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Nuvole.

Capita che di notte non riesca a controllare bene i pensieri e che loro vadano dove vogliono andare.

Mi sono svegliata con le lacrime agli occhi; e’ una cosa che ogni tanto mi succede. Qualche volta mi sveglio canticchiando una canzone (l’ultima che riesco a ricordare e’ Three Little Birds di Bob Marley – e io odio il reggae), altre ridacchiando e altre ancora, appunto, piangendo. Ma non erano lacrime tristi: la tristezza e’ iniziata quando ho capito che quello che avevo vissuto non era altro che un sogno.

Nel sogno eravamo insieme, e c’era una guerra silenziosa – non si sentiva altro che il rumore dei nostri passi sull’asfalto. Le strade scure erano invase dal fumo e i palazzi intorno avvolti nelle fiamme: come se fosse appena scoppiata una bomba e noi fossimo stati gli unici superstiti. Mi sentivo incredibilmente tranquilla. Ti dicevo che non avremmo mai piu’ lasciato andare l’uno la mano dell’altro e tiravo un grande sospiro di sollievo. Nel ristorante abbandonato in cui entravamo venivamo accolti da un piccolo esercito di pentole e posate, scaraventati a terra durante l’esplosione. Poi la sveglia.

Mi chiedo cosa si possa fare quando non c’e’ piu’ niente da fare. Quando non c’e’ piu’ nessuno a cui impacchettare il pranzo. Quando di una casa non restano che le mura spoglie. Quando anche il nome di una strada fa venire le lacrime agli occhi. Quando l’unico momento in cui sembra esserci un po’ di pace e’ dopo aver corso cinque chilometri e respiro, gambe e cervello sembrano essere collegati in una grande nuvola che ti spinge avanti e non c’e’ altro a cui pensare, solo a correre. Ma non si puo’ correre sempre.

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Appena sveglia ho rotto due bicchieri. Uno piano, urtandolo per sbaglio spostando un canovaccio in cucina e facendolo cadere a picco nel lavandino. L’altro senza neanche sapere come, mentre lo tenevo in mano per portarlo verso la bottiglia piena d’acqua; a un tratto ho sentito la superficie tondeggiante incrinarsi e diventare irregolare, quasi senza fare rumore. Non riesco a capire come sia successo.

Ieri, poco prima di andare a dormire, mi sono fatta un taglio profondo sulla mano. Penso sempre che tutte queste cose non succedano per caso.

Oggi e’ uno di quei giorni in cui il sole mi da’ fastidio. Mi fa lo stesso effetto di quando qualcuno nel bel mezzo della notte decide di accendere la luce senza curarsi del fatto che tu stia dormendo. Dovrei uscire ma non mi do coraggio; il cielo azzurro, gli alberi verdi e tutta questa luce mi immobilizzano in casa. Credo di avere in faccia anche la stessa espressione di quando qualcuno ti sveglia di soprassalto: sopracciglia corrugate, occhi semichiusi.

Vi capita mai di credere che il passato continui a esistere da qualche parte. A volte mi succede di ricordare un dettaglio che potrebbe sembrare inutile, ma che mi rimanda in un determinato posto e momento; come ad esempio il rumore di una particolare finestra che si chiude. Mi riporta in quella stessa casa, al mattino, con la nebbia fuori. L’odore del caffe’, le pareti gialle, la finestra aperta per mandare via il vapore, la mia mano che per via del freddo la chiude e quel rumore, quello preciso, quando la maniglia scatta e serra la finestra. Questo, come mille altre cose.

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Per James io non sono nessuno: un nome e un numero di telefono in una lista di nomi e numeri di telefono. Ha la voce gentile e calma, so che sorride mentre mi spiega che cosa mi faranno, cosa mangiare e cosa bere, quando iniziare il digiuno, come vestirmi, da dove entrare, come trovarlo. I chirurghi qui sono affabili, umani, e chiamano personalmente i loro pazienti prima dell’operazione. Nessuna infermiera o segretaria a fare da intermediario.

La paura inizia a salire non appena chiudiamo la conversazione. Ho sempre avuto un rapporto terribile con gli ospedali, e con mia non poca vergogna mi e’ capitato di svenire gia’ mentre il counsellor mi spiegava cosa ne sarebbe successo delle mie ossa e dei miei legamenti, dove avrebbero tagliato e perche’. Come sempre in questi casi l’udito e’ stata la prima cosa ad andarsene – e’ come se qualcuno mi mettesse due grossi batuffoli di cotone intorno alle orecchie – poi gli occhi hanno iniziato a riempirsi di palline nere e poi piu’ niente. Per fortuna ho potuto giustificarmi dando la colpa al caldo insolito di questi giorni. Non so proprio spiegare cosa sia a terrorizzarmi tanto.

James ha detto che l’intervento si svolgera’ in anestesia totale. La settimana che precede il giorno stabilito non faccio che sognare demoni, diavoli e fantasmi. La sera prima decido di andare a ballare swing per non pensare troppo.

Il giovedi’, alle cinque del mattino sono gia’ sveglia. Ho talmente paura che non mi pesa nemmeno non fare colazione. In ospedale il mio nome viene chiamato dopo un po’ di attesa, nella solita maniera sbagliata in cui viene pronunciato qui da tutti. Un’infermiera asiatica, piu’ bassa di me di almeno venti centimetri, mi accompagna allo spogliatoio e mi spiega come infilarmi i due camici per la sala operatoria. Mi guardo allo specchio. Sembro un salame fantasma. Mi portano in una nuova sala di attesa con altri salami fantasma di varie eta’, intenti a leggere articoli di gossip nei giornali spazzatura provvisti dall’ospedale. Io sono pietrificata e non riesco a fare niente. Fingo di guardare la TV. Dopo non molto iniziano i vari colloqui: prima con uno dei chirurghi, Agatha, forse venticinque anni, est europea, occhi grandi e lenti a contatto; poi con l’anestesista, Jane, magrissima, inglese, dice che non c’e’ niente di cui avere paura; poi il dottor T., il mio counsellor che incuriosito dal caso vuole assistere all’operazione, mi chiama “la giocatrice di rugby” perche’ e’ giocando a rugby che tutto questo e’ iniziato; infine un’altra infermiera, probabilmente al suo secondo giorno di lavoro, inglese, mora, mi misura la pressione, mi fa mille domande, mi pesa – dall’ultima volta in cui mi sono pesata due mesi fa ho perso cinque chili – mi fa fare un test di gravidanza perche’ “e’ la prassi”. Dopo tanto parlare mi sento improvvisamente rilassata, tranquilla. Quando l’anestesista mi chiama sono pacata e sorridente. Non fa in tempo a mettemi la flebo e spiegarmi che il liquido sara’ un po’ freddo che chissa’ per quale ragione scoppio a ridere, poi il buio.

Mi sveglio e ho gia’ le lacrime agli occhi. Sento una voce lontana che mi chiede perche’ io stia piangendo. A fatica, lentamente, riesco a rantolare un “fa male”. Sento un gran dolore alla mano sinistra, che con sorpresa scopro essere avvolta in una specie di gesso fino a meta’ avambraccio. La voce lontana di prima inizia ad assumere le sembianze di un’infermiera cicciottella con gli occhiali, mi inietta una dose di morfina dalla canula e dopo qualche minuto mi chiede di quantificare il dolore da uno a dieci. Sei. Inietta altra morfina. Mi chiede di quantificare il dolore da uno a dieci. Sei, piango ancora. Inietta altra morfina. Ci sono degli unicorni e mi sembra di scorgere una collina in lontananza, ma l’unica faccia che vorrei davvero vedere non c’e’. Un telefono squilla fortissimo. Mi riaddormento.

La seconda volta mi sveglia il dottor T. per dirmi che e’ andato tutto bene, e che spera che abbia imparato la lezione, non si gioca a rugby coi ragazzi. Gli dico che d’ora in avanti andro’ solo a lezione di swing, ma ci crediamo poco entrambi. Mi sposto a fatica nella sala dove si viene dimessi. Un’infermiera vecchia e un po’ rimbambita mi accoglie con un gran sorriso, mentre canticchia una canzone a bocca chiusa; sempre cantando, mi para di fronte un pacchetto di biscotti, un sandwich con il tonno e un te’ con talmente tanto latte da risultare completamente bianco. “Ora mangia”, mi dice, dovra’ darmi altri antidolorifici. A fatica ingurgito i biscotti, poi ho dei conati di vomito, devo sdraiarmi di nuovo. Vado e vengo da uno strano mondo dei sogni dove i rumori reali si fondono ai miei pensieri. Qualcuno mi ha detto, recentemente, che ho una visione dell’amore completamente contorta, sbagliata, che mi comporto come un’adolescente e non dovrei piangere per le sciocchezze. Io penso solo che il mio cuore si sia ridotto a un sasso.

Torno da questa parte e mi stanno imboccando il sandwich al tonno. E’ proprio buono. Poi mi avvertono che e’ ora di andare a casa.

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Ho una caviglia gonfia; sento una fitta profonda che parte dal piede e arriva al ginocchio a ogni passo che faccio. Cerco di non pensarci mentre mi avvio verso l’ufficio. Questa mattina mi ha svegliato un sogno terribile: avevo una ferita enorme su una coscia, internamente; in chissa’ quale modo avevo perso una porzione di pelle molto grande e andavo in giro in mutande a cercare aiuto dai miei amici, incredula, con le lacrime agli occhi. “I., guarda che cosa mi e’ successo”. I. mi guardava comprensiva, mi abbracciava e diceva di non preoccuparmi: sarebbe andato tutto bene. Come si sta quando tutto va bene?

Non c’e’ un solo momento della giornata in cui la caviglia smetta di pulsare. Torno a casa dopo il lavoro e anche se non ne ho nessuna voglia, dopo aver visto qualche video-ricetta  – non so perche’ guardare gente che cucina mi tranquillizzi cosi’ tanto – inizio a vestirmi. I pantaloni neri comprati in Giappone, ormai sdruciti ma troppo comodi per poterli buttare. La maglia gialla presa da Decathlon – D-O-M-Y-O-S! Il jingle della pubblicita’ mi risuona in testa ogni volta che la vedo; lo scaccio via come una zanzara, scaccio via l’immagine del Decathlon vuoto e tutto quel giorno. Mi infilo le chiavi in tasca e inizio a correre.

La caviglia fa male, mi dico che lo faro’ solo per dieci minuti, quel tanto che basta per scaricarmi un po’. Il parco e’ semideserto, se non fosse per la lezione di acqua-gym in corso nella piscina di fronte non si sentirebbero rumori. Il sole e’ un pallone alto, giallo nel cielo. In questo stesso giorno, tanti anni fa, San Giorgio ha ucciso un drago – lo dice la radio. Lo ha infilzato dopo che la principessa lo aveva tratto in inganno, rendendolo mansueto. A me quel drago fa tanta pena. Altri dieci minuti, poi torno a casa. Il cielo si tinge di rosa e sono ancora qui; procedo senza spingere troppo ma con passo deciso. Ci dev’essere qualcosa nell’aria che quando corro non mi fa pensare a niente e mi fa sentire quasi euforica. La caviglia non fa troppo male ed e’ passata mezz’ora senza che nemmeno me ne accorgessi. Sto ascoltando una canzone con un testo ridicolo, che preferirei non dover capire. Mi scoccio banalmente del fatto che tutte le canzoni parlino d’amore. In questo momento vorrei sentire un pezzo che parli di come preparare al meglio i croissant. Forse dovrei mettermi a scrivere canzoni io.

Raggiungo la soglia di casa dopo piu’ di quaranta minuti e nonostante la caviglia dolorante proseguirei per almeno altri tre chilometri ma non voglio strafare. Questo e’ il momento della giornata che preferisco: quando il lavoro e’ fatto, la corsa e’ conclusa, e non resta che godersi il benessere momentaneo che ne deriva. Io sono quella che ha preso lo spillo in mano e ha fatto scoppiare la bolla di sapone, e lo spillo e’ pesante. Penso che per un bel po’ continuero’ a correre nel vuoto, verso il vuoto. In qualche modo mi fa sentire meglio.

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Ieri ho visto la primavera.

Se ne stava sdraiata su un tetto marroncino, e sopra aveva l’azzurro. L’orologio segnava le 19:22, ma i  pettirossi continuavano imperterriti a gioire della luce.
Eccola, mi sono detta. Nel rosso del cielo che si inscurisce, la stavi aspettando ed e’ arrivata.  Certo, ha un profumo diverso qui; non sa di foglie e linfa, di bosco in rinascita. Ricorda l’erba e l’acqua e i fiori. E’ comunque un buon odore no?

Tra una nuvola e l’altra sono andata al parco. E’ malinconico starsene soli su un altalena cigolante, porta il pensiero al passato e fa salire la nostalgia. Che pero’ e’ quella dolce dell’infanzia, quella che sorride. E all’improvviso vedo questi due bambini, sui 4 anni, giocare con una grossa calcolatrice abbandonata.

Mi stupisco del fatto che riesca a comprendere tutto quello che dicono. Imparo in fretta, evidentemente.

Stanno litigando su chi sia il piu’ grande e chi il piu’ piccolo. Uno porta alto il suo onore dicendo che la madre lo fa andare a letto alle 20:30, l’altro controbatte raccontando che il Mercoledi’ mattina puo’ dormire fino alle 11:30. E mi trovo ad ascoltarli  imbambolata, ripensando a quando io facevo questo genere di sfide.

Avevo un’amica piu’ alta di me, che si divertiva a dirmi quanto fosse grande, nonostante fossimo nate nello stesso anno. Io ero piccina piccio’, per lei era un gioco beffarmi. E ricordo che a causa dui questo gioco, per un lungo periodo nella mia testa altezza ed eta’ sono state due cose direttamente proporzionali.

Sono tornata a casa solo quando il sole ha abbandonato completamente il cielo, e l’unico colore da guardare era un azzurro terso. Niente piu’ rosso, o rosa, o arancio. L’ ora di andare.

E dopo cena mi ritrovo a sbucciare una mela con uno di quei coltellini minuscoli, lama corta e punta arrotondata. Immediatamente ripenso a mio nonno, che si ostinava ad usarli per fare di tutto nonostante le lamentele di mia nonna. Questi coltellini hanno proprio il Suo sapore, cavoli. Li associo direttamente alle sue mani vecchie e morbide, poi al suo sorriso, ai suoi occhi, alla sua inconfondibile voce, ed eccolo di nuovo qui con me.

E’ un pomeriggio dopo scuola, e mi prepara una mela. Alla televisione c’e’ Solletico, lo guardo distrattamente mentre scozzo le carte da gioco. Nonno mi siede di fronte, e nonna sta pulendo la camera da letto. Lo so perche’ sento il profumo delle loro lenzuola. C’e’ la finestra aperta e sento gli uccellini cantare. Il sole sta cominciando ad andarsene, cola come miele caldo nella parete della chiesa di fronte.

Il nonno sistema la mela a fettine sottili nel piattino, quello mio personale con la rigatura rosa. So gia’ che mi porgera’ del pane; ha sempre amato il pane, lui, con qualsiasi cosa. Per me e’ diventato una passione solo adesso, ma al tempo non ne volevo nemmeno sentir parlare.

E poi penso che il tempo corre veloce, e mi vedo in questo posto lontano, su un tavolo non mio, con un panorama al quale ancora non posso dare confidenza. E non sono triste, ma profondamente malinconica.

Credo che tutti avremmo voluto rimanere quello che eravamo.

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Perche’ questo cielo se lo guardi, e’ solido. Ci viaggiano sopra le nuvole, rotolano spinte dal vento gelido, e poi piove e si bagna e se nevica si congela!

Guardalo, io lo vedo!

Tutto muta, cosi’ velocemente che non hai tempo di dire “sta nevicando!” che fuori splende il sole. Allora esci, godi per qualche attimo dei flebili raggi sul viso, finche’ ad occhi chiusi non senti  inaspettatamente, fredde goccioline tamburellare sulla tua fronte.

E’ cosi’.

E poi c’e’ che vorrei farne di foto col sole, tetti marroni su una tela azzurra, ma qui le nuvole sono prepotenti vogliono esserci, vogliono esserci per forza. Come in quei quadri di Vermeer, dove Delft risplende nonostante quei cumuli pesanti le intasino il turchese.

Forse come me, lui ci provava a dipingere il cielo. Ma il cielo e basta, senza macchie di bianco, senza pensieri, senza. Solo il cielo.

Lo vedo Jan, mettersi comodo su un giaciglio d’erba, sedersi e prendere bene le misure perche’ era un tipo preciso, lui. Ma il tempo di fare questo e pam!

Eccole la’ quelle signorotte in bianco, eccole offuscare il blu. Ma in fondo, lui lo sapeva dall’inizio. Percio’, pennello alla mano, lentamente ne definisce la figura, e ne distingue il colore da quello giallognolo della tela. Contente, madame?

Eppure quel cielo si vede, nei suoi quadri. Ed e’ cristallino. Un cielo puro, e lui lo sapeva.

Oh si’ che lo sapeva.

E mentre io scrivo queste cose senza senso fuori ha di nuovo iniziato a nevicare.

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Questa è l’unica immagine decente che ho trovato.

Se la foto non fosse esageratamente fotoscioppata direi che come luogo promette bene!

Si chiama Boskoop, e sarà la mia città per i prossimi 5 mesi.

Voglio essere felice!

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