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Posts Tagged ‘correre’

Hey hey
I don’t see the light I saw in you before
And know I don’t care anymore

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Non so dire quando sia successo esattamente. Devo aver letto da qualche parte che quando passi tanto tempo con qualcuno, quando vivi con qualcuno, le reciproche cellule si scambiano particelle e informazioni in maniere che io da ignorante quale sono non riesco a spiegare, e va a finire che nell’uno c’e’ un po’ dell’altro – che e’ un discorso un po’ complicato da spiegare ma neanche troppo se ci pensate bene. Come quando in una ciotola di vetro si mette il cous cous e lo si ricopre di acqua bollente; all’inizio non si vedono che le due parti separate, il cous cous giallo sotto e l’acqua trasparente sopra. Ma se si ha pazienza di aspettare, dopo qualche minuto le due parti si saranno unite in un composto unico, morbido e piacevole da mangiare.

Oppure sara’ stato per tutte le volte che abbiamo fatto l’amore. Lo abbiamo fatto talmente tante volte – almeno tremila – e ci siamo trasmessi talmente tante particelle che se dovessero fare un controllo della composizione dei nostri corpi, se questa fosse una cosa cosa che in qualche futuro si potesse fare, vedrebbero che il suo e’ composto da me al settanta percento e il mio e’ composto da lui al settanta percento. In poche parole: ci siamo scambiati. Io sono diventata lui e lui e’ diventato me.

Me lo fa notare un mio caro amico per primo. Sembra che vi siate scambiati, dice; a volte accade. Non mi pare troppo sorpreso della cosa. Io invece di primo impatto sono incredula, non mi va neanche di accettare quello che dice. Mi suggerisce di fare caso a tutto quello che faccio in una settimana e che, passato questo tempo, ne avremmo riparlato. Cosi’ ho pensato di scrivere tutto quello che faccio durante una settimana; giusto perche’ non ho niente di meglio da fare.

Al mattino mi sveglio e preparo la colazione; questa e’ una cosa tipicamente da me. Di solito porridge di avena/di riso/di semolino con banana, latte di mandorla e frutta secca. Poi lavoro, sempre concentratissima, perche’ lavorare e’ una delle cose che mi riescono meglio. Forse e’ l’unica cosa che mi riesce veramente bene. Torno a casa, vado a correre quasi ogni sera (tranne le due sere che ballo), normalmente seguo una tabella ma ultimamente mi spingo sempre un po’ piu’ avanti perche’ quando corro non penso a niente, niente mi preoccupa e niente mi fa pensare. Una volta finito mi preparo la cena, spesso pesce e verdure, talvolta un banalissimo toast giusto per riempire lo stomaco. A volte sono sola, a volte con qualcuno; piu’ spesso sola. Capita che riceva messaggi a cui non mi va di rispondere e chiamate che fingo di non vedere. Prima di dormire pulisco la cucina e leggo qualche pagina finche’ gli occhi non iniziano a chiudersi da soli. Non mi importa niente di avere un nido, delle notizie che mi arrivano, delle foto che involontariamente vedo. Mi importa solo di finire il bel muro che ho iniziato a costruirmi intorno, un mattoncino alla volta. Potrei persino iniziare a decorarlo; ora che ci penso, ho dei bellissimi poster di Astro Boy da utilizzare per lo scopo.

Quando riparlo con il mio amico gli do’ un po’ di ragione, anche se gli faccio notare che ancora non mi sono cresciuti i peli sul petto e la barba. “Poi”, dico, “i miei capelli sono ancora rossi”.

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Io ci ho pensato a quello che avrei detto se mi avessero fermato, mentre correvo.

È vero che quando si corre si entra in una specie di stato meditativo ed essere sinceri è più naturale.

Perché stai correndo oggi? – Per mettere a tacere i miei pensieri. Per concentrare la mente sul respiro, sulle gambe e sulla strada.

Qual è la cosa più importante che ti sia mai successa? – Non so. Forse avere provato a sbagliare.

Hai degli obiettivi nella vita? – A dire il vero nessuno. Solo essere felice. Anzi, non felice: essere serena.

Che cosa diresti a chi ci ascolta? – Combatti per quello che hai. Nemmeno l’amore basta da solo, se non ti smuove e non ti fa combattere. Stacca i ricordi dalle situazioni, dalle canzoni, dai film, dalle ricette, dagli oggetti, goditi i giorni e le cose per quello che sono. Guarda avanti.

Non sono bella e non sono forte, ma se corro è così che mi sento. Oggi l’allenamento è andato alla grande.

Inserisco la chiave nella serratura di casa. Controllo: dieci chilometri e quattrocentosessanta metri.

Un’ora e diciotto minuti.

Non ho nemmeno più paura delle salite.

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Ho una caviglia gonfia; sento una fitta profonda che parte dal piede e arriva al ginocchio a ogni passo che faccio. Cerco di non pensarci mentre mi avvio verso l’ufficio. Questa mattina mi ha svegliato un sogno terribile: avevo una ferita enorme su una coscia, internamente; in chissa’ quale modo avevo perso una porzione di pelle molto grande e andavo in giro in mutande a cercare aiuto dai miei amici, incredula, con le lacrime agli occhi. “I., guarda che cosa mi e’ successo”. I. mi guardava comprensiva, mi abbracciava e diceva di non preoccuparmi: sarebbe andato tutto bene. Come si sta quando tutto va bene?

Non c’e’ un solo momento della giornata in cui la caviglia smetta di pulsare. Torno a casa dopo il lavoro e anche se non ne ho nessuna voglia, dopo aver visto qualche video-ricetta  – non so perche’ guardare gente che cucina mi tranquillizzi cosi’ tanto – inizio a vestirmi. I pantaloni neri comprati in Giappone, ormai sdruciti ma troppo comodi per poterli buttare. La maglia gialla presa da Decathlon – D-O-M-Y-O-S! Il jingle della pubblicita’ mi risuona in testa ogni volta che la vedo; lo scaccio via come una zanzara, scaccio via l’immagine del Decathlon vuoto e tutto quel giorno. Mi infilo le chiavi in tasca e inizio a correre.

La caviglia fa male, mi dico che lo faro’ solo per dieci minuti, quel tanto che basta per scaricarmi un po’. Il parco e’ semideserto, se non fosse per la lezione di acqua-gym in corso nella piscina di fronte non si sentirebbero rumori. Il sole e’ un pallone alto, giallo nel cielo. In questo stesso giorno, tanti anni fa, San Giorgio ha ucciso un drago – lo dice la radio. Lo ha infilzato dopo che la principessa lo aveva tratto in inganno, rendendolo mansueto. A me quel drago fa tanta pena. Altri dieci minuti, poi torno a casa. Il cielo si tinge di rosa e sono ancora qui; procedo senza spingere troppo ma con passo deciso. Ci dev’essere qualcosa nell’aria che quando corro non mi fa pensare a niente e mi fa sentire quasi euforica. La caviglia non fa troppo male ed e’ passata mezz’ora senza che nemmeno me ne accorgessi. Sto ascoltando una canzone con un testo ridicolo, che preferirei non dover capire. Mi scoccio banalmente del fatto che tutte le canzoni parlino d’amore. In questo momento vorrei sentire un pezzo che parli di come preparare al meglio i croissant. Forse dovrei mettermi a scrivere canzoni io.

Raggiungo la soglia di casa dopo piu’ di quaranta minuti e nonostante la caviglia dolorante proseguirei per almeno altri tre chilometri ma non voglio strafare. Questo e’ il momento della giornata che preferisco: quando il lavoro e’ fatto, la corsa e’ conclusa, e non resta che godersi il benessere momentaneo che ne deriva. Io sono quella che ha preso lo spillo in mano e ha fatto scoppiare la bolla di sapone, e lo spillo e’ pesante. Penso che per un bel po’ continuero’ a correre nel vuoto, verso il vuoto. In qualche modo mi fa sentire meglio.

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