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Posts Tagged ‘haruki murakami’

Le stesse situazioni si ripetono ed io continuo ad arrabbiarmi, ma lei avrebbe saputo certamente cosa fare. Dovrei chiederle consiglio.

Forse però anche lei se la prende tutte le volte, chissà. Dagli occhi non saprei giudicare.

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La signorina S. mi somiglia molto. Per prima cosa, anche lei scrive febbrilmente da quando era bambina, per il semplice fatto che per comprendere le cose, qualsiasi genere di cose, deve metterle per iscritto. Deve vederle come presenze concrete, ferme, segnate in nero su un pezzo di carta. La signorina S. redige pagine su pagine per ore ogni giorno, ma non conclude mai niente. Ha un romanzo nascosto da qualche parte dentro la sua testa, però qualcosa le impedisce di tirarlo fuori. La signorina S. non si cura molto, ha i capelli corti spettinati, non le importa di apparire femminile. Ha un solo amico che disturba a suo piacimento, in orari più o meno improbabili. Porta i calzini spaiati, e gli occhiali. E’ una ragazzina poco ragionevole e men che mai oculata, fin qui niente da controbattere. Direi che ci siamo. La signorina S. è molto simile a me, che sono la signorina M., un caso tra i tanti in cui il lettore si riconosce con uno dei protagonisti del libro che sta leggendo. Nulla di nuovo.

Allora, io non sono molto brava con il self-control e i ragionamenti concreti, è cosa risaputa. Per arrivare a non ululare come una belva inferocita o piangere fiumi di lacrime anche per cose che (magari agli altri, non a me) sembrano insignificanti, devo – come spiegato poco sopra – scrivere, o contare in giapponese fino a millecinquecento. D’ora in avanti userò un altro metodo per alleviare le mie pene comportamentali: delegherò i miei problemi alla signorina S.. Lei, che è simile a me ma è un po’ meglio di me, saprà certamente cosa farsene. Vorrei cominciare subito a metterla all’opera.

Problema n. 1
Signorina S., il mondo è pieno di signorine C., ne sarà sicuramente al corrente. Le signorine C. sono ragazze silenziose, che tramano nell’ombra contro qualcosa o qualcuno per i loro meschini tornaconti, senza aver molta cura  del fatto che le signorine M. hanno dei sentimenti e non sono molto capaci di sostenere le situazioni che loro propongono. Le signorine C. fanno delle cose cattivissime, come ad esempio cercare di sedurre il ragazzo delle signorine M., agendo tramite subdole mosse pubbliche per mandare ancor più nel panico le loro avversarie (gliel’ho detto signorina S., le signorine C. sono cattive, delle vere arpie). Ora, signorina S., si dà il caso che io mi trovi in un caso analogo. Una qualunque signorina C. sta infatti attentando alla sicurezza del mio attuale rapporto amoroso, al quale tengo infinitamente, e lo fa ovviamente senza pensare che in tutto questo sono coinvolta anche io, e che magari potrebbe farmi molto male, se già non lo sta facendo. Per varie ragioni che non sto qui a spiegare, il mio attuale compagno e la signorina C. si troveranno ad essere nello stesso posto allo stesso momento, dove io non potrò – a causa di alcuni motivi pratici – essere presente. Signorina S., mi sembra d’impazzire. Ho molta fiducia nella persona che mi sta accanto, ma non sopporto, non sopporto, l’idea della signorina C. che gli si avvicina e fa la bella e sfodera le sue migliori armi di seduzione per sperare di lasciare in lui qualcosa, come ad esempio la voglia di rivederla, o di stare con lei. Signorina S., lei che è come me ma un po’ meglio di me, sono certa che saprebbe aiutarmi. Pensi un po’ al mio caso signorina S.. E’ una cosa brutta vero? Signorina S.? Signorina S.? Ma dov’è andata?

Niente, in realtà sono stupida e volevo solo ridere un po’ sui drammi (ahah) che al momento mi assalgono. Le baruffe amorose mi divertono anche, un po’. Ma soprattutto, quanto sopra non è che uno scherzino.

Però mi sento meglio, sìsì. Grazie Signorina S.

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Un altro libro è finito, e inizia l’autunno. Ho abbandonato molte cose, in estate, e per farlo ho dovuto chiudermi.

Intanto, ho un nuovo quaderno. Rosso, fitto di pagine e già imbrattato del mio inchiostro. Ho ricominciato a vestirmi come mi piace, e a sentirmi bene sotto le nuvole. Torno dentro alle porte che mi si erano chiuse alle spalle. Si riparte.

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Tutto è collegato.

Da Sardina il gatto a Mei la capretta. Tutto è connesso in una rete di fili resistenti e invisibili, anche se non c’è nessun uomo pecora a raccontarmelo.

Questo lo penso mentre siedo nella sala di aspetto di un pronto soccorso del centro della città. Sono stata trascinata qui dalla corrente, mi sono abbandonata alla volontà di qualcun altro per evitare di rimanere ancora ferma. Ed eccomi qui. Chissà perché in certi posti non si fa altro che attendere. Mi hanno fatta entrare ed hanno detto di avere un po’ di pazienza. Mi hanno portata in una nuova stanza e nuovamente hanno pregato di pazientare. Ho appena parlato con una donna di mezza età, un po’ rincoglionita e falsamente comprensiva. Non avevo capito che fosse un’infermiera; l’ultima volta che sono stata in ospedale, il personale infermieristico era vestito di verde, non di bianco. Ma dopotutto che importa.

Ora sono sola e aspetto che qualcuno arrivi ad aggiustarmi. Fuori tutto è tranquillo, che strano pronto soccorso è mai questo, penso. Non un grido, non una persona di fretta. Giusto una barella nel corridoio, con una vecchia assopita. Nei film sembra sempre che i pronto soccorso siano una pentola a pressione di disastri a catena, con spie che lampeggiano, allarmi che suonano, bambini che piangono, dottori in carriera con le mani impiastricciate di sangue ma la battuta intelligente sempre pronta. Certo, qui non siamo in una metropoli americana, ma questa quiete ha comunque un qualcosa di assurdo. Non importa.

Trascorrono dieci, venti minuti. Alcuni infermieri mi scrutano curiosi, passando di fronte alla porta della mia stanza. In effetti, esternamente non ho niente – ho un buon colorito, sono tranquilla, nulla di rotto. Non biasimo i loro sguardi stupiti. Mi annoio, così decido di ripassare la camera che mi ospita in ogni angolo. Sul lavabo a destra c’è un cartello che spiega come lavarsi le mani. Strano, non sapevo che dovessero insegnare anche questo. Leggo i vari passaggi dell’operazione ed apprendo. Tornata a casa sperimenterò. Poi vengono una serie di cassetti e cassettini che muoio dalla voglia di aprire. Ne escono in maniera disordinata guanti, bende, garze di ogni tipo.  Sotto, un cestino nero con sacco bianco e uno biaco con sacco nero. Chissà se lo hanno fatto apposta a metterli così. Accanto, un frigo rumoroso che cambia gradi continuamente – a ogni cambio, una vibrazione di suono differente – vvvv VVVV vvv uuuu. Alla mia sinistra, un portaoggetti come quelli che si vedono dal meccanico, con una serie di targhette segnate da nomi assurdi di arnesi inquietanti. Poi più nulla.

Ancora non arriva nessuno. Allora canto mentalmente qualche canzone. E’ uno dei miei passatempi preferiti. Mentre intono House of cards dei Radiohead, un’ombra mi sfiora la spalla. Penso, fa che non sia lui il mio dottore, ma mi si siede proprio di fronte. Fa delle domande. Io rispondo. Continua a chiedere. Io adesso ho paura, comincio ad innervosirmi. Mi tiro i capelli e muovo i miei bracciali rossi in maniera ossessiva. Ma cosa vuole, penso, eppure continuo a rispondere. Ha degli occhi raggelanti, blu come pietre dure. Comincio a piangere, senza controllo. Mi guarda comprensivo e sospira, senza dire niente. Lo hanno tirato giù dal suo reparto solo per me, chissà che scocciatura.  Sarebbe un bell’uomo, seduto, ma a vederlo camminare sembra un sacco di patate strisciante. Non dice più niente, io scappo dalla stanza. Non respiro. Dall’altra parte del corridoio la vecchia mi blatera qualcosa. Cerco di riprendere coscienza di me. Non penso più a  niente.

Mi dicono di aspettare. Il dottore ha scritto tutto quello che gli ho raccontato, parola per parola, dice che  mi sarà utile al centro che mi ha indicato, dove qualcuno potrà aiutarmi. Mi stringe la mano, non capisco cosa stia dicendo. Parla una lingua astratta e flebile. Non voglio leggere quello che ho detto, così sguscio via senza farmi vedere, prendo il mio amico, quello che mi ha portato qui, sottobraccio, e lo trascino fuori. Lui mi lancia un’occhiata interrogativa. “Cos’hanno detto”, chiede. “Che devo danzare. Finché c’è musica, devo continuare a danzare”. E ci incamminiamo verso casa.

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Alla fine di questo libro sono serena. E’ una sera fresca e poco rumorosa, la gatta mi sveglierà presto al mattino, ed ho un gran bisogno di dormire. Arrivederci.

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Io non so in che modo certi avvenimenti o certe parole si facciano strada in me, senza che io me ne accorga in superficie, e riescano a produrre delle reazioni ed avere conseguenze apparentemente inspiegabili. Prima, ad esempio, leggevo un libro. Nel capitolo si parlava di quando i due protagonisti si erano conosciuti, del periodo precedente al matrimonio. Della prima volta che avevano fatto l’amore. Il ragazzo descriveva la ragazza, che per tutta la durata del rapporto era rimasta rigida e distante, con gli occhi rivolti chissà dove. Stavo leggendo in un momento nel quale avrei dovuto fare tutt’altro, eppure non riuscivo a distogliere gli occhi e la testa dal libro. Improvvisamente ho pensato che è successa anche a me, una volta, una cosa simile. E sono scoppiata a piangere, dove non avrei dovuto. Non so perché, è successo e basta. E adesso sono sinceramente sconvolta, non so in che maniera potrà continuare questa giornata. Cioè, so che uscita da qui me ne andrò a casa, prenderò la sacca dei vestiti e per un’ora sarò occupata al wash & dry del quartiere, ad ammirare cestelli che girano e sentire le chiacchiere dei clienti nella birreria di fronte. Ma manca qualcosa, mi si è piazzata una patina cupa in mezzo al petto e non vuole andare via. Continuerò a leggere, più tardi, qualcosa succederà. Non so che, ma qualcosa di sicuro. Forse dovrei solo tappare il rubinetto che ho in testa.

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Non mi era mai capitato di piangere a dirotto per la fine di un libro. Mi sento infinitamente triste, ma anche felice, e serena, è strano. Si è aperto qualcosa, si è mosso, ed ha iniziato a gorgogliare. Ho vissuto con lui, ho avuto la sua fame, sentito la sua stanchezza; sono affogata con la sua ombra, nel lago.
Adesso ho solo una gran voglia di dormire.

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