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Posts Tagged ‘mei’

Mentre decollavo stavo ascoltando una canzone. Il rullo di tamburi (1:54) è iniziato quando i motori si sono attivati a tutta potenza e la strofa cantata proprio quando l’aereo si staccava da terra. Adoro questo tipo di coincidenze. Succedono una volta ogni tanto, e di solito corrispondono a momenti particolari della mia vita. Un po’ come quando vai al supermercato per comprare un pacco di biscotti che costano un euro e trentasette, ti frughi in tasca mentre la cassiera aspetta con la mano aperta, tiri fuori tutte le monetine che hai – pezzi da uno, due, cinque centesimi – e dopo averli contati tutti il risultato fa proprio unoetrentasette.

In questa stagione piovosa le strade e i fiumi, dall’alto, sembrano budella. Un’altra cosa che mi sorprende sempre, ogni volta che volo, e’ che le nuvole non sono morbide, anzi. Quando ci si passa attraverso e’ un gran trambusto, mi riesce difficile persino leggere.

 

*1 di non so quanti. 

 

 

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Non ho molto da dire, in effetti. E’ stata una giornata piuttosto fallimentare, ho combinato un guaio dopo l’altro e il tasto “spazio” del mio Mac sembra avere dei gravi problemi, dato che per staccare una parola dall’altra devo percuoterlo ripetutamente con violenza. Domani l’inferno si riverserà su di me e sarò punita per i peccati che ho commesso, ma per ora

meii1Ho fatto un test del cavolo su Faccialibro, dal titolo “Quale personaggio di Miyazaki sei?” e, per ribadire la mia veridicità, sono risultata Mei. Ciò mi riempie di orgoglio e non poca gioia. E’ tutto.

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Uno.

Alphen an den Rijn, stazione centrale. Leggo un libro poggiata ad uno dei pali scuri della pensilina, quando sento una donna sbraitare istericamente in italiano, con un forte accento milanese.

“Maledizioneee!!!si decidessero a metterle in italiano ste cazzo di macchinette per i biglietti, adesso perdo l’aereo!Porca puttana!”

Istintivamente, alzo gli occhi dalla lettura. E’ una signora bassa, distinta. Firmata da capo a piedi, borsetta alla mano ritraente uno dei più famosi loghi di alta moda. Ha dei grossi occhiali da sole, e una ventiquattrore scura. Grida da sola, cercando di non aprire troppo la bocca per non sciupare il trucco.

Mi avvicino.

“Signora…ha bisogno di una mano per fare il biglietto?”

“OH!!Santo cielo, grazie!Oggi c’è lo sciopero dei Taxi, un casino guarda, in dieci anni che vengo qui non ho mai preso uno di questi maledetti treni…!”

“Andiamo, la la accompagno”.

Corriamo verso la biglietteria, “een kartjie naar Amsterdam Schiephol autjeblieft…seconda classe no…?”

“NO!prima, prima, diglielo svelta, FIRST CLASS!”

“ok, erste klaas, geen korting…fanno 13 euro signora”

La commessa sorride, vedendo la signora in preda al panico e me calmissima. Poi, dopo aver digitato qualcosa sul computer, stampa in fretta il biglietto. Appena pronto, io e la ricca megera corriamo verso il treno in arrivo. Durante il breve tragitto che ci separa dal binario mi rivolge delle domande distratte, credo per ricambiare con un po’ di interesse l’aiuto che le avevo offerto.

“..e…che ci fai tu qui???studi??”

“Si”

“Da quanto sei qua?”

“Più di tre mesi…”

“Oh gesù, io ci vengo una volta al mese e ne ho piene le scatole!comunque in bocca al lupo…cerco la prima classe”

“Arrivederci signora…buon ritorno in Italia”.

Una volta sul treno, la sento litigare al telefono dal mio posto in seconda classe. “…ce la farò a prendere quel cazzo di aereo…questa è la prima e l’ultima volta che vado col treno, vedete di trovami una soluzione migliore al prossimo sciopero dei taxi!”.

Non so perché, mi viene in mente che deve avere un figlio. Maschio, sui 17 anni. Alto come il padre, mi immagino. La testa ornata da voluminosi boccoli biondi.

Lo vedo camminare verso una palla da tennis in un campo arancione. E’ vestito in bianco e azzurro, ha una fascia che gli tiene libero il viso e un polsino di spugna. E’ bello, sereno durante i suoi primi giorni di vacanza da scuola. Intorno, siepi verdissime e un cielo terso. 

Palla alla mano, si prepara al lancio con la sua racchetta.

Devono vivere nei dintorni di Milano, mi dico. Hanno una villetta rosa, non enorme ma carina. Il padre ha una macchina grande e non c’è mai. E’ un uomo alto, biondo. 

Il figlio ne è la copia spudorata.

 

Due.

E’ una delle librerie che amo di più ad Amsterdam. Piccola, due stanzette allacciate da una scala di legno dipinta di nero. Migliaia di volumi addossati l’uno contro l’altro sugli scaffali polverosi.

Fuori, una sfilza di bellissime riviste di design. 

Sento un tonfo provenire dalla stanza superiore.

“Tutto bene lassù?” – mi affaccio. La padrona del negozio, una simpatica signora olandese di mezza età, cerca di rimanere in piedi sotto il peso di decine di libri caduti dal penultimo ripiano.

“eheh…not exactly as you can see” risponde sorridendo, mentre mi accingo a salire le scale per andarla ad aiutare. 

Iniziamo insieme a sistemare i libri. Prima di riporli accuratamente al loro posto li apro e li sfoglio, uno per uno. Mi capita tra le mani una raccolta di ritratti, fotografie scattate in varie parti del mondo.

Rimango incantata dagli occhi di ognuno dei protagonisti, dalla loro tristezza. Finché non trovo questa piccola bambina, vestita in grigio con delle scarpine rosse, una mano a coprire la bocca e gli occhi verso il cielo.

Mi estraneo totalmente dalla situazione, rimango imbambolata.

La proprietaria mi riporta alla realtà.

“E’ anche la mia preferita”, dice. “quante volte mi sono rivista in quella bambina…”.

Già.

Finisco di riordinare, saluto ed esco fuori, mentre la pioggia schiocca sull’asfalto.

 

Tre.

Dovrò aspettare il prossimo treno per 45 minuti, così mi siedo su una panchina inerna intenta a scrivere sul diario. Accanto ho un signore malandato, con un giacchetto rosso fitto di buchi e un cappello bianco con una scritta oramai indecifrabile. Sgranocchia ritmicamente delle noccioline rotonde.

“Posso parlarle, signorina?” mi chiede, in inglese.

“Certo”, rispondo. Chiudo il diario con la penna in mezzo, per non perdere il segno.

“Vede quei bagni laggiù…quelli pubblici. Ecco, io lavoro lì. Mi dirà che come lavoro non è affatto divertente, eppure io ne sono orgoglioso. Prima non avevo niente. Sa, sono venuto ad Amsterdam talmente tanti anni fa che nemmeno riesco a ricordare. Tanta speranza non l’ho mai avuta, a casa mi dicevano sempre che ero un po’ scemo…che non arrivavo alle cose, capisce signorina?”

Annuisco. “Certo”.

“Perciò non ho mai preteso niente. Ero scemo, ne ero convinto perché me lo dicevano, capisce?Ma poi, un bel giorno, mi sono svegliato. E c’è voluto tanto tempo, ma alla fine qualcuno ha accettato di assumermi. E sono bravo. Un gran lavoratore, mi dicono.”

Sorrido. Sorride anche lui, mentre lascia entrare la mano nel sacchetto di noccioline.

“Signorina non deve essere triste. Vedrà che le cose andranno bene, basta che si decida ad aprire gli occhi. Non abbia paura di soddisfare le sue volontà, non si lasci mai nulla indietro. Meglio sbagliare che rimanere nel dubbio”.

Lo guardo, sospiro. Il cuore mi batte forte, ed ho voglia di piangere. E’ bello, ma fa anche tanto male quando qualcuno ti scava così a fondo.

Nel frattempo, i freni del treno in arrivo scricchiolano forte nelle nostre orecchie. Mi alzo, intontita.

“Signore, è arrivato il mio treno. La ringrazio per la chiacchierata.”

“Arrivederci signorina”, saluta con la mano. “E non lasci il suo cuore così chiuso. L’amore non è fatto per essere nascosto”.

 

Nel treno, ho pianto.

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Un giorno, scriverò una lettera ad ognuno di quelli che hanno avuto un ruolo nel mio Mondo. 

“Caro xxx,

sono Mei, o Alessia, o Lesz, o insomma chiamami come cavolo ti pare. Scrivo per informarti che hai avuto una parte in una delle tante situazioni, o storie, o vicende che volendo sono sinonimi ma non coincidono, io alla storia dei sinonimi ci credo poco, beh per farla breve diciamo che “ci sei stato”.

Non lo sai, ma io lo so. Non ti ho disturbato nel corso della tua esistenza, non hai speso un momento in quello che io ho vissuto, ma volente o no hai dato vita a un turbine emozionale e le emozioni  – si sa – sono vere e non si dimenticano. Perché io in queste faccende o storie o vicende, c’ero davvero, tutta intera. Il mio cuore batteva mentre tu non sapevi e chissà a che pensavi.

Distinti saluti

Mei, o Alessia, o Lesz, o insomma ci siamo capiti.”

E se sarò talmente brava da ricordare, raccontero all’interessato/a, persino la storia di cui ha fatto parte.

“…per la precisione ci siamo incontrati in questo posto. Abbiamo fatto questa, questa, e quest’altra cosa, siamo andati qui, qui e qui, siamo stati un sacco insieme. Abbiamo riso, pianto, giocato, gioito. E’ tutto.”.

Peccato che queste fiabe mentali siano talmente tante da volare via come bolle di sapone. Poi magari ogni tanto tornano in mente, e il cuore batte di nuovo.

Dovrei cominciare ad annotarle, no?

(Flavio!hai scatenato un post. Un po’ scemo, ma è pur sempre un post. :))

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A parte qualche piccolo intoppo al mattino e il casino con un gruppo di idioti al ritorno, è stata una giornata magnifica.

Splendente il sole, noi allegre, la città calda e piena di stimoli. Una mischia architettonica quasi berliniana, centotrenta foto scattate. Eccovene qualcuna.

Quanto adoro i baracchini dell’aranciata 😀

Sì, quel coso giallo è un mango. Ho deciso di non preoccuparmi più di tanto, dopo aver notato cocomeri e papaye appesi ad altri pali. Dat is Rotterdam!

Le famose Case Cubiche; un posto assolutamente assurdo, ci abbiamo trascorso quasi due ore.

Ed eccoci in uno dei cortili interni

How i love this city and her architectonic mess!

Ancora nel cortile…l’ange et le demon 🙂

Sempre lì…troppo bello

Quello che resta dell’Oud Haven, il porto antico. Sullo sfondo, la Witte Huis

Stradina…

Momo and Mei on the bridge 😀

La vista dal parco

La mia Momo parla da sola…

Relax dopo ore di cammino

Immancabile foto con le mie (nuove) scarpine rosse

Il ponte di Erasmo

C’è qualcosa in ogni angolo!

Diversa da ogni altra città Olandese che abbia mai visto, l’ho apprezzata tantissimo. Ne sa qualcosa Momo, che ha dovuto sopportarmi tutto il giorno mentre mi entusiasmavo per ogni minima cosa che vedevo…”oooh Momo that’s toooooo beautiful!!!”…una bambina di 3 anni e mezzo. 

 

Ma torniamo ai drammi casalinghi: ho fatto fuori altri due ragni. Una volta che cominci è impossibile smettere; e quello che uccisi tempo fa, con lo spazzolone verde, deve essere stato una specie di Ragno Regino o giù di lì dato che mi ha scatenato contro l’intera società ad otto zampe. Ierisera me ne zampettavano due sul soffitto della camera da letto, stasera di nuovo un’altro nella doccia.

Comunque avete poco da combattere: Mei – 3/Ragni – 0!

E ora vado a ninna.

Anzi, guardo un bel film, e poi vado a ninna.

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