano anche loro, lentamente, diretti non so dove. Ho potuto sentire le loro voci chiaramente, parlare della vita al sud e di come sia Cosenza. Sono rimasta davvero molto sorpresa. Non so perché ma non avrei mai pensato che potessero avere un accento così marcato. Quando immagino la vita dei ragazzi della biblioteca penso a loro come se fossero personaggi di un libro, o di un film, con un italiano perfetto senza inflessioni, e con comportamenti già stabiliti dallo scrittore, dal regista o da chicchessia.

In sostanza, sono rimasta un po’ male, come se si fosse spezzato un incantesimo. Avrei preferito non sentirli.

Talvolta mi capita di credere che anche io sia il personaggio di qualche libro. Che nel momento in cui chiuderò gli occhi, quello che ho intorno a me sparirà e mi ritroverò nel corridoio buio di un hotel, schiacciata dalle pareti strette a origliare da una porta qualcuno che parla.
Non so perché, ma questo mi fa sentire tranquilla.

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Suona il telefono. Rispondo.

“Istituto ***, buongiorno”

Salve signorina, chiamo dalla Telecom, volevo informarla che siete stati selezionati per ricevere in regalo un pc portatile Toshiba…”

“Guardi scusi, la ringrazio molto ma non ci interessa”

“Ah. E perché?”

Ridacchio. “Beh…signore, qui ne abbiamo già quattro di computer, un altro, per quanto gratuito, non sapremmo nemmeno dove metterlo.” Continuo a ridacchiare.

“Ahahahaha…com’è buffa signorina…lei mi fa ridere, ahahaha. Mi scusi tanto se rido con lei, ma oggi ho avuto una brutta giornata e questa è la prima cosa simpatica che mi succede. Sa, sono stato in banca a ritirare lo stipendio, ma c’era la fila, allora ho fatto tardi al lavoro e i miei capi mi hanno fatto una strigliata che non se la immagina. Pensi che non mi hanno dato nemmeno la pausa per pranzare! Ahahah che divertente…lei è davvero divertente”

“Mi dispiace signore…possibile che non abbia nemmeno cinque minuti per buttar giù un panino?”

“Purtroppo no…li ho fatti proprio arrabbiare sa. Signorina…grazie ancora, lei è…buffa.”

Continuo a ridere. “Grazie a lei signore. Buona serata”.

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Vivo accanto alla rimessa degli scuolabus. Per il posto – un minuscolo prefabbricato, tutto sommato messo bene – non devo pagare niente, me lo danno in cambio della pulizia dei mezzi. Comincio a lavorare il tardo pomeriggio, quando tutti i pulmini  gialli sono rientrati dalla corsa di fine lezioni. Spazzo i pavimenti, aspiro i sedili, passo lo straccio. Cerco di eliminare quanto possibile del casino dei bambini che ci hanno viaggiato. Capita di trovare giacchetti, radioline, ombrelli, zaini, ma anche torsi di mela, carte di caramelle, pupazzi, giochini. Le cose di valore devo metterle in una stanza apposita, dove i genitori ogni tanto vengono a cercarle. Tutto qui. Il lavoro è semplice, a pulire tutto ci metto al massimo quattro ore, l’alloggio è carino anche se un po’ fuoricittà. A cento metri da casa passa il treno, giorno e notte, ma non è un gran fastidio, tutt’altro; capita che vada a sedermi vicino ai binari ad aspettarlo. Il sabato vengono a vederlo anche padri e figli dei palazzi qui accanto. E’ una specie di attrazione.

Ho un uomo. Non è mio marito, ma stiamo insieme da qualche tempo. Lo vedo raramente e non so che cosa faccia, quando non è qui; non ama raccontare di sé, ma so di certo  che ha altre donne. Parla con loro al telefono al mattino presto o la sera tardi quando crede che io stia dormendo, e scrive loro lunghe lettere senza preoccuparsi di nasconderle troppo bene. Giusto qualche ora fa gliene ho trovata una, tutta spiegazzata dentro un calzino, perciò me ne sono venuta via lasciandolo a letto, solo. Non credo se ne sorprenderà.

In generale non mi concedo molto; quasi niente, direi. Solo ogni tanto, in mattine come questa mi avventuro verso il centro della città. Dopo aver camminato un po’ decido di entrare in un bar a caso, il primo che vedo, per mangiare qualcosa. Il locale è scuro, arredato con poco gusto in stile latino; ci sono figurette di antiche divinità azteche, sombreri appesi alle pareti, vecchie pubblicità scolorite di noti rum. A me il rum fa schifo, lo detesto. E in generale nemmeno l’america latina mi piace; per non parlare della musica di quei posti. Però in questo momento può andar bene. Mi avvicino al bancone, la barista grassoccia con gli occhi allungati e l’aria gentile mi porge un menu sorridendo. Ordino crêpes al formaggio e un bicchierone di rum, uno qualsiasi. Mi siedo al tavolo e aspetto. Siamo in una via turistica, fuori passa un sacco di gente; si fermano a guardare la composizione di frutta in vetrina. Io la noto ora per la prima volta.  Mi rendo conto che in effetti neanche la musica mi dà più fastidio; c’è una canzone famosa, che da qualche parte dice “la vita è un carnevale”. Se fosse stato un giorno qualsiasi l’avrei detestata, davvero.

La cameriera arriva pochi minuti dopo. Ha in mano un piatto con una graziosa composizione, la crêpe al centro ricoperta di riccioli di formaggio, e intorno due laghetti di salsa al pomodoro e alla cipolla. Una vera delizia. Mastico piano e mi sembra la cosa più buona del mondo. Dovrei tornare a casa, perché è tardi e l’ultimo autobus passerà a momenti, ma la prendo con calma. Chissà se avranno chiamato qualcuno a pulire i pulmini al posto mio, nel pomeriggio. Io stessa non mi sono curata di giustificare la mia assenza. Ma anche se nessuno li pulisse, ai bambini importerebbe poco.
Ho ancora mezzo rum nel bicchiere, per quanto possa sforzarmi è davvero disgustoso. Senza che nessuno mi veda, lo rovescio sul tavolo di legno rotondo. Per un po’ guardo il liquido che si spande a cerchio e piano piano prende a gocciolare dai margini verso il pavimento. Poi pulisco con la manica della felpa il macello che ho fatto.

Alla fermata capisco che l’ultima corsa c’è già stata da un pezzo, ma non me ne preoccupo. Mi siedo sul ciglio della strada. Passa qualche bicicletta cigolante, poi più niente. Ho i capelli arruffati e puzzo d’alcool, non so perché ma questo mi fa sentire al sicuro. Così, mi addormento.

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Non guadagniamo molto, per questo viviamo tutti nella stessa casa dividendone l’affitto. Uno dei vecchi coinquilini era un po’ più grande di noi ragazzi, un professore; soffriva di accessi d’ira. Per cose irrilevanti si arrabbiava, la testa cominciava a diventargli rossa e sudava, quasi potevi vedere il vapore uscire dalle sue orecchie. Lo prendevamo in giro, con gli altri abitanti della casa; a turno seguivamo le sue mosse, lo spiavamo, fino al momento in cui – ecco! – impazziva, si gonfiava e strepitava per un libro un po’ macchiato o per il tè troppo bollente. Iniziammo a provocarlo, ‘che il vederlo imprecare ci divertiva, e tanto facemmo che alla fine il professore se ne andò lasciando la sua quota mensile da pagare.

Io sono come lui, ma mi nascondo meglio. Se vedo qualche cosa che mi strugge corro in bagno e piango, stringo i pugni e saltello come un gatto con la coda in fiamme. Nessuno sente e nessuno dice niente; non devono sapere perché poi prenderebbero a farmi dispetti, allora anch’io mi vedrei costretta a traslocare. Il mio uomo se la fa con altre donne, con altre cinque, o forse anche più; scrive loro lettere d’amore gonfie di passione, fa con loro quello che con me non sarebbe capace neanche di immaginare. Gli trovo questi stralci scritti nei cassetti e nelle tasche dei giubbotti, e divento il professore, quello che abbiamo fatto scappare, mi vergogno ed ho paura che qualcuno possa capire.

Al piano di sopra una donna dà l’aspirapolvere; non c’è rischio che mi sentano, fortuna.

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