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Posts Tagged ‘sogni’

Nuvole.

Capita che di notte non riesca a controllare bene i pensieri e che loro vadano dove vogliono andare.

Mi sono svegliata con le lacrime agli occhi; e’ una cosa che ogni tanto mi succede. Qualche volta mi sveglio canticchiando una canzone (l’ultima che riesco a ricordare e’ Three Little Birds di Bob Marley – e io odio il reggae), altre ridacchiando e altre ancora, appunto, piangendo. Ma non erano lacrime tristi: la tristezza e’ iniziata quando ho capito che quello che avevo vissuto non era altro che un sogno.

Nel sogno eravamo insieme, e c’era una guerra silenziosa – non si sentiva altro che il rumore dei nostri passi sull’asfalto. Le strade scure erano invase dal fumo e i palazzi intorno avvolti nelle fiamme: come se fosse appena scoppiata una bomba e noi fossimo stati gli unici superstiti. Mi sentivo incredibilmente tranquilla. Ti dicevo che non avremmo mai piu’ lasciato andare l’uno la mano dell’altro e tiravo un grande sospiro di sollievo. Nel ristorante abbandonato in cui entravamo venivamo accolti da un piccolo esercito di pentole e posate, scaraventati a terra durante l’esplosione. Poi la sveglia.

Mi chiedo cosa si possa fare quando non c’e’ piu’ niente da fare. Quando non c’e’ piu’ nessuno a cui impacchettare il pranzo. Quando di una casa non restano che le mura spoglie. Quando anche il nome di una strada fa venire le lacrime agli occhi. Quando l’unico momento in cui sembra esserci un po’ di pace e’ dopo aver corso cinque chilometri e respiro, gambe e cervello sembrano essere collegati in una grande nuvola che ti spinge avanti e non c’e’ altro a cui pensare, solo a correre. Ma non si puo’ correre sempre.

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Sangue e ferite.

In mancanza di argomenti, i miei sogni continuano ad essere una divertente materia di osservazione. Quello di stanotte è stato particolarmente violento e realistico. Ve lo racconto.

All’inizio ricordo solo me e la mia omonima livornese, sdraiate l’una accanto all’altra. Un amico teneva un grosso coltello in mano, e Alessia chiedeva di avere due pugnalate al petto. Io guardavo la scena come estasiata e chiedevo di essere a mia volta accoltellata; l’amico agiva leggero, senza esitazione infieriva a fondo sul mio petto, dalla parte del cuore. Mi meravigliavo per il fatto di non sentire dolore, ma subito dopo iniziava a formarsi una grossa spaccatura che lasciava scivolar via litri e litri di sangue. Da qui in poi tutto è confuso. Alessia correva di fronte a me, col vestito bianco zuppo di sangue, urlando che non riusciva a morire. Io correndo mi rendevo conto di non voler morire e chiedevo aiuto a tutti coloro che incrociavo. “Dov’è un’ospedale?” – ho urlato migliaia di volte e nessuno sapeva darmi un’indicazione, nessuno che volesse aiutarmi. Ero a Firenze, ne sono certa, e ad un tratto non so come il pronto soccorso si materializza davanti ai miei occhi. Entro in preda al panico, inizio a cercare un dottore ma mi ritrovo in un cortile dove le infermiere sono intente a saltare la corda. Mi guardano stordite, e in tutta tranquillità mi dicono “signorina…oggi è domenica, l’ospedale è chiuso”.

Muoio. Accasciandomi piano sull’erbetta fresca, e col sole in viso. E come sempre, dopo essere morta mi sveglio.

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