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Archive for ottobre 2015

Hey hey
I don’t see the light I saw in you before
And know I don’t care anymore

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Non so dire quando sia successo esattamente. Devo aver letto da qualche parte che quando passi tanto tempo con qualcuno, quando vivi con qualcuno, le reciproche cellule si scambiano particelle e informazioni in maniere che io da ignorante quale sono non riesco a spiegare, e va a finire che nell’uno c’e’ un po’ dell’altro – che e’ un discorso un po’ complicato da spiegare ma neanche troppo se ci pensate bene. Come quando in una ciotola di vetro si mette il cous cous e lo si ricopre di acqua bollente; all’inizio non si vedono che le due parti separate, il cous cous giallo sotto e l’acqua trasparente sopra. Ma se si ha pazienza di aspettare, dopo qualche minuto le due parti si saranno unite in un composto unico, morbido e piacevole da mangiare.

Oppure sara’ stato per tutte le volte che abbiamo fatto l’amore. Lo abbiamo fatto talmente tante volte – almeno tremila – e ci siamo trasmessi talmente tante particelle che se dovessero fare un controllo della composizione dei nostri corpi, se questa fosse una cosa cosa che in qualche futuro si potesse fare, vedrebbero che il suo e’ composto da me al settanta percento e il mio e’ composto da lui al settanta percento. In poche parole: ci siamo scambiati. Io sono diventata lui e lui e’ diventato me.

Me lo fa notare un mio caro amico per primo. Sembra che vi siate scambiati, dice; a volte accade. Non mi pare troppo sorpreso della cosa. Io invece di primo impatto sono incredula, non mi va neanche di accettare quello che dice. Mi suggerisce di fare caso a tutto quello che faccio in una settimana e che, passato questo tempo, ne avremmo riparlato. Cosi’ ho pensato di scrivere tutto quello che faccio durante una settimana; giusto perche’ non ho niente di meglio da fare.

Al mattino mi sveglio e preparo la colazione; questa e’ una cosa tipicamente da me. Di solito porridge di avena/di riso/di semolino con banana, latte di mandorla e frutta secca. Poi lavoro, sempre concentratissima, perche’ lavorare e’ una delle cose che mi riescono meglio. Forse e’ l’unica cosa che mi riesce veramente bene. Torno a casa, vado a correre quasi ogni sera (tranne le due sere che ballo), normalmente seguo una tabella ma ultimamente mi spingo sempre un po’ piu’ avanti perche’ quando corro non penso a niente, niente mi preoccupa e niente mi fa pensare. Una volta finito mi preparo la cena, spesso pesce e verdure, talvolta un banalissimo toast giusto per riempire lo stomaco. A volte sono sola, a volte con qualcuno; piu’ spesso sola. Capita che riceva messaggi a cui non mi va di rispondere e chiamate che fingo di non vedere. Prima di dormire pulisco la cucina e leggo qualche pagina finche’ gli occhi non iniziano a chiudersi da soli. Non mi importa niente di avere un nido, delle notizie che mi arrivano, delle foto che involontariamente vedo. Mi importa solo di finire il bel muro che ho iniziato a costruirmi intorno, un mattoncino alla volta. Potrei persino iniziare a decorarlo; ora che ci penso, ho dei bellissimi poster di Astro Boy da utilizzare per lo scopo.

Quando riparlo con il mio amico gli do’ un po’ di ragione, anche se gli faccio notare che ancora non mi sono cresciuti i peli sul petto e la barba. “Poi”, dico, “i miei capelli sono ancora rossi”.

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Lo so, invece, come si fa quando crollano i ponti e i fili rossi si spezzano.

Si guarda avanti, perché è solo avanti che si deve guardare.

Don’t you know nothing ever seem to make sense
You put your dancing shoes on and do it again 

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Nuvole.

Capita che di notte non riesca a controllare bene i pensieri e che loro vadano dove vogliono andare.

Mi sono svegliata con le lacrime agli occhi; e’ una cosa che ogni tanto mi succede. Qualche volta mi sveglio canticchiando una canzone (l’ultima che riesco a ricordare e’ Three Little Birds di Bob Marley – e io odio il reggae), altre ridacchiando e altre ancora, appunto, piangendo. Ma non erano lacrime tristi: la tristezza e’ iniziata quando ho capito che quello che avevo vissuto non era altro che un sogno.

Nel sogno eravamo insieme, e c’era una guerra silenziosa – non si sentiva altro che il rumore dei nostri passi sull’asfalto. Le strade scure erano invase dal fumo e i palazzi intorno avvolti nelle fiamme: come se fosse appena scoppiata una bomba e noi fossimo stati gli unici superstiti. Mi sentivo incredibilmente tranquilla. Ti dicevo che non avremmo mai piu’ lasciato andare l’uno la mano dell’altro e tiravo un grande sospiro di sollievo. Nel ristorante abbandonato in cui entravamo venivamo accolti da un piccolo esercito di pentole e posate, scaraventati a terra durante l’esplosione. Poi la sveglia.

Mi chiedo cosa si possa fare quando non c’e’ piu’ niente da fare. Quando non c’e’ piu’ nessuno a cui impacchettare il pranzo. Quando di una casa non restano che le mura spoglie. Quando anche il nome di una strada fa venire le lacrime agli occhi. Quando l’unico momento in cui sembra esserci un po’ di pace e’ dopo aver corso cinque chilometri e respiro, gambe e cervello sembrano essere collegati in una grande nuvola che ti spinge avanti e non c’e’ altro a cui pensare, solo a correre. Ma non si puo’ correre sempre.

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Ci svegliamo all’alba ma fuori e’ ancora completamente buio: come se non fossimo mai andati a dormire. La notte e’ stata breve e movimentata. Dalla finestra aperta entrano i primi rumori del mattino, scanditi dallo strisciare regolare degli pneumatici sull’asfalto bagnato. I contorni dei camini sui tetti si confondono con le nuvole scure e la nebbia.

Siamo stanchi e parliamo a malapena. Ci vestiamo in fretta e usciamo nella strada principale, illuminata ogni pochi metri dalle luci degli off licence aperti ventiquattr’ore. “Scusa se non sono di molte parole”, dice, poi mi saluta con un “ci sentiamo” seguito dal mio nome, per intero, come e’ solito fare. Non riesco a fingere un sorriso. Mi infilo cappuccio e cuffie e trotterello verso la fermata della metropolitana.

A quest’ora i treni non hanno ancora iniziato a viaggiare regolarmente. Con tutta probabilita’ quello che sto prendendo e’ il primo della giornata. La stazione e’ piccola e scura, di quelle che ti fanno sentire come se stessi attraversando le budella di una qualche creatura gigantesca. Nel vagone le facce tristi dall’est della citta’, sveglie da chissa’ quando, si nascondono dietro i giornali o si riposano poggiate ai finestrini. In mattine come questa sembra che il giorno non debba arrivare mai.

I’ve broken my radar
There’s no going back now
I lost what I long for
Let me go to my hideaway

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Febbraio.

Fa freddo. Ho un cappottino grigio, una sciarpa arancione e un cappello azzurro. I capelli scuri, lunghi fino le spalle, raccolti in due trecce.

Pedalo per tornare a casa, è buio. Durante il percorso incontro, nell’ordine: un grosso centro commerciale, tutto illuminato, con auto che entrano ed escono dal parcheggio guidate pazientemente dagli instancabili omini del traffico; un cimitero, protetto da un grande torii di marmo grigio; un ristorante specializzato in tonkatsu costruito, chissà perché, imitando lo stile di una baita tirolese; un ristorante di okonomiyaki, una rivendita di mazze da golf usate, Pizza La al cui ingresso riposano ordinati almeno venti motorini da consegna, un piccolo lago, due kombini aperti 24 ore un concessionario di auto francesi, un grosso pachinko con le mura dipinte di nero.

Ho la musica alle orecchie e le lacrime che mi rigano le gote. Ogni tanto chiudo gli occhi e prego perché quello che ho non mi venga mai portato via perché senza, io, non saprei proprio come vivere.

It’s you, it’s you, it’s all for you
Everything I do
I tell you all the time
Heaven is a place on earth with you
Tell me all the things you wanna do
I heard that you like the bad girls
Honey, is that true?
It’s better than I ever even knew
They say that the world was built for two
Only worth living if somebody is loving you
Baby, now you do

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