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Posts Tagged ‘nostalgia’

Ho una nonna che vive in campagna. D’estate mi spedivano da lei per almeno due mesi; di quei periodi ricordo perfettamente le lacrime prima di partire, mentre mia madre mi preparava la valigia – detestavo staccarmi da lei anche solo per le otto ore in cui andavo a scuola – e le lacrime prima di tornare, con la faccia spiaccicata al finestrino dell’automobile dei miei genitori, mentre la nonna mi salutava sorridente con la mano in piedi sul cancelletto di casa, fiato, lacrime e moccio che mi offuscavano il respiro e la vista. Non volevo mai tornare alla vita di sempre dopo l’estate spensierata in campagna, con grande dispiacere di mia madre che ogni volta subiva giornate intere di pianti, incapace di poter dare sollievo alle mie pene.

A me domire non è mai piaciuto. Ho sempre avuto problemi ad addormentarmi, la testa mi si riempie di pensieri l’attimo in cui la poggio sul cuscino e non riesco a lasciar andare il giorno. In più sono estremamente mattiniera; da piccola lo ero anche di più. D’estate poi, complici i mattini assolati, riuscivo a svegliarmi a orari impensabili che nei periodi in cui stavo da mia nonna in campagna potevano sfiorare le quattro e mezzo. Anche mia nonna si alzava a quell’ora, iniziava a sfaccendare e a preparare il miscelato per le galline – una sorta di pastone in cui finivano pane secco, acqua e avanzi del giorno prima, che mi metteva una fame incredibile – mentre io silenziosa mi sedevo sulla piccola seggiolina di vimini in cucina e guardavo repliche di vecchissimi programmi o cartoni animati in TV. Si chiedeva sempre, la nonna, perché non dormissi; ma tutto sommato non le davo noia, ero una bambina quieta e silenziosa, e nonostante non lo ammettesse e volesse sempre rispedirmi a letto per qualche ora, sapevo che la mia compagnia le era molto gradita.

Dopo aver dato da mangiare alle galline tornavamo a casa insieme e per lei era già ora di mettersi ai fornelli. Annoiata dalla TV e ancora lontana dalle scorribande pomeridiane coi miei amici, di solito trascorrevo il tempo prima del pranzo a correre su e giù per il piccolo giardino o a scarabocchiare disegnini su vecchi giornali del nonno – sono sempre stati un po’ rustici i miei nonni di campagna, ed era cosa rara trovare da loro un quaderno o anche semplicemente un foglio bianco su cui poter scrivere. Un giorno, non ricordo bene come o perché, prima di andare all’orto il nonno mi mise sotto il naso un volumetto de La Settimana Enigmistica. “Te che vai a scuola con questo ti ci puoi divertire” disse. Lipperlì non diedi tanto peso alla cosa e continuai a usare La Settimana Enigmistica come un qualsiasi giornale, a mo’ di blocco, disegnando e scarabocchiando in qua e là. Poi, incuriosita da caselle e definizioni, iniziai ad interessarmi ai vari enigmi cercando ogni volta di risolverli come potevo. Partendo dagli “Unisci i puntini” e “Trova le differenze”, passando per gli adoratissimi “Crucipuzzle”, nacque il mio smisurato amore per l’enigmistica. Per cruciverba e rebus mi facevo aiutare da mio cugino più grande, o dalla vecchia enciclopedia del 1968 di mia mamma, conservata con cura nella minuscola simil-libreria di mia nonna. Ogni estate trascorrevo ore ed ore tra caselle, definizioni e bic nere, seduta al fresco sulla panchina sotto il ciliegio, l’unica del piccolo centro abitato.

Anche oggi continuo ad amare l’enigmistica. Ad esempio, ogni volta che volo ne porto un volumetto con me, e il solo pensiero di averlo in borsa mi tranquillizza. Dopo aver allacciato le cinture inizio a sfogliare le pagine alla ricerca del cruciverba più lungo e complesso, che mi possa tenere impegnata per almeno un’ora, e armata di bic e pazienza sciolgo un enigma dopo l’altro, mentre un luogo si allontana e un altro si avvicina. Mi piace fare cruciverba quando sono inquieta ed agitata. Il cruciverba è un problema tangibile, rinchiuso tra quattro pareti, con caselle e numeri che ne guidano le risposte. Tre verticale: un insetto e un gioco – Scarabeo. Quarantadue orizzontale: spiccioli a Londra – Penny. Le ansie e le nostalgie che mi assalgono si assopiscono sotto le centinaia di letterine stampate sulla carta grossolana. Quindici verticale – Non avrei mai dovuto. Sessantuno orizzontale – Avrei potuto. Finisco il mio cruciverba e l’ultimo rimasuglio di caffè latte dentro la tazza, ormai freddo. Fuori ci sono solo nuvole. È ora di rientrare.

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Ieri ho visto la primavera.

Se ne stava sdraiata su un tetto marroncino, e sopra aveva l’azzurro. L’orologio segnava le 19:22, ma i  pettirossi continuavano imperterriti a gioire della luce.
Eccola, mi sono detta. Nel rosso del cielo che si inscurisce, la stavi aspettando ed e’ arrivata.  Certo, ha un profumo diverso qui; non sa di foglie e linfa, di bosco in rinascita. Ricorda l’erba e l’acqua e i fiori. E’ comunque un buon odore no?

Tra una nuvola e l’altra sono andata al parco. E’ malinconico starsene soli su un altalena cigolante, porta il pensiero al passato e fa salire la nostalgia. Che pero’ e’ quella dolce dell’infanzia, quella che sorride. E all’improvviso vedo questi due bambini, sui 4 anni, giocare con una grossa calcolatrice abbandonata.

Mi stupisco del fatto che riesca a comprendere tutto quello che dicono. Imparo in fretta, evidentemente.

Stanno litigando su chi sia il piu’ grande e chi il piu’ piccolo. Uno porta alto il suo onore dicendo che la madre lo fa andare a letto alle 20:30, l’altro controbatte raccontando che il Mercoledi’ mattina puo’ dormire fino alle 11:30. E mi trovo ad ascoltarli  imbambolata, ripensando a quando io facevo questo genere di sfide.

Avevo un’amica piu’ alta di me, che si divertiva a dirmi quanto fosse grande, nonostante fossimo nate nello stesso anno. Io ero piccina piccio’, per lei era un gioco beffarmi. E ricordo che a causa dui questo gioco, per un lungo periodo nella mia testa altezza ed eta’ sono state due cose direttamente proporzionali.

Sono tornata a casa solo quando il sole ha abbandonato completamente il cielo, e l’unico colore da guardare era un azzurro terso. Niente piu’ rosso, o rosa, o arancio. L’ ora di andare.

E dopo cena mi ritrovo a sbucciare una mela con uno di quei coltellini minuscoli, lama corta e punta arrotondata. Immediatamente ripenso a mio nonno, che si ostinava ad usarli per fare di tutto nonostante le lamentele di mia nonna. Questi coltellini hanno proprio il Suo sapore, cavoli. Li associo direttamente alle sue mani vecchie e morbide, poi al suo sorriso, ai suoi occhi, alla sua inconfondibile voce, ed eccolo di nuovo qui con me.

E’ un pomeriggio dopo scuola, e mi prepara una mela. Alla televisione c’e’ Solletico, lo guardo distrattamente mentre scozzo le carte da gioco. Nonno mi siede di fronte, e nonna sta pulendo la camera da letto. Lo so perche’ sento il profumo delle loro lenzuola. C’e’ la finestra aperta e sento gli uccellini cantare. Il sole sta cominciando ad andarsene, cola come miele caldo nella parete della chiesa di fronte.

Il nonno sistema la mela a fettine sottili nel piattino, quello mio personale con la rigatura rosa. So gia’ che mi porgera’ del pane; ha sempre amato il pane, lui, con qualsiasi cosa. Per me e’ diventato una passione solo adesso, ma al tempo non ne volevo nemmeno sentir parlare.

E poi penso che il tempo corre veloce, e mi vedo in questo posto lontano, su un tavolo non mio, con un panorama al quale ancora non posso dare confidenza. E non sono triste, ma profondamente malinconica.

Credo che tutti avremmo voluto rimanere quello che eravamo.

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